Mentre aspettavo te è arrivata una donna africana però ormai tanto londinese che mi ha guardato come a dirmi: “L’architettura degli organi interni è sacra.”

Intanto, guerrieri sparsi per le scale e le taverne.

Mentre aspettavo te è successo che tutti si sono messi a scondinzolare con le schiene verso il basso, i menti verso l’asfalto, è arrivato un grande mago che per comodità diremo simile a quello di Oz e ha predetto il caldo nei paesi nordici e la pioggia a gocce forti sulle olive della Grecia.

Il bene che ti voglio è infinito e se anche il mondo – questo nostro come lo conosciamo – è alla frutta, ecco guarda che io di bene te ne vorrò anche da verme. Anche rivoltata come un calzino a spendere contrappassi più grandi della mente di Dante. 

 

Di bene te ne vorrò comunque, anche da verme. 

 

Te ne voglio mentre gli operai con la birra alla mano mi fanno ricordare che essere femmina è bello, te ne voglio mentre si intruglia la colazione, te ne voglio mentre ci si adopera per forme di salvataggio matriarcale e si putrefanno i soldi come pere lasciate in un sacchetto ad agosto sul prato, due pere che sbattono l’una contro l’altra frantumandosi, ammalloppandosi, inzuccherandosi a vicenda.

 

Il respiro delle cose può essere ampio.

Il fluire degli eventi può essere leggero.

La schiena è la mandibola.

Il gesto è la parola.

Lo slancio e la meditazione.

 

Per necessità, i sistemi nervosi degli uomini dovranno tornare a parlare con gli elementi tutti e le piante.

 

Togli, togli, togli.

 

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