Per chi volesse vedere “The tree of life”, Terrence Malick, Palma d’Oro al Festival di Cannes, sarebbe opportuno disporre di nessuna informazione che riguardi la pellicola e molto vuoto dopo la visione.
Resteranno momenti ingombranti, forse lunghi, tempi estesi. Ma si crea quello scenario che fa parte dell’eterno e non credo sia così facile da riprodurre in un film, quindi bravo Malick. Bravo anche per queste visioni dal basso, dall’alto, questi vertiginosi punti di vista sulle cose umane, questi sguardi da un grattacielo i cui piani sono scale di valori liberi che lo spettatore assegna. Già lasciare questa libertà ha a che fare con la purezza.
Questo film in alcuni momenti vi stancherà, forse. Eppure è una terra vergine, un cuore vergine da sentir battere con timpani vergini. Questo è un film su quanto la morte possa accorciare la distanza con la vita. O la vita sia l’altra faccia della moneta che ruota sospesa sull’asse del dare e del togliere. C’è una dannata abilità a creare il vuoto.
Spazi planetari di genesi e inessenzialità del filo di uno o più esseri umani, comparati a un silenzio che esiste da indicibile tempo. Quando sarà tempo di ricordare, si collezioneranno i ricordi in forma di narrazioni volatili e più o meno nitide. Appena si perde qualcuno non ce la si fa a tenere il passo con ciò che è stato. Ma quel senso del non sarà più lo stesso permea tutto dentro.
Se avete tempo di entrare nella vita di un altro, in cui si infilano altre vite (pare per forza è così, siamo umani). Se avete tempo, se ve ne date.
P.s.: Altre risorse su Cannes Film Festival Review




