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Unde malum – (“The tree of life”, Terrence Malick)

 

Pic | Adriaan Garritsen

Pic | Adriaan Garritsen

 

Per chi volesse vedere “The tree of life”, Terrence Malick, Palma d’Oro al Festival di Cannes, sarebbe opportuno disporre di nessuna informazione che riguardi la pellicola e molto vuoto dopo la visione.

Resteranno momenti ingombranti, forse lunghi, tempi estesi. Ma si crea quello scenario che fa parte dell’eterno e non credo sia così facile da riprodurre in un film, quindi bravo Malick. Bravo anche per queste visioni dal basso, dall’alto, questi vertiginosi punti di vista sulle cose umane, questi sguardi da un grattacielo i cui piani sono scale di valori liberi che lo spettatore assegna. Già lasciare questa libertà ha a che fare con la purezza.

Questo film in alcuni momenti vi stancherà, forse. Eppure è una terra vergine, un cuore vergine da sentir battere con timpani vergini. Questo è un film su quanto la morte possa accorciare la distanza con la vita. O la vita sia l’altra faccia della moneta che ruota sospesa sull’asse del dare e del togliere. C’è una dannata abilità a creare il vuoto.

Spazi planetari di genesi e inessenzialità del filo di uno o più esseri umani, comparati a un silenzio che esiste da indicibile tempo. Quando sarà tempo di ricordare, si collezioneranno i ricordi in forma di narrazioni volatili e più o meno nitide. Appena si perde qualcuno non ce la si fa a tenere il passo con ciò che è stato. Ma quel senso del non sarà più lo stesso permea tutto dentro.

Se avete tempo di entrare nella vita di un altro, in cui si infilano altre vite (pare per forza è così, siamo umani). Se avete tempo, se ve ne date.

 

P.s.: Altre risorse su Cannes Film Festival Review

 

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Straordinario plusvalore ch’è la morte



Dalla nostra, il plusvalore straordinario della morte.
L’atto di misericordia che ci dà la vita sta nella sua fine.

Intanto, bagnarsi di vita.

Non c’è da usare concetti complessi per spiegare questo, che è facile come dire la parola che si ama tra tante. O come guardarsi le mani.
“Una farfalla che sbatte le ali a Berlino può provocare un uragano a New York.” E’ del Dalai Lama.
Guardo un angolo della cucina penso che vorrei ballarci dentro.

Sì, lo so, c’è vento.
Sì, lo so, è più vivibile, è meno caldo.
Sì, lo so.

Ora però parliamo di come ti sei sentita quando è morto tuo padre.
Ora parliamo di come stai quando fai un lavoro che non ti piace e ti ripeti che ti serve solo per arrivare da un’altra parte.
Ora dimmi come stai a pensare che il mondo finisce qui.
Ora spara l’elenco dei vini che ami. Decidi tu se distinguere tra i rossi e i bianchi.

Sì, lo so, la crisi.

Stiamo o non stiamo scrivendo la personale sceneggiatura?
Stiamo o non stiamo girando il nostro bio-documentario?

Sì, lo so, il cibo, il sonno.
La ruota bucata, il bucato ancora da avviare, l’incontro saltato, il salto sbagliato, l’errore conclamato, il proclama azzardato, l’azzardo malato, la malattia come stato, lo status come condanna, la sentenza come giudizio altrui, gli altri come armi, puntate contro, da puntare contro.

Ora però descrivimi il tuo ultimo orgasmo. Per favore.



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Rigore conserva Ritmo




Pic by Zephyrance

Pic by Zephirance





Parola chiave numero quattro, ma anche uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto: parole. Parole, parole, parole, linguaggio, verbo, mot, langue, parole, language, speech, words, parole, e parole ancora e sempre parole. Alice vive di parole, si nutre di parole, Alice parla sempre, non tace mai. E’ vero che l’hanno educata alla conversazione a ogni costo, però qui c’è dell’altro, qui c’è l’autore: il reverendo Lewis Carroll, giovane diacono sicuramente bizzarro e stravagante, ma assai colto, perfino erudito. Era appassionato di enigmistica, oltre che di logica e fotografia. Ma soprattutto aveva questo gusto carnale, smodato, epicureo per le parole, per la pura bellezza delle parole per i giochi che con le parole si possono inventare, per i canti e le danze che le parole sanno mettere in scena, Carroll è uno che parla per dire e per raccontare, per sorprendere e per sobillare, per divertire e per depistare, per farsi ascoltare e ascoltarsi parlare, per puro piacere fonetico e totale disprezzo semantico. Si parla perché le parole sono belle! E non importa se la conversazione non ha un senso, bisogna godersela per quello che è, perché comunque è un ritmo, una danza, una vertigine. 


Ultimamente si è fatto un gran parlare di Alice, anche grazie a Burton, ma non è qui che voglio andare a parare. Oggi si intesse invece un discorso sul regolare e sul caotico. 


E’ un punto importante, quello che precisa Lella Costa in “Amleto, Alice, La Traviata” (Prefazione Michele Serra, Feltrinelli, 2008).


Alice è una concreta. Grazie a Lella Costa ho capito perché in tutto il libro ho sempre avuto più affinità con altri personaggi.  Alice è una tosta, una donnina carro armato. Non è che gliene freghi molto di andare continuamente a scuola di meraviglia.  

Se Alice non fosse così, vedremmo la vertigine che Carroll sa creare col suo ritmo di parolaio? Il punto è questo. Credo che questa rigidità all’assurdo di Alice e la tendenza al caos di tutto il resto sia l’equilibrio che rende grande un libro. 


Se applichiamo la cosa al quotidiano, funziona allo stesso modo. Due persone si fondono benissimo se una è lo stagno e l’altra il sasso, fanno i cerchi circoncentrici, mica scherzi. Solo che ultimamente c’è sempre più gente che si professa caos e invece è rigore. Che si professa di pancia e invece è di sinapsi. Stiamo aspettando quella svolta per cui non penseremo più in termini di ragione o di sentimento, ma ancora ci siamo dentro fino al collo. nel frattempo, lavoreremo comunque in funzione dell’olistico, però, dicevo, ancora ci siamo dentro fino al collo. 


Vedete, c’è sempre più gente che professa di innamorarsi 3 volte al secondo, a ogni sguardo. Sono pochi quelli che realmente riescono. Dovrebbero invece dire il vero ma ciò non accade. Che amare così è difficile e farsi passare per gli occhi dalla gente è prova di grande baricentro, tanto quanto costruire un amore con un’anima sola e restare dinamici nella fermezza. La differenza che passa tra il godersi la cosa e giustapporre l’etichetta.  


Se sei etichetta, sii etichetta.

Se sei tela imbrattata, sii tela imbrattata.  

Se autentici entrambi, il Rigore conserva il Ritmo.  

La Tecnica fa lo stesso con la Vertigine. 


Questo come forma di manutenzione di autenticità. Il lavoro che va fatto, poi, è verso la tensione all’opposto, certo. 
Ma senza ansia da metamorfosi, perché è quella che si trasforma in maschera e ci trasforma in falsari. 

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Tieni alta la guardia ma perditi nell’abbraccio



"The Fountain", di Daniel Aronofsky (2006)

"The Fountain", di Daniel Aronofsky (2006)



Una buona pratica passa per le dita.

Si tratta di un momento molto particolare perché il piacere della trasmissione affiora sempre più. La trasmissione che passa per il gesto e gli occhi. Oltre alla forma tradizionale Yang ho iniziato a studiare con Daniel Villasenor, incontrato per caso nel percorso. Pratico con loro a Gubbio da circa 3 mesi e oltre. La settimana scorsa ero con la mia mano dietro alla schiena di una praticante per cercare di farle rilassare le spalle in una posizione che la irrigidiva non poco. Quando ho chiesto al maestro come fosse possibile aiutarla e ho ottenuto la risposta ho sentito molto caldo dentro, perché la mano ha avuto un effetto.

Il terreno è fertile perché ho trovato quel che da un po’ ricercavo, quella nota antica che fece risuonare yoga e tai chi insieme, su quella montagna, un tempo, forse mai nel reale. Il punto è che se lo yoga è unione e il tai chi crea sfere e lavora sull’energia che è al centro, sviluppa efficacia, ecco, insomma, la radice non deve essere così lontana. Il ginocchio sta meglio, il fisico sta cambiando e io pure tutta.

Un acrobata ciclista lungimirante e squisito mi ha fatto imbracciare una bici, attrezzo che ho sempre guardato a distanza. Quel tipo di movimento fa molto bene alla mia gamba invece, come il movimento in acqua, come nuotare in aria. Sono stati giorni di pratica intensa. Accade con le persone come con le cose. Quando ti lasciano dei semini che non vuoi perdere. Ti appartengono e dunque non li perderai ma vanno coltivati.

Quando senti il tuo percorso c’è una specie di euforia anche un po’ triste. E dunque non vedi l’ora di iniziare. Perché non ce l’hai ancora in mano e davvero non lo avrai mai. Una melanconia del dire senza dire qualcosa e dunque non parlare. In realtà è il modo migliore per sospendersi e sospendere.

E sto così, sospesa.


Anche rispetto all’amore. Anche rispetto ai libri, a Roma. Sospesa e, dentro, quasi graziata, dopo giorni neri, convulsi.


La sospensione può anche essere turbolenza, così come, circa la forza che non ci appartiene ma che è dell’altro, avvicinarcisi, può voler dire liberare.  Nel mio caso è comprendere che ci si può anche fidare, affidare, essere in sosta e non essere sostegno, per una volta. Come conoscere qualcuno che ti dice di tenere alta la guardia, di difendere il viso. E che poi ti abbraccia.


[...] Cela va sans dire (trad.it.: va da sé), [...] una di quelle felici formule che provengono non sappiamo bene da dove, che permangono, levigate dall’uso, nel cuore del linguaggio più familiare e nelle quali si coglie all’improvviso un invito a filosofare. [...] Essa dice ciò che va da solo, e senza trascinarsi dietro la pesantezza referenziale di quel sé, e in quel va che non ha bisogno di giustificarsi.

Ora, se fosse la parola a divenire essa stessa il soggetto di tale “va”, la parola che, spinta esclusivamente dal suo slancio, si dispensa dall’insistente controllo di questo “dire”?

Parlare senza parole – Logos e Tao, François Jullien, Sagittari Laterza, 2008


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