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L’ondata di gelo

 

Pic | Adriaan Garritsen

Pic | Adriaan Garritsen

 

La luce di un giorno sapendo che il treno fluido della vita
non passa se gli organi sono intasati,
non intasiamo gli organi, prendiamoci le responsabilità,
tutte le responsabilità del caso e poi mi dirai,
guardandomi di lato,
spostando il cuscino, prendendolo a manate sane,
mi dirai, sistemandolo sotto la testa,
durante una di quelle mattinate con brina e sole,
che tutta la vita davanti
sembra un bel foglio di carta di riso,

mi dirai
che in realtà è molto reale sapersi liberi e semoventi. 

 

S’abbatterà, dicono, freddo gelido in questi giorni
e non ci sarai a scortarmi con i tuoi occhi
che sono bue e asinello a scaldare il cuore.

 

Ricordati di bere hai detto
prima di andare, stringendo il volante,
al bivio sovrastato dal monte,
con quel tono tuo da essere umano interessante,
scompigliandomi i capelli come si fa con le bimbe.

 
Non c’è stato un attimo né ci sarà, un attimo in cui
guardarti non è stato o sarà
formare ulteriormente
la mia idea del Bello,
ah le Idee come ci fottono.

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Un naso rosso su due ruote



Modern Times, Charlie Chaplin (1936)

Modern Times, Charlie Chaplin (1936)



Si tratta di un amico di un caro amico. Un itinerario interessante.

Se volete contattarlo, aiutarlo, parlarci, E-MAIL:    and.sacchetto@googlemail.com 

Se a 31 anni non si capisce cosa si vuole fare, cosa si è nati per fare, diciamo, ecco, il problema potrebbe stare da ambedue le parti: la persona, la struttura intorno. La struttura che A) non fornisce una rosa di scelte B) non crea le condizioni per porre in essere la scelta presa.

Se trovo la stanza in tempo, molto probabilmente lo ospito. Se volete parlarci o aiutarlo, diffondere credo sia importante. Confrontarsi, insomma. Magari aiutare ma senza perdersi in parole, giri o polemiche, aiutare a trovare lavoro, una soluzione creativa. 

Io la pubblico lo stesso, perché in molti casi questo paese, se anche tu sai dove vuoi andare, ti ci fa andare attraverso tremila fogli, tanta fatica, risposte brutte, facce stanche, ostacoli che vede solo chi te li vuole mettere, anzi, li costruisce apposta. 


Dopo due anni in cui ho potuto provare sulla mia pelle cosa vuol dire essere trattati come schiavi, dopo due anni in cui ho dovuto barattare la mia liberta’ con un
contratto di lavoro della durata di un mese per fare un lavoro in cui avrei potuto benissimo essere sostituito da una scimmia ammaestrata, dopo non essere stato pagato nientemeno che da ENEL energia per il lavoro che ho svolto, dopo essere stato lasciato a casa da un’azienda  farmaceutica che con quelli come me ci campa, dopo aver fatto l’ennesimo periodo di prova in nero che casualmente coincideva con le ferie del titolare…. 

Beh, dopo tutto questo ho deciso di dire BASTA.

Cosa
si deve fare per poter sperare un giorno di vivere non dico una vita dignitosa, ma perlomeno una vita che non si riduca a spaccarmi la schiena per arrivare a stento a fine mese mentre vengo vessato dal mio capo? 

Io potrei anche sopportare, ma cosa ne sarà dei miei figli? Dovranno vivere nelle mie stesse condizioni, perché il loro padre non ha avuto le palle per alzare la voce quando era il suo 
momento? 

Ragazzi, io ho 31 anni. E il mio momento è adesso. Forse non servira’ a niente, ma ho deciso che per una volta nella vita voglio andare fino in fondo. Voglio che questi manigoldi che 
vorrebbero ridurmi a una non-persona per una volta sentano la mia voce.

Per questo andro’ a Roma con l’unico mezzo di trasporto che posso permettermi attualmente, la bicicletta. 

Farò tappa nelle principali citta’ italiane, e mi fermero’ davanti ai comuni indossando un naso rosso e giocando con le palline da giocoliere.

Un cartello al mio fianco reciterà: 

“ITALIANO, 31 ANNI, INVALIDO CIVILE, DISOCCUPATO DA 2 ANNI. SE DEVO FARE IL PAGLIACCIO PER POTER VIVERE ALMENO ABBIATE IL CORAGGIO DI USCIRE E VENIRE A DIRMELO IN FACCIA”.

Girero’ con una telecamera, in modo da riprendere le reazioni della gente comune e delle istituzioni riguardo a un problema che non e’ solo mio, e che non si risolverebbe semplicemente trovandomi un lavoro. Ci sono 6 milioni di persone nelle mie stesse condizioni in italia, e in molti casi hanno una famiglia e dei figli da mantenere. Se nessuno prova a fare niente, le cose non cambieranno mai. 

Chiunque possa darmi una mano anche solo con un consiglio è gradito, al momento per partire mi mancano: 

- bisacce da bicicletta

- un fanale! 

- una tenda possibilmente 2 second monoposto per eventuali emergenze climatiche

- un po di visibilita’ (e qui entrate in gioco tutti)

- un posto dove stare nelle prinipali citta’ italiane

L’itinerario sara’: 

TREVISO 
VICENZA 
VERONA
MANTOVA
BOLOGNA
FIRENZE
SIENA
GROSSETO
VITERBO
ROMA

Comunicherò le date appena avro’ un programma preciso. 

Se qualcuno ha già fatto dei ciclotour sarebbe utilissimo sapere cosa è utile in queste escursioni. Ringrazio chiunque abbia voglia e tempo di aiutarmi…spero di potermi sdebitare un giorno. 

Sincerely, 
Tom Tatum   



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Una rosa di venti




Stia con noi, qui con noi

Stia con noi, qui con noi



C’è vento stamattina.
Loro sono di là che suonano ognuno i propri strumenti.
Non stanno in cerchio, sono sparsi, chi sul divano, chi sul lampadario, chi sui fornelli.
Hanno forme non umane e sono ricordi. Da qui arriva qualche nota stridente, altre armoniche.

C’è vento stamattina.
Un vento che la signora cuoca che lavora dalle suore è dovuta uscire con il golfino per andare a buttare la spazzatura di rifiuti organici. Li stava per buttare nella plastica. Deve essere stanca.
Sbraccio dalla finestra, però, perché la signora stanca ha una gran faccia da donna che ascolta e si prende cura.
“Signora, sono qui con i ricordi che mi strimpellano! Signora, mi vede?
Signora salga un attimo, mi spieghi cosa si fa con i ricordi che ci danno di contrabbasso e violino in contesa con l’archetto.
Che si fa?”
Non mi vede, rientra.
“Mamma mia che freddo sorella!” avrà di certo detto a una suora, appena entrata, scrollandosi Eolo dalle spalle.


Allora sono andata in sala, con fare solenne e passo felpato.
“Devo congedarvi, signori, signore.”
Hanno preso a suonare più forte. Si è anche spaccata una finestra, dannato vetro friabile e inutile.
Mi sono messa in ginocchio perché non ci credevo.
I pezzi di vetro si sono incromati e ricomposti, riassemblati insieme come sferette di mercurio che non possono stare lontane.
Con un salto aereo spontaneo si sono fatti una cosa sola, grande e circolare.
Un rosone dai colori pazzeschi.
Il rosone si è piazzato lì, proprio dove era la vetrata che dava sul terrazzino.
C’era narrata una storia dentro, come un arazzo di Bayeux, l’arazzo della regina Matilde.
Ho potuto vederla per qualche momento e mi ha rivelato futuro denso.
Poi l’ho spaccata io di mio pugno. Meglio vivere che spiare.


Vado a parlare con gli animali, occhi sparsi al vario, alle cose che ancora non hanno nome.
Vado a parlare con piccoli pezzi di prato che mi riportano a un verde conosciuto e abissale, dentro me.
Mi aspettano pranzi con donne degne del tratto di Fellini e uomini degni di racconti su quelle stesse donne, su amici che hanno tradito e su volti che hanno mentito o provato a ingannare. Ci saranno anche uomini che sono stati fermi su un’isola per molti anni.
Ancora diranno che è sembrato loro un attimo.
Anche donne di una classe mostruosa e di una gentilezza potente.


“Antartide, Cuba, Brasile, Norvegia.” dirò, al cameriere.
“Bene, signorina. Cottura?”
“Media.”
“Scelta posti?”
“Qualsiasi.”
E porterà, uno per uno, quattro piatti. Li aprirà sotto ai miei occhi, togliendo il coperchio con fare galante.
Ciascuno con due biglietti, di andata e ritorno. La cottura indicava la classe e i posti i sedili, ovviamente.
Poi mi alzo e invito alle danze la mitica indiana che racconta le storie con il viso e il corpo anche.
Quando lei finisce (in realtà non finisce mai),
tutti i commensali si mettono a meditare, tranne le donne grasse che vorranno preparare un tiramisù.

Chi vuole celebrerà il movimento nelle forme che sa.


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