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Le sopracciglia ridere

 

 

Mi manca tanto vederti correre, mi manca sentirti la risata, mi manca tenere lo sguardo sul tuo con lo stesso afflato di un cane che dà la zampa.

Aveva scritto così su un quadernino rosso e bianco. Intanto, fuori, pioveva a tratti e un cagnolino piccolo provava a mordere sul collo uno ancora più piccolo.
Non c’era campo che non le ricordasse quell’amore consumato dentro a certe risaie, dietro i rumori dei cacciatori.
E non c’era città che non avrebbe voluto visitare insieme al suo amore, dopo quei mesi.
Invece, si ritrovava sempe a viaggiare da sola, tra gente che più o meno voleva dirsi civile o qualcosa del genere.

 

Mi piace starti vicino perché è come se tu sapessi di cosa è fatto il silenzio.

 

Ma dopo questa anima, non ne erano arrivate di intense. Molti ciarlatani con le labbra sottili. Non interessati alle essenze.
Gente che ti incontra e pretende di insegnarti, senza nemmeno aver guardato cosa ti anima.
E da quell’incontro sempre più spesso era accaduto che, lasciando scorrere il rubinetto, avesse visto nell’acqua parole.

Vale la pena scegliere bene chi ci guiderà.
Si deve scegliere qualcuno disposto a sorridere quando non si guarda nella direzione che indica il suo dito.

 

Vale la pena scegliere chi ci fa stare come a casa, come quando si è a casa con una certa posizione del corpo o si corre dimenticandosi della fatica, sentendosi vivi. Mi preme vederti le sopracciglia ridere di nuovo, prima di andare. Ovunque si vada, poi.

 

 

A riflettere sul confine tra libertà e purezza, andiamo gli aveva detto. E l’aveva conquistata così.

 

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La pace che andate cercando

 

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Oh cos’è questa insoddisfazione, di quando un giorno, davanti a un cereale bollito, ci si trova a pensare che non è negli umani che si deve cercare una forma di soddisfazione, ma altrove. Oh mamma mamma cos’è questa crudeltà che si dovrebbe rifilare ai nostri simili? Questo aver capito che comunque noi umani non diamo roba buona o che, in certi casi, siamo subito pronti a riprendercela indietro. Oh mamma mamma come si mischia questo sapere circoscritto a quello sommo? 

 

Non la so nascondere la disperata ricerca, alcun la fingono pacifica. Ci ho provato, non riesco.
Non sono giusta, non sono retta e, di tanto in tanto, nemmeno tollerante.
Auspico a un po’ di sofferenza per coloro che la infliggono a chi vuol stare bene, alla larga da brodo di carne e tossico maiale, alla larga dal cibo pro tumore, alla larga zallo zucchero avvoltoio. O forse si dovrebbe augurare bene anche a chi non ci lascia stare, si dovrebbe, sul piano ideale.
Non vorrei riempirti di silenzio perché poi torneresti a chiedere “Cos’è? Stai male?”, e dover di nuovo spiegare che solo il silenzio certe volte può curare. Il silenzio dentro me, tu parla, ma trova qualcosa di sensato da dire, che del dentifricio non me ne frega niente. Dei dolcetti anche meno.
Solo il silenzio, una stanza o al massimo un letto e lo studio dell’animale umano.

 

Il male c’è perché nemmeno il bene c’è, non c’è niente. Smettetela. Non c’è. Smettetela. 
Smettetela di dire la spiritualità come una cosa che vi fa sicuri. Nessuno è in sicurezza.
Queste stesse cinte che cercate vi trasformano in splendide trachee dorate, accalappiate. 
Nessuno è in sicurezza.
La pace che andate cercando non alberga in un pranzo la domenica al ristorante, non alberga in una cortesia per l’ospite di turno, non alberga nel sonno del sesso, non alberga in queste splendide roccaforti con riscaldamento e apribottiglia geniale.  
La pace che andate cercando non c’è. 

 

Le belve si preparano da sempre a ruggire con lo zoccolo contro il terreno. 

Le belve abitano dentro.
Non ci si fa pace con quelle.

Storditi di droga ma obbedienti. Penosi e non nel senso della carità.
Restare lucidi e presenti, domandarsi.
Viene da mangiarsi le mani per quanto è dura. 
Nella ricerca del morbido c’è anche il duro.
E se tutto è molle niente si pone in essere, niente di luminoso. 

 

Bocche riempite di agiografia, penosi. 

 

Dov’è finito quel perdersi con un dollaro?
Cucinare per un totale sconosciuto, accoglierlo dentro, trovarsi un nuovo rapporto di sangue dall’altra parte di mondo.
Che fai quando una belva ti carica contro?
Quando la belva è dentro e ti carica contro. 

 

Quando le mani vogliono battere il ritmo.

Le mani giunte veramente sono come le mani che battono il ritmo.

 

Il vero nocciolo spirituale che sta dentro alle cose, avvoltolato come un bozzolo, quello fa tantissimo rumore.
Talmente tanto che è pace.
Credo in un solo dio ovvero la magia che sta nelle cose. Ma comprendi che di dio non si tratta, parleremo dunque di attenzione per osservarla, questa magia.
Attenzione. Che non è un fottuto dio, e non è né unico né maschio né maiuscolo.

 

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Avena per il gran dentato

 

Serratus anterior muscle

Serratus anterior muscle

 

 

Sul fare della sera, sul punto di farla finita circa il bivio tra sciamanesimo e anatomia classica, ho preso in mano questa cosa che viene detta degli uomini, e cioé che non sono divinità.
Senza rimanersene al sicuro ma restando mobili, come si fa nel dinamismo a non perdere potere nel senso di conoscenza perseguita con centro?
Le parole sono vuote, Messia salva te stesso, direbbe qualcuno. 

 

Più conosco le religioni più le vedo uguali.
Più si entra nei movimenti più si comprende che ce n’è uno unico.
Da sola ho potuto constatare che il disonore non esiste, se non in frammenti di ciò che credi la gente dovrebbe pensare di te. 

 

Se si dice viaggio alcuni intendono fuga, ti verranno a dire che te ne sei andata lontano per fuggire da qualcosa. Cagate.
Lo dico con forza e grazia: cagate.
Si va lontano perché il mondo è tanto e forse non è solo questo, l’unico disponibile, dico.
Il mondo è tanto come il macellaio lo pensa delle donne che arrivano coi seni al vento, pensa che sono tante e le vorrebbe tutte in una notte.
Sentendo parlare un maestro di yoga oggi non riuscivo a non pensare alle ghiandole endocrine.
Come le religioni si toccano, anche i modi di intendere il corpo nei vari sistemi anatomici.
Si deve insegnare alle persone a capire che la parola è potente, è una manipolazione dell’anima.
Come se qualcuno ti stesse bene sopra sulla colonna vertebrale. Riallinea la colonna, torna a far sorridere gli organi.

 

Non ci saranno malviventi ad assaltare la tua vigna se i frutti li dai. Semplicemente, li dai.
Il silenzio dell’universo è l’abbraccio degli amanti.

 

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Come what May




Pic | Adriaan Garritsen

Pic | Adriaan Garritsen




Scegliere la via dei simboli.
Un Dao caldo vicino che respira e ruota sull’asse. Volteggia.

Come le persone respirano.
Quanto il lavoro che fanno appartiene loro.
Quanti sanno rimontarsi una mensola.
Come sta la schiena.


Gli animali, anche in sogno.
E l’amore, che potenza l’amore.
Una chiamata per sapere come è andato il viaggio. 
Infusione di silenzio.
Non dire più ti prego ascoltami, perché è già dato, assunto, lo è sempre.
Scannarsi, anche. Poi con la testa contro la testa, abbracciarsi che è abbracciare il mondo intero.

Che potenza l’amore.
Ti rincorre.
Non mancanza o vicinanza per imitazione dell’altro.
Solo poche parole.

Epurazione dal bisogno.
Sorriso non forzabile o che esplode a caso per imbarazzo.
Sorriso non cercato coattivamente.
Sorriso quando viene.
Risata dotata invece di una sua passione, quindi appassionata, quindi, forse per questo, raramente manifesta.

L’amore senza preti.
L’amore mangiando cose buone.
L’amore mentre si leggono libri diversi nella medesima stanza e alcuna pesantezza è in aria.

Tenere testa al senso o alla sua assenza.
Insieme.

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