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Sintonia al mattino

 

Colazione Attrazione

Colazione Attrazione

 

L’attrazione spalmata sulla colazione. C’è una coppia bellissima seduta al tavolo con le sedie di plastica verdi. Ridono come chi la notte prima ha fatto l’amore bene e fanno colazione, ma una colazione che dura fino al primo pomeriggio. Lei ha sembianze di olandese alta ma snella, è semplice nei modi e il vestito anche è alquanto sobrio, color crema chiara. Sul suo corpo questa semplicità si assesta come una lucertola sulla sabbia, le ossa lunghe lunghe, da stangona nordica. Lui è leggermente più basso, sul deltoide destro ha tatuato il volto di un bambino che avrà su per giù otto anni. Non è elegante, non è pacato, non è formale. Indossa una canottiera blu-verde, i jeans e le infradito. I peli sotto le ascelle promettono lavoro fisico alle spalle. Ha una spontaneità tutta sua e sta perdendo i capelli sulle tempie, resta quel crine davanti come diabolik, solo che è biondo. Ha gli occhi buoni e il viso duro. Un uomo. Sembra proprio uno di quelli che diresti un uomo vero. Uno di quelli che quando è dolce ti fa sciogliere l’anima. Uno di quelli che non ti apre la porta per galateo ma col tempo ti apre il cuore, te lo mette tra le dita e dice: “Tieni, vedi quello che devi fare.” Il sedere di un ragazzotto in forma e i pettorali leggermente morbidi.

In questa colazione si dicono molte cose, ma una su tutte è importante davvero. Quando lei, con le gambe lunghe accavallate lo ascolta raccontare qualcosa sui Beatles, su come in fondo non gli siano mai piaciuti, lei non sa trattenere un pensiero a voce alta: “Potresti non essere tu quello lì, quello che sposi. Però sarebbe bello.” Lo dice lei e lui resta un po’ impacciato con un gesto appeso in aria, ma le estremità degli occhi si piegano subito verso il basso, come chi si commuove da dentro. “Ragazza mia se sei forte.” dice sottovoce battendo una manona sul tavolo di vetro.

Poi continuano a parlare, come se nulla fosse stato, continuano a parlare, gesticolare, stare appoggiati allo schienale. Quando vanno via lei gli lascia un pizzicotto sonoro sull’avambraccio destro. Camminano distanti e il giorno fa il suo dovere fino alla sera. Ai tavoli all’esterno sono rimaste strane grasse donne che parlano di guarigione e autoguarigione, mentre divorano uova spiattellate su panini affastellati di patate.

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Un grande repulisti


In modo molto sincero, bevendo dal mio vino, hai detto: “Il premier fotte e ci fotte.” E io sono stata a sentire. E quando qualcuno ha ricordato le orge romane, tu eri lì come sul triclinio, i tre divani assemblati. In modo molto spontaneo abbiamo raccolto le ceneri di questo paese e ci siamo guardati negli occhi ribadendo che l’importante sta in quello che fa il singolo. 

Mi hai chiamato di notte chiedendo poi, come una pulce insidiosa, un germe insidiato: 
“Ma tu, a Berlusconi, gliela daresti?”

Charlotte Roche è una scrittrice tedesca.
Ha offerto il proprio corpo al presidente Christian Wulff in cambio del veto sulla legge che prolungherebbe il funzionamento delle 17 centrali nucleari del paese. 

 

 

 


Quanto al nostro paese, sotto certi terreni ci sono cartucce di stampanti, lo credo non solo perché me lo ha detto Saviano, lo credo perché l’ho visto, equazione quasi biblica, apostolica, amen. Non basterebbe il mio corpo per salvare questa penisola cara a Goethe che ne vedeva solo i limoni o quasi?
Sono troppo vecchia per gli standard del Cavaliere e di certo troppo bassa, 1.65 non possono niente contro certi parametri da cubo.
Però non si fa che parlare di sesso qui, e intanto esce pure il libro di Melissa P. (Non è che volessi solo far la rima eh, un nesso c’è).


Se ne parla in un modo lontano dal sacro, del sesso.
Ma non è niente di ohmiodio, ce ne eravamo accorti tutte e tutti di questo dato di fatto. 
Accendi il televisore ed è così. Io non ho il televisore, ma.


Però, almeno, ci salva la letteratura, come è sempre stato, perdio, no? 
Manco a dirlo.  

L’Aspesi, su Repubblica, Cultura, Sabato 30 otttobre 2010, pezzo intitolato “Niente sesso. Siamo scrittori”

“Autori troppo giovani per sapere di cosa si parla, o troppo vecchi per ricordare “come si fa”.
Oppure è colpa della pornografia, che domina la nostra era e uccide l’immaginazione. [...] Allora, si può scrivere oggi un romanzo avvincente, magari d’amore, addirittura un best seller, non soffermandosi su penetrazioni, eiaculazioni, orgasmi, vagine, peni (nominati in modo più crudo), lingue, scroti, labbra su e labbra giù e anche il più riposto degli angolini genitali, masturbazioni, posizioni, fellatio, ect.? Oppure è possibile far dilagare penetrazioni, eiaculazioni, orgasmi, vagine, peni (nominati in modo più crudo), lingue, scroti, labbra su e labbra giù e anche il più riposto degli angolini genitali, masturbazioni, posizioni, fellatio, ect. in un romanzo non classificato come pornografico, senza avvilire il suo valore letterario? Risposta alla prima domanda: certamente. Risposta alla seconda: non sempre o addirittura quasi mai.” 

Riprendeva la parole di Martin Amis, la Aspesi, il sessantenne burbero scrittore inglese che a un festival letterario ha dichiarato: “Forse è possibile scrivere bene di pornografia, ma di eros è molto difficile.” 

Aiuto, lo scrittore manco mi sa raccontare il sesso. 

D.H. Lawrence pubblica “L’amante di Lady Chatterley” nel 1928 a Firenze.
Dichiarato osceno, viene messo al bando, per esser poi liberato solo nel 1960. 
Henry Miller, vi piace?
Marguerite Duras?
Anais Nin? 
Emmanuelle? 

Andiamo più indietro? 
Ci tocca riprendere Petronio?
Ci diamo sotto di Boccaccio?
A Elefantide? 
Oppure oh De Sade oh, dove sei.
Lo-lo-lo-Lolita.
Sexy, divertente Fanny Hill?



Diamine, che dobbiamo fare? 

Recuperare una sessualità laddove il retro del libro non esplicita il genere. 
Trovare sexy le donne glaciali e acciaiose della Ayn Rand, vedere il brivido quando Diabolik la afferra (la Eva) e il ciuffo si scompiglia, nei russi? Dostoevskij mmm da brivido alla schiena, e Nastenka fredda, non comprende.  Nel vestito blu di Miriam. Nel vestito blu di Miriam. 



Poi, cosa altro possiamo fare?  

Un grande repulisti, prima di Natale. 

Repulisti, Latinismo usato dal popolo per Spogliare, Torre via, Consumare interamente e quasi lasciar pulita ogni cosa, tratto dalle parole del Salmo 42, Quare me repulisti. 

Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana – Copyright  


Un grande repulisti prima di Natale. Promettiamocelo. 


Promettiamoci di guardare a tutto con gli occhi del nuovo, sapendo che c’è una erotoauctoritas. 
Promettiamoci di scoprire l’erotico nei libri non erotici dichiarati e di divulgare, dire, condividere.
Promettiamo, tra noi, di non sprecare fiato, perché già le prime pagine delle testate nazionali sono piene di culi e labbra. 


Wikipedia mi informa che Ruby è un linguaggio di scripting completamente a oggetti. Che non so che cazzo voglia dire, ma iniziamo da questo.
Dal ridare una forma concreta e utile  a nomi, cose, notizie. Anche nei dialoghi tra noi, se perdiamo tempo a parlare delle abitudini sessuali di un’altra persona, ci perdiamo tutta una serie di discorsi interessanti su come lavora il cervello, come si vive in Islanda ora, come funziona la Costituzione e come difendersi da chi cerca di modificarla, come sta il wireless in Italia per davvero.


Si perdono pensieri: PompeiPompeiOhdiaminePompei, schierarsi o non schierarsi, trovare il coraggio per baciarlo/a, ma solo Rampini può parlare di oriente?, ma Gifuni può prendersi tutto il cartellone del Valle a Roma?, ma il latte fa bene o male?

Si perdono scelte: decidere di leggere Voltaire, di comprare quel biglietto aereo, di aprire un agriturismo, di capire come funziona il meccanismo di certificazione bio, di scoprire le persone. 

Un denudare dal superfluo. Far piazza pulita di tutte queste schifezze. Iniziando inter nos.
 


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Clorofilla & Penninchiostro




Jean Reno - Leon, Luc Besson

Jean Reno - Leon, Luc Besson




Prendeva momenti di cara, pura luce diaframmatica.
Aveva letto che c’era un modo altro di fare l’amore, un modo energetico, non sfiancante.
Allora provò con il bibliotecario zoppo, l’uomo misterioso, l’incontentabile fruttivendolo.

Sul fare della sera, un giorno, beveva acqua in un bicchierino da caffé in vetro e si chiese
se anche con una pianta si poteva fare l’amore.

Ne comprò una.
Avvinghiò le radici all’inizio del cuore e le fece andare come vene varicose.
Ogni notte le parlava dei disastri del giorno andato. La pianta beveva le sue tossine e le risputava via.
In cambio chiedeva solo, silenziosamente: “Parlami, mi parli?”
E parlavano, tantissimo.

Una sera a una festa entrarono delle persone rumorose, si ubriacarono molto e provarono a scaraventare di sotto la piantina.
Ci riuscirono, in un attimo.

Al mattino, lei si sentì morire dentro.
Andò giù in ciabatte, raccolse la terra, togliendo da essa i pezzi di vaso spaccato.
“Ti ringrazio dal profondo del cuore per quanto bene mi hai fatto stare.”
ma piangeva mentre lo diceva.


Passò notti intere, con la sigaretta, affacciata alla finestra. Non poteva comprarne un’altra, non sarebbe stato lo stesso.
Passò notti intere con la sigaretta, affacciata alla finestra.


Fino a quando non arrivò la notte in cui sul balconcino si sedette, più con il sedere verso l’interno che non fuori, d’altra parte era al settimo piano.
Nostalgica, prese a carezzare la parte sottostante al davanzalino. Sentì una cosa dura e fresca. E verde. Era una specie di liana da cui pendeva una mini quercia che sfornava qualcosa. Un foglio. Lo staccò. Se ne generò subito un altro.


E mentre prese a scrivere questo accadimento favoloso, si accorse, con la coda dell’occhio, che il dirimpettaio pure aveva adottato una piantina.
Il dirimpettaio, un manager con famiglia ma la voglia di ritirarsi e riaprire la vecchia tipografia del suo bisnonno.
Quando lo incontrava sulle scale, lui glielo ripeteva sempre: “Quell’odore che c’è nelle tipografie, sa cos’è? Lo sa?”
E mentre facevano spesa assieme, lui le spiegava i meccanismi e gli ingranaggi di una catena di montaggio che sforna libri.
“Mio nonno ci si era ammalato ai polmoni e io voglio fare la stessa fine. Mia moglie non capisce.”
lei capiva, invece, e annuiva sorridendo a testa bassa, come le donnine orientali.

Insomma, mentre scriveva queste cose favolose nel foglio partorito dai residui della pianta,
ecco, vide lui in una specie di eterna espressione sbalordita, un “Ohhh” fissato sulla boccuccia spalancata.


Dalla sua liana uscivano penne e inchiostro, inchiostro nelle penne.
Penninchiostro.

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Lei divarica / Lui entra



Lilith

Lilith




Tutti sanno che lo scagliò giù, nel fondo conico, all’apice del peccato, dove la terra, da umida, diventa bollente, poi umida di nuovo.
Tutti sanno che il calcio glielo assestò bene, ma bene. Non ci fu niente di angelico, imparziale, delicato, luminoso in quel gesto.
Fu tutto sconnesso e in tempi orrendi, terribili. Secondo un ritmo unico, scandito dallo sprofondare.

Quello che non sanno è chè lì trovò la regina dei sensi tutti, con gli occhi di fiamma e ghiaccio.
Zittì i mostri che se lo volevano leccare per bene. Gli freddò la fronte passandoci sopra la mano affusolata.
“Principe, mio principe, ti aspettavo.
Il diavolo era provato, disgustato. Si passava la lingua sui denti affilati e bestemmiava senza sosta.
Mio principe.” ripeteva, strofinandogli la testa contro la spalla, come la micia peggiore.
Posò gli occhi su questa demone femmina mozzafiato, la prese per i capelli. La guardò.
Non smetteva di bestemmiare. Poi si zittì di colpo.
Lei rimase immobile, con le spalle contratte.

Si guardarono per un attimo come cielo e mare prima della tempesta.

Poi lui le passò l’indice affilato sotto il mento e lei si eccitò all’istante.
Divaricò le gambe. Lui entrò subito, senza staccarle gli occhi di dosso.


Così si generò tutto.
Tutto quello che di interessante ci sarebbe poi stato nella vita degli esseri umani, per intenderci.

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