POSTSPETTIVA DI
“Preparatio mortis”, Jan Fabre
Uscirne impreparati e nauseati. Non te lo aspettavi da uno spettacolo di un artista visivo/visionario come Jan Fabre, uno che ti apre e indaga, uno di crani e alveoli, che ti presta il viso multiforme per indagare l’espressione poi ti sputa tanto sperma quante tombe.
Buio al Palladium di cromopoltroncine. Musica. Mi sono preocupata subito. Una dodecafonia funebre a volume eccessivo. Indaghi tra i volantini letti e viene su un “musiche di Bernard Foccroulle.” E ti trovi a sperare che quello sia solo un momento volutamente tenebroso, che a bernard piaccia anche la variatio. Anzi, preghi in ginocchio con la mente, proprio. Come non detto. Manco per niente. Tetro e monolitico come un organo suonato in una cantina senza vino, piena d’insettoni con le gambotte pesanti. Oddio, non ne usciremo vivi.
Momento sepolcrale vestito di fiori, tanti fiori. Ammazza quanti fiori. Esce un braccio. Unico istante da fissare per via di respiro in quella cornice di gambi. Esce lei, poi? Embè. Faccia fredda come il marmo, indibbiamente bella, ma la cosa non aiuta, anzi. Faccia fredda e corpo perfetto con pretese di suscitare. Combo micidiale.
Ha la bocca a gallina e crea movimenti scattosi, alternandoli ai fluidi, tenendo forte il centro. Quando attacca con tipici movimenti sincopati vorresti alzarti e andar via. Poi si scopa i fiori, embè. Poi volteggia tanto per volteggiare. Poi coglie in aria frutti immaginari e se li ficca nelal bocca a gallina, mentre allunga gli occhi come a voler imitare una da videoclip della Sigismondi. Di lei Rodolfo di Giammarco (La Repubblica, Sabato 6 Novembre, “La coreografia dellamorte e l’arte sublime di Fabre“) ha scritto: “Un corpo che s’anima in modo felino, né provocante, né melodrammatico [...] Acquistando man mano la posa, i lineamenti d’una nobile figura giacente nei monumenti sepolcrali del Medioevo.”
O non so cogliere le cose o ho visto un altro spettacolo.
Perché a me Annabelle Chambon sembrava una manichina con tanto di chioma bionda e occhioni intensi a qualsiasi costo.
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Stacco. Seconda parte. La ritroviamo dentro alla teca, avvolta da un tepore che sa di bozzolo e processo invertito, morte statica o il suo contrario, fluttuante ritorno alla vita.
Intanto Bernard proprio non ne vuol sapere di variare sul tema.
A spettacolo finito si trovano applausi, Fabre mi sta proprio dietro alle spalle e la Chambron con vestaglietta nera e tacco alto lo raggiunge. Sono perplessa e mentre passo per uscire glielo dico guardandolo ma tanto non conta nulla.
Conta che il teatro è pieno di gente che si guarda intorno per assicurarsi di essere guardata e ammirata.
Conta che per caso mi imbatto in una donna tutta febbrile, che mi dice che questo spettacolo le ha ricordato una cosa che si dimentica troppo spesso, che possiamo morire. Ah, ecco. Nel senso che te viene voglia d’ammazzarti? Non ride. Però ripete la frase ad alta voce, come per trovare accordo con le altre sconosciute vicine e intanto dimena l’anellone con pietra verde accesa. Dice che è scossa e subito dopo la sento proporre una pizza qui vicino, conosco una pizzeria molto buona qui vicino.
Allora, Fabre, sono arrabbiata e mi rivolgo a te, che tanto qui la casta di spettatori è tutta una provincialata di maschere mal riuscite.
Ti chiedo,
Volevi rapirmi in un non tempo dentro cui pastrocchiare la non vita? Failed.
Volevi ricrearmi dentro un senso di nitore e buio insieme? Failed.
Un certo Beckett: Fail again, fail better.
Stavolta anche no, Jan, risparmiaci,
non ci indurre ad affondare nelle poltroncine con la mano sconsolata sulla fronte,
rimetti a noi i nostri gemiti,
non ci indurre allo sbadiglio
e liberaci dal banale.
Va bene, ma allora, direte voi, come ci si prepara alla morte, se questo spettacolo è stato quello che è stato? Allungare l’arto verso lo scaffale dove tenete il libello in cui Seneca si rivolge a Lucilio.
Uh, è un metodo talmente infallibile.


