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Dietro l’angolo, sulla via, sogni pastosi e squagliati (@ Mondo Bizzarro Gallery)


Bene, è l’effetto che fa a me. A me fa bene sapere che c’è un posto come Mondo Bizzarro e non lo dico per far marchette.
Trovarsi a Roma, in zona Nomentana. Ed entrare un attimo.

La mostra in corso si chiama “Visionary art” ed è un ensemble di opere di artisti diversi.
La primavera insomma ti accorgi che a Mondo Bizzarro a questo qualcosa di tumultuoso e bituminoso, come dire, gommoloso.

Ho scoperto questo Greg “Craola” Simkins.
Illustratore, fa dipinti, videoarte e anche videogames, credo.
La copertina del volume XIV del celebre e splendido Hi Fructose è sua.
I capelli schiacciati sulla fronte, li pressa il cappello. Faccia furbetta, pennelli e tatuaggi.
Fa delle cose contundenti e moffici insieme, questo ragazzo, che ha un gusto per il dettaglio pazzesco.
Occhi sonnolenti di saggi elefanti indiani dietro a zampette di capretta attaccate ad animali improbabili, belli gonfietti.

Come molti grandi artisti, lui prende materiale dall’infanzia, dai sogni, dai cartoni animati, dagli incubi.
C’era uno scrittore, dannazione non ricordo, forse era Dylan Thomas, forse Carver, insomma uno dei grandi, che diceva che il 90 % delle cose interessanti che un artista può produrre, le prende direttamente dalla sacca dei ricordi, anche dei primissimi ricordi.

Visitando la mostra (free entrance), trovate linee molto inchiostrate sporche, che ambiscono a forme tribali o implosioni di calamaio.
Supereroi con le fattezze dei tronchi e mostri viscidini. Vermi e serpenti, occhi, poltrone, reti,
Ha fatto anche altri lavori più varipinti, colorati, ma a me piacciono i primi, appena entri.
Perché sono come se sulla tela ci fosse un ventre caldino su cui si spalmano tocchi di onirico che hanno la consistenza del gelato o della panna, per intenderci. Perché i personaggi sono più pastosi, squagliati.

I dettagli, signore e signori, osservate i dettagli.
Matassa di cascami di sogni ingrigioliti e imperlati.

Qui trovate la voce e la faccia di Simkins, in forma di intervista. diretta da Joel Kuwahara.

Più in là, tra gli altri artisti, c’è anche Mike Davis, fondatore dell’Everlasting Tatto di San Francisco.
Con solitudini algide e morti annunciate.
Coccinelle enormi su tempo scandito.
Echi di storia d’arte olandese inzeppati di nuovissime disperazioni.
Rami ancestrali e pupazzi in lontananza.


Le mostre devono far questo. Farti scoprire cose, no?

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Antinferno




Salò o le centoventi giornate di Sodoma di P. P. Pasolini, Italia 1975

Salò o le centoventi giornate di Sodoma di P. P. Pasolini, Italia 1975





In metro, insomma, scrivevo. Davanti tutti con il cellulare. Un muratore stanco, alto e bellissimo, a mio parere.
Si siede, lo noto, ma incrocio lo sguardo solo prima di scendere.
Me ne accorgo alla fine, che somiglia a Yul Brinner con i capelli.
Mi guarda mentre mi alzo: “Hai scritto anche di quanto è bella Roma?
Sorrido. “Una dovrebbe star lì a scriverlo sempre.
Esco e sorrido.
Penso ai risultati delle elezioni, all’Italia in sé, all’immondizia,
a quei due che stamattin si sono salutate col saluto fascista e
a quelle che parlavano di smalto e darla via, pure al politico, se serve.
Provo a sorridere lo stesso. A rendere utile questa rabbia.

Con una cosa come la scrittura e il corpo. Ma sono i miei unici mezzi.

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Come la Licia







Licia Maglietta - Delirio Amoroso - Foto Cesare Accetta

Licia Maglietta - Delirio Amoroso - Foto Cesare Accetta







Una donna tosta e ben fatta, Licia Maglietta.
Ha la vaga attenzione mascherata (sotto c’è un pungiglione attillato e organi ricettivi pazzeschi) degli attori bravi,
quella che la si sfoggia in certe occasioni che hanno a che fare con il non teatro, ovvero la vita, gli scambi di parole con più e meno sconosciuti.

Gira per Roma e a Roma, al Teatro Valle, sta portando anche Delirio Amoroso, proiezione del film che è la “registrazione” artistica (diretta da lei e Soldini) dello spettacolo che Licia Maglietta ha portato in scena qualche tempo fa.

C’è la Merini dentro, pace all’anima sua.

Insomma, con la semplicità di una maga distratta.
Insomma, con l’onestà intellettuale di un’amica addolorata dalla sparizione del corpo fisico.
Insomma, Licia ti parla della Merini.

Te ne parla in senso colloquiale.

Dice che c’era Bossi al funerale della Merini.

Funerali di Stato, da uno stato che dell’arte fa i funerali ogni giorno, parole vere, le prime che sento così da un’artista.
Ero arrabbiata quando è morta la Merini, nessuno dei presupposti artisti, da nessuna arte, stava dicendo questa cosa.
Dell’averla lasciata senza un euro vaffanculo senza riscaldamento. Premetto che io di nomi di poetesse italiane ne sparerei molti altri prima della Merini, ma questo non toglie che una forma d’invasamento lei lo aveva. E spesso sto lì a pensare che sarebbe accaduto ai suoi versi se tutta quell’energia creativa (sia in senso materno che letterario), tutta quella rabbia per l’arbitrarietà che ti viene tolta, se sei, ups, pazza. Se tutto questo fosse stato declinato nel senso dello stupore, della carne vissuta.
Comunque.

C’era Bossi e dice che Bossi ha dichiarato alla stampa quanto profondamente la Alda fosse amica della Lega.
E Licia si sente male. Io pure ho una specie di reflusso gastrico preoccupante in quell’istante.
Al funerale, c’è un cordicciolo oltre il quale possono passare solo i potenti di questo Stato.
E la Licia non la fanno passare.
C’è uno al telefono a fianco a lei che, durante il funerale, cerca di far editare i foglietti che l’Alda gli aveva scritto (era generosa, dice la Licia).

Licia è stata brava in quello spettacolo.
Mettere in scena la pazzia è quanto di più vicino al rischio banalità in ambito teatrale.
Ti tocca far finta di avere dentro un mondo cui DEVI fortissimamente devi rispondere, un mondo con sue dinamiche interne,
un  mondo che si appende a parole e robe troppo grandi che a pensarle ti viene da fissare il vuoto.
Ci sono sigarette che devi tenere in un certo modo e ballettini da improvvisare su una qualche canzone di Celentano.

Licia è stata intima, come si dice di due amici, che sono intimi.
Licia è intima con gli spettatori, con se stessa, perché non sta lì a FARE L’ATTRICE.
Sta lì a entrare dentro, anche a scavarsi dentro, pare. Barava a riallacciare versi, intessere il monologo, spuntare le troppe ambulanze in favore del troppo amore.
Licia è intima anche mentre si sistema le tette e parla degli inguini e degli occhi dei poeti.

Allora forse se nessuno ha sputato questa cosa della povertà cui era stata relegata, che è sintomo dello stato di salute della poesia in Italia, allora mi viene di pensare che magari era perché i veri intimi stavano soffrendo troppo, nel mentre.
Prima di risbucare fuori, come nel caso di Licia.
Con gli occhi grandi e le sopracciglia alla Ardant.
Con le braccia spaventosamente femminili e la presenza ginecatartica.
E fortuna che ci sono. Così ce ne parlano in modo intimo.
Come la Licia.



Delirio amoroso

un monologo di Licia Maglietta su testi di Alda Merini
costume
Katia Manzi
luci
Pasquale Mari
suono
Daghi Rondanini
direzione tecnica
Lello Becchimanzi


una produzione Teatri Uniti a cura di Angelo Curti


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TEATRI UNITI
LICIA MAGLIETTA

SPETTACOLI
16.21 febbraio MANCA SOLO LA DOMENICA

FILM
17 febbraio DELIRIO AMOROSO

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Molto in là

Mi ricorderò di quando era mattina e
vedevo le alghe affiorare su dal pozzo e mi dicevo se basta tanto poco per essere superstiziosi ma la superstizione è una faccenda da ignoranti.
E andrò a trovare Roma, quella città bianca e violacea, quei fianchi di donna matrona.
Vorrò rivedere anche visi senza bozze da smog, mani senza ansie da blog. La scrittura mi porta molto in là.
Se torno, siete autorizzati ad offrire delle arance, come si fa in prigione.
E potrete stare solo pochi minuti a parlare con me, dopo mi azioneranno quel dispositivo anti-poesia che funziona così bene al giorno d’oggi.

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