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Zittete, se balla


E’ che Roma è così, capito?
Scendi dal treno, allunghi il passo, che ti porta oltre la fermata metro che dovresti prendere.
Allunghi ancora e quando il peso della borsa si fa sentire ti dirigi verso la fermata più vicina al punto in cui sei arrivata.

Ma intanto, di lontano,
una musica elegante e brutale assieme.


Ma che fanno?
Mica staranno ballando il tango a Piazza Vittorio?




E invece sì.

Ballano proprio il tango a Piazza Vittorio.

E i visi sono schiacciati, la maggior parte di loro sta ascoltando l’altra persona con cui balla, sta aderente col viso, fregandosene di te che guardi.
Piazza Vittorio diventa la palestra di ognuno di loro, la palestra o la sala da ballo di sempre.

E tu che stai guardando non esisti.

Splendido. A NY mi è capitato di trovare esattamente l’opposto. Quel mettersi in mostra sempre e comunque.
Ma è proprio così, questi ballano il tango e tu non devi da ruppe er cazzo.


Ma questi ballano il tango per davvero, limortacci

Ma questi ballano il tango per davvero, limortacci



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Levatemi tutto ma non la mattina


Monica Vitti

Monica Vitti



Il tipo attopato dentro l’edicola ha gli occhi di un celeste minerale, che tanti ex tossici o tossici hanno gli occhi più belli, che strano, no? Me lo dice mentre mi passa il pane del finesettimana, fogli e inchiostro.
Me lo dice piano, mi dice, quando gli chiedo come sta: “Meglio qui che dove ero prima.”
E allora immagino buchi, sguardi nostalgici a donne più finite di lui, gambe sporche di quando ha piovuto e becchi la pozzanghera in pieno, schizzi di metropoli nell’anima
Gli dico: “Ma stavi sempre qui?”
“No, bazzicavo un altro quartiere.” e alza il dito verso destra come a voler sfondare i km con l’indice.
Poi si rende conto che non ci riesce e allora agita la mano come a frollare via acqua, come quando mandi via gli schizzetti.

La frutta pesata con la bilancia a due piattini quasi di ruggine. Una birra parla con i piccioni sugli scalini.

I piacioni de Roma che ti raccontano le tue tette e la tua “fragranza”.


Residui di notte. Non si è fatta sedurre da lui che hai il fisico stretto
e l’acconciatura che gli toglie il sorriso,
gli occhiali per forza quelli e l’attenzione assoluta per quel che gli altri diranno di lui,
di quanto sei glam, di quanto sei beat, di quanto sei europeo, chic e minimal.

Un’unghia mangiata per l’insicurezza quando nessuno la sta guardando e non sa più come tenere il bicchiere, ma il collo lo tiene
tiratissimo, che la cervicale dovrebbe farle causa per tenerla così in tiro.
Non farti sedurre da queste cose, per favore. Tuttofintotuttofintotuttofinto.
Non farti sedurre, se dentro essenza non c’è. E ridete cazzo e smollatevi n’attimo, madonnina.


Ma non ci facciamo sedurre dall’inutilità, perché il sole disinfetta tutto.
E la mattina di sole ne ha tanto.


Vorrei solo con te adesso sorseggiarlo il caffé e ributtarci al letto, se ci va, ributtarci al letto e sentire quel silenzio delle cose, quella pace che ha poco d’umano, quella quiete che è moto armonico, quella pelle che si cerca e gli occhi che virano in funzione e in direzione del meritato riposo. Occhi colpiti da mille immagini e orecchie che cercano suoni sempre. Tra un po’ ci sarà la spesa nel frigo, l’assoluto fare come ci pare.
La caffettiera matrona troneggia sul fornello e la ciotola parla, insieme alle chiavi e agli occhiali da sole abbandonati sul tavolo.
In fondo, potrei svegliarti tra qualche ora, richiamandoti a una doccia agli agrumi.
E poi vediamo come fanno un barbecue quelli del quartiere o semplicemente ti dico i titoli del giornale che ho preso mentre ancora affondavi nel piacere del nulla, te li dico random e tu ne scegli uno e ci riaddormentiamo, diamine, proprio quando avevamo deciso quale leggere.

Ma non importa.

Non c’è fretta

Non c’è fretta

Non c’è fretta



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Il grande blu


Jean Marc Barr dans "Le grand Bleu" (Luc Besson)

Jean Marc Barr dans "Le grand Bleu" (Luc Besson)



Sotterranei urbani ferragliosi, famigeratissimi, con carte stracciate e sputi per accessori.
Cammino con la bella sensazione lenta di camminare dopo che tutto è fatto, anche il tramonto, vestita nell’amato bianco/nero, tacchi stacchettano, mano in tasca, la destra.
Un uomo alto, accento milanese, sopracciglia scure grosse, occhi verdi come averli lì fosse stato un bellissimo errore di qualcuno.
“Mi scusi. Direzione Laurentina?…” Voce molto squillante, son sorpresa.
Guardi, hanno cambiato qualche giorno fa i percorsi, ma trova le indicazioni. Basta che segua le scritte laterali che dicono Linea B.”
“Linea B” ripete, ma con voce bassa stavolta. Uh che voce profonda.
Annuisco con ferocia.
“Sì, deve seguire le frecce blu.” pausa “Insomma, segua il blu. Sì, ecco, SEGUA IL BLU.

Adesso lui sorride sotto la barba, invasione pulitissima che spunta dalla pelle idratata.
Mi rendo conto di averlo detto con foga. Molta foga.

SEGUA IL BLU


Comunicazione di servizio:

Vedo visi disorientati di romani o turisti o lavoratori pendolari o insediati da poco a Roma.
Davvero, basta seguire le frecce a terra o le indicazioni sulle pareti.
Se fate così, non sbagliate di certo e ne uscite vincenti dalla nuova distribuzione di direzioni.

Ne uscite fieri e flessibili.
Come nella vita sempre si dovrebbe.

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Dietro l’angolo, sulla via, sogni pastosi e squagliati (@ Mondo Bizzarro Gallery)


Bene, è l’effetto che fa a me. A me fa bene sapere che c’è un posto come Mondo Bizzarro e non lo dico per far marchette.
Trovarsi a Roma, in zona Nomentana. Ed entrare un attimo.

La mostra in corso si chiama “Visionary art” ed è un ensemble di opere di artisti diversi.
La primavera insomma ti accorgi che a Mondo Bizzarro a questo qualcosa di tumultuoso e bituminoso, come dire, gommoloso.

Ho scoperto questo Greg “Craola” Simkins.
Illustratore, fa dipinti, videoarte e anche videogames, credo.
La copertina del volume XIV del celebre e splendido Hi Fructose è sua.
I capelli schiacciati sulla fronte, li pressa il cappello. Faccia furbetta, pennelli e tatuaggi.
Fa delle cose contundenti e moffici insieme, questo ragazzo, che ha un gusto per il dettaglio pazzesco.
Occhi sonnolenti di saggi elefanti indiani dietro a zampette di capretta attaccate ad animali improbabili, belli gonfietti.

Come molti grandi artisti, lui prende materiale dall’infanzia, dai sogni, dai cartoni animati, dagli incubi.
C’era uno scrittore, dannazione non ricordo, forse era Dylan Thomas, forse Carver, insomma uno dei grandi, che diceva che il 90 % delle cose interessanti che un artista può produrre, le prende direttamente dalla sacca dei ricordi, anche dei primissimi ricordi.

Visitando la mostra (free entrance), trovate linee molto inchiostrate sporche, che ambiscono a forme tribali o implosioni di calamaio.
Supereroi con le fattezze dei tronchi e mostri viscidini. Vermi e serpenti, occhi, poltrone, reti,
Ha fatto anche altri lavori più varipinti, colorati, ma a me piacciono i primi, appena entri.
Perché sono come se sulla tela ci fosse un ventre caldino su cui si spalmano tocchi di onirico che hanno la consistenza del gelato o della panna, per intenderci. Perché i personaggi sono più pastosi, squagliati.

I dettagli, signore e signori, osservate i dettagli.
Matassa di cascami di sogni ingrigioliti e imperlati.

Qui trovate la voce e la faccia di Simkins, in forma di intervista. diretta da Joel Kuwahara.

Più in là, tra gli altri artisti, c’è anche Mike Davis, fondatore dell’Everlasting Tatto di San Francisco.
Con solitudini algide e morti annunciate.
Coccinelle enormi su tempo scandito.
Echi di storia d’arte olandese inzeppati di nuovissime disperazioni.
Rami ancestrali e pupazzi in lontananza.


Le mostre devono far questo. Farti scoprire cose, no?

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