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Tecnica e spirito – Osservare le meduse

 

 

L’esplorazione marziale prosegue.
Si allarga l’orizzonte del movimento, il repertorio dei gesti.
Sto sviluppando un mio pensiero personale che non credo sia originale ma non riesco a smettere di formularlo e ri-formularlo e ri-formularlo, specie ora, dopo 3 mesi di pratica intensa tra qi gong, yoga taoista e tai chi e fusione improvvisa inaspettata con il lavoro di Naomi Milne, le cui classi mi mancano da morire, anche per questo tornare a Santa Fe, dopo San Francisco e Los Angeles, sarà bellissimo.

 

TECNICA
Allora, il punto è questo.

Nel tai chi di stile Yang si accentua molto l’apertura dell’ombrello, la posa regale, il peso sulla gamba che sostiene la sequenza.
Nel tai chi semplificato trasmesso da Chen Man Ching, che a quanto pare  ha la meglio qui negli USA (forse perché, in apparenza, facile, spendibile, allettante per chi vuole imparare una forma e via), i gomiti sono interni, In nessun caso il ginocchio si flette interiormente o le spalle guidano. Io però ormai sono entrata nel pensiero delle spirali da cercare nel corpo, non posso più vedere se non con questo filtro bellissimo; ecco perché ora capisco le lontane parole di un amico che mi disse che sarei facilmente caduta in amore con lo stile Chen.

Ognuno fa quel che crede e tutto va bene, ma ora ho parole per dire ciò che noto: molti insegnanti (specie quelli occidentali) dello stile Yang o del semlificato, puntano tutto sul movimento minimo dall’esterno e sul condurre una pratica che sia basata sull’immobilità e le radici che partono dai piedi e affondano nel centro caldo della terra, per usare una metafora che mi viene ora. Così facendo però molti finiscono con l’irrigidirsi, specie nella zona sternocleidomastoidea. E’ come se a forza di dire che le braccia non fanno niente e il collo non fa niente, questi ultimi si glaciassero del tutto. Di certo il qi (ch’i) non fluisce, s’annichilisce prima di arrivare al petto. Il che non è bello affatto. Il mio interesse invece è nel mantenere molte spirali che partono da sotto sotto e percorrono il corpo in più direzioni, slanciandolo verso l’alto.

 

SPIRITO 
La disciplina e l’irrigidimento del collo vanno insieme. Non avendo una formazione da ballerina o da trainer di girotonica o che ne so io, ero molto vicina a prendere questa direzione, senza che davvero ne fossi consapevole. Con questa visione nuova sul movimento (non posso dire occhi nuovi, perché sono gli stessi con cui seguo il mio maestro Enrico Vivoli), poso dire che vale la pena osservare le meduse, come ho fatto ieri alla California Academy of Science di San Francisco (disegnata dal nostro grande Renzo Piano) non so per quanto tempo, forse un’ora. Queste creature planctoniche originano il movimento dall’immobilità e viceversa. Per cui, ridere, respirare, muoversi in più direzioni durante una lezione. Il bilanciamento sta nel mantenere il carattere della sequenza, se serve, quando serve. Non tradire l’arte marziale ma sperimentare. fare le applicazioni ma tenere caldo il corpo con l’imprevisto del colpo che arriva o del farsi vento in un attimo. Saltare, ridere. Altrimenti è una lezione persa.

Concludo dicendo che ho ottenuto il sì per lo stage del Tamalpa Institute che si terrà qui a San Francisco. Uno stage di un giorno nel fine settimana, con esplorazione ra arte marziale e altre forme di movimento espressivo. Molto importante. Poi si vola verso la culla dello stile Chen per una settimana, Chen Bing Academy.

 

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Pratica e vino

 

 

La pratica procede. Il lavoro che ho ora da remoto mi consente di gestirmi bene, anche se diventa difficile stare ore davanti al pc, allora mi metto in posizioni che intanto allungano gli arti, specie quelli inferiori. Chi lavora con me ha capito quanto importante sia e potrò stare un po’ di più.

 

APERTURA

Le gambe strillano perché hanno capito che le anche vogliono o vorrebbero aprirsi.

Al mattino, due volte a settimana, faccio lezioni di movimento, molto presto, con un’insegnante fantastica, Naomi Milne. L’apertura delle anche si rispecchia nell’apertura del mio femminile, dentro. Che sbraita e adesso esce di più. Non parlo di frivolezza, parlo di Yin puro, per quanto noi umani possiamo avvicinarci a quelle due forze immani che il padre della macrobiotica chiamava “le mani dell’universo”, come mi ha insegnato il mio collega di tai e cuoco meraviglioso Sauro Ricci.

 

QI GONG

Faccio la forma Yang tradizionale quasi ogni giorno. Poi si passa al qi gong. Che è sempre un modo ulteriore per aprirsi all’imprevisto e contemplarlo.
La qualità del qi gong che pratico qui è molto buona. A volte le dita sudano dopo poco tempo dall’inizio della sessione.
Credo anche mi si stia velocizzando il metabolismo, forse è anche per questo, non so.
C’è una spiegazione sui meridiani che correda sempre il gesto e questo ho cercato per molto tempo.
C’è anche un innesto di molte cose che non credo appartengano al qi gong,
una poesia in più – che a volte si traduce in fronzoli- interna all’anima di chi trasmette e dunque nulla si può e forse si deve contro ciò.
Credo sia dovuto alla trasposizione di una pratica sacra orientale in occidente e la fame spaventosa di poesia che abbiamo oggi come oggi.

 

YOGA E TAO

Lo yoga daoista.
Che dire. Le torsioni, potrei parlarne per ore.
Del “semplice” sedere comodamente a gambe incrociate, che per me richiede, strano a dirsi, lavoro. Molto lavoro. 
Non so se sia per la mia conformazione fisica o perché non siedo e non mi sono mai seduta così; credo sia conformazione, perché in generale non sono a mio agio con tutte le posizioni da seduta.
Fatto sta che le gambe iniziano a stare comode in Sukhasana solo ora, dopo due mesi quasi, e le ginocchia piano piano scendono.
In ogni libro è descritta come una posizione facile, quindi all’inizio è stato abbastanza un colpo al mio orgoglio.
Continua a esserlo, la fatica è immediata perché i muscoli lavorano contro la gravità.

Allora cerco di sedere con le anche più alte rispetto alle ginocchia, metto un blocco di legno sotto, come mi ha suggerito il maestro con cui sto studiando ora. Quando gli ho detto: “Ma se metto il blocco non apro mai, le ginocchia non si abbassano mai.” E lui mi ha spiegato che non è così, che se non lo metto rischio di lavorare con i muscoli sbagliati e comprimere quelli addominali e che piano piano le ginocchia scenderanno. E l’ho ringraziato, perché avrei rischiato di farmi male.


E’ un mistero come possa essere così poco flessibile in questa zona.
Ci sto lavorando anche con la respirazione e stando a ranocchia prima di addormentarmi.

Piedi, caviglie, ginocchia, articolazioni coxofemorali, bacino, mi pare che tutto stia cambiando.
Sto imparando a fare le flessioni con il dantien, allungarmi usando il respiro. 
Passare fluentemente da una posizione all’altra a volte è davvero sia tuffarsi che fare l’amore.


Le posizioni in piedi, in particolare Uttanasana (Piegamento in avanti), Vrksana (Posizione dell’albero), Virabhadrasana (Posizione del Guerriero) nelle sue varianti, Utthita Parsvakonasana (Posizione estesa ad angolo), Parivrtta Baddha Parsvakonasana (Posizione ad angolo con torsione), Trikonasana (Posizione del Triangolo, anche con rotazione)

Per le posizioni in ginocchio, posso dire di essere già da tempo in amore con Setu Bandhasana (Il ponte, per intenderci).

 

COSTUMI

Dimenticare se stessi, questo vedo riesce poco a questa popolazione, per quanto sia difficile generalizzare.


CIBO (Gu ch’i)

Di certo sono diventata più sensibile ai formaggi, non mangiandone quasi più. Non per scelta, ma perché qui costano tanto. Un pezzo piccolo ma davvero piccolodi Gouda te lo fanno pagare anche 12 dollari. Per non parlare dei formaggi francesi e di quelli italiani. Quindi, visto anche il protagonismo del mio intestino, tendo a virare verso le proteine del salmone o della carne. Anche se il salmone ha la meglio piuttosto spesso. La cipolla poi, che ho scoperto mi scalda molto.

Sto finendo il caffé inviatomi dalla tenera madre, è stato un pensiero bellissimo che è servito anche a capire quanto sia facile stare senza caffé, prima della spedizione per un mese sono andata avanti a tè. In generale, sarebbe interessante vivere sul segno del “quanto sia facile stare senza”, magari senza inoltrarsi in luoghi impervi (tipo le mutande ecco, quelle dai, vale la pena).

Stare senza bidet, anche interessante. Non da un punto di vista di cultura, ma di igiene profondo. In molto libri di pratica quotidiana taoista è scritto che l’igiene profondo dell’ano è importantissimo. Anzi, molti taoisti dedicavano a questa pratica diverso tempo, prima di andare fuori all’aria e mettersi letteralmente con il sedere contro il sole in modo che lo Yang annullasse i batteri.

Sono circondata da persone che vanno avanti a integratori, dietary supplement, Goldenseal, vitamina C, coenzima Q10. Possono anche pranzare con una manciata di mirtilli, un pezzo di pane di quelli da confezione e un burro di arachidi o pistacchi o mandorle. Quando mi vedono cucinare la pasta a pranzo rimangono un po’ così. Io continuo a pensare che nel mio piatto di riso con zucchine, pomodori e radicchio o nel mio primo caldo o in qualsiasi altra cosa, ecco lì ci sia il carburante per fare anche più ore di pratica continuativa, come accade la domenica. Io prendo solo l’alga spirulina consegnatami dalla mia Red Witch, (a proposito, momento pubblicità: Erboristeria del Pigneto, Circonvallazione Casilina, 22). Mi serve e mi è servita per il ferro. Ne ho una scorta necessaria per i mesi qui.

Mi guardano strana anche col bicchierino di vino alla sera.
E lì sono risate nette, perché ovviamente il vino non è contemplato (madonnina, certi vini dal Cile e dall’Argentina o dalla California, mmm), in questa cultura del sto-bene-mangio-bene-sono-rilassata-mangio-bio-credo-in-un-mio-dio-sorrido-guarda-quanto-sorrido-sono-tonica-sono-sociale-guarda-quanto-sono-sociale-anche-se-controllo-ogni-3-sec-l’iPhone-mentre-sei-vicino-a-me-o-altri-esseri-umani-lo-sono. Ovviamente, questa è una generalizzazione simpatica. Non sono tutti così, alcuni ti guardano negli occhie quando ti abbracciano ti abbracciano per davvero. E per fortuna, non avrei resistito una settimana altrimenti. C’è anche, in altre parole, chi sa godersi la vita, chi non è incastrato in religioni di cibo o di movimento che rispondono a divinità con tanto di nome e cognome, bel culo e bel sorriso. E qui andiamo sull’ego.

 

EGO

Se mai insegnerò, se mai mi sentirò pronta, voglio restare sul piccolo forse.
Per me gli eccessi di alcuni di questi maestri sono tutte lezioni. Mi arrabbiavo, prima. Adesso c’è da imparare, mi dico.
E’ tutto materiale su cui riflettere. Il maestro non gode se qualcuno gli è devoto. Di certo c’è un certo senso di benessere interiore nel vedere che la trasmissione funziona su binari interessanti, di certo c’è un piacere che è simile a quando si sorride chiudendo gli occhi. Ma, appunto, si sorride chiudendo gli occhi, non lasciandoli aperti per guardarsi allo specchio.

Allo stesso modo, approfondiamo sul fronte dell’allievo.
Qui spesso accade che le pause dalla pratica, metti anche solo una settimana di ferie in un altro luogo,
si trasformino, per alcune persone, in un inferno.
Perché si pratica con e soprattutto davanti al maestro ma poi la vocazione a farlo non esiste.

Il progresso personale luminoso del singolo viene azzerato dall’adulazione del punto luce unico.

Ti guardano con occhi disperati quando provi a dire qualcosa (ormai ho smesso), gli altri allievi: “Ma LUI ha inventato! Lui!” Riferito al maestro.
E io rido, perché è stato proprio un mio maestro a dirmi che nessuno inventa niente.

 

PAURE

Mi spaventa il mio ritorno in Italia per un certo ridurre e pensare piccolo, qui c’è l’opposto e i suoi lati negativi ovviamente (ad esempio, diventare, letteralmente, la business card, nel senso che una persona si esaurisce in quello talvolta). Ma se dici che vuoi scrivere e lavorare col corpo e viaggiare la gente non ti guarda come se fossi scema totale. Mi spaventa perché qui il mio ritmo è scandito dal movimento. Quando non lavoro mi muovo e conosco. Farò in modo di tenere questo ritmo o forse portarlo su un livello corporeo ancora più alto, ma non nascondo che la pigrizia mi spaventa e quindi tanto vale stringerle la manina.

Ho paura, papà, che tu sia troppo lontano per vedermi accadere.
Ho paura che tu stia soffrendo e non riesci ad andare dove devi andare.
Ho paura di non sentirti nell’aria come invece qui riesco, in questa fetta di terra detta mondo nuovo
.

 

VOGLIE

Vedere il Ghost Ranch, prima di lasciare il New Mexico. Vedere un alieno, prima di lasciare il New Mexico. Andare a Black Hole, prima di lasciare il New Mexico. Vedere il bimbo del mio maestro in Italia. Nuotare dopo aver speso un giorno con l’Oceano e aver solcato il Rio Grande. Riabbracciare quella quindicina di persone indispensabili che ti stanno dentro le vene, roba di osmosi di anime. Roba sacra.

E altre cose che non dico perché me le dico tutti i giorni, me le dicono le mie mani tutti i giorni.

In ultima istanza, viva er vino, viva Bbbacco, viva Orazio e Lao Tzu, viva la gente spontenea, viva chi viaggia, “viva tutto”.


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Misurarsi costantemente cambiando

 

 

Il lavoro sul qi può davvero temprare ogni pratica fisica.
Si possono fare addominali, flessioni, posizioni capovolte, combattimenti, vasche a nuoto, affondi.
Ma del lavoro sul qi non si dice o si dice con difficoltà.
Ho conosciuto almeno due maestri che potemmo definire delle Barbara D’Urso del qi. Ammazza se si riempivano la bocca di parole.

Il qi si coltiva e basta.
Si arano i giorni, col qi.

Qui dove sono ora la pratica è un far venir fuori e al contempo introdurre; un andamento biunivoco interessante.
Non ho ancora capito se la scrittura sta facendo bene alla pratica o è la pratica che tira fuori parole, ma definire questo punto è impossibile, forse inutile.
Forse la pace che respiro dentro a questo cielo tanto vicino al viso è avere la penna in una mano e nell’altra pronta sia l’applicazione marziale sia la cura per chi potrebbe voler coltivare un’arte così antica e delicata.

Non c’è un grande studio legato alla forma, che coltivo ogni mattina da sola; questo per una scelta consapevole del maestro in questa fase del suo trasmettere. Ma c’è un lavoro sottile in levare.

Sto unendo lo yoga taoista al qigong e al tai chi, come assemblato insieme dal maestro in questione.

Le mani che premono contro il tappetino in un’asana. Partiamo da qui.

Ci vuole in pancia un grande fuoco profondo come abisso di acqua.
Ci vuole leggerezza negli arti inferiori e alla testa e al collo, che si lasciano andare.

Ci vuole l’intenzione ferma che è il pieno nel vuoto. Ci vuole il contatto col terreno che è poi assorbimento ed espansione.
Lo stesso, lo stesso non si ritrova nell’esecuzione della forma, quale che sia delle infinite esistenti?

E allo stesso modo si costruisce un racconto o un romanzo o un personaggio.

Allo stesso modo ho visto agire nel mondo, con questa energia vitale, un’erborista con gli occhi pieni di passione.
Allo stesso modo mio fratello quando cucina e mi spiega le cose con un’efficienza marziale e ci aiutiamo nel percorso.
O mia madre quando  guarda le cime dei monti umbri o porta a termine qualcosa.
Nel mio primo maestro, quando combatte o parla del figlio in arrivo.
In una fotografa le cui vibrisse sono i potenziali scatti che la scovano mentre si muove nel mondo.


In te,
nei rari momenti in cui eri sereno e mi spiegavi gli anni ’70 e i numeri e i Peanuts e la teoria economica dei giochi e Dio o come vogliamo chiamarlo.

Quando facevi trillare le bacchette della batteria o imbracciavi la Fender.

Sei ovunque, perché la morte, sto vedendo, non è di preciso in nessun luogo. 
Questa strana apolide.

 

Sai, qui fa buio alle 21.00 (loro scrivono 9 pm).
Le vedove nere sono di casa, ma un’amica che pratica con me mi dice di non preoccuparmi, mi dice che sono shy, son timidine.
Ecco, però quando stamane mi son svegliata e sulla spalla destra c’avevo questo ragno voluminoso, ecco, una cosa stupida l’ho fatta, gli ho soffiato contro.
Non mi ha morso, s’è immobilizzato. Molto rapidamente l’ho sventolato altrove per poi accompagnarlo verso la porta.
Ma non mi sono allarmata più di tanto. Alla fine, il ragno è il femminile, il tessere, quindi il creare, dunque anche la scrittura, dunque anche il percorso della pratica.

Il saluto qui è un: come stai? Capito, proprio invece del ciao, detto di corsa, chiesto senza interesse. Ci resto sempre un po’ così, perché per me è una domanda un po’ impegnativa e non mi spiego come per un popolo sia entrata nel comune interloquire.

Il congedo suona come un: abbi una giornata strepitosa.  Ecco, non mi sento di augurare una cosa così a caso a chiunque, qui invece te lo dicono tutti e senza sentire assolutamente niente.

L’aggettivo huge va per la maggiore.

La solitudine che sento a volte ci riguarda a tutti in quanto esseri umani e sono felice di sperimentarla ora, anche se all’inizio mi aveva spaventata. 
La vicinanza che sento con certe nuove anime ci riguarda tutti, perché ha a che fare con i punti di contatto, le scintille tra vivi.

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Tieni alta la guardia ma perditi nell’abbraccio



"The Fountain", di Daniel Aronofsky (2006)

"The Fountain", di Daniel Aronofsky (2006)



Una buona pratica passa per le dita.

Si tratta di un momento molto particolare perché il piacere della trasmissione affiora sempre più. La trasmissione che passa per il gesto e gli occhi. Oltre alla forma tradizionale Yang ho iniziato a studiare con Daniel Villasenor, incontrato per caso nel percorso. Pratico con loro a Gubbio da circa 3 mesi e oltre. La settimana scorsa ero con la mia mano dietro alla schiena di una praticante per cercare di farle rilassare le spalle in una posizione che la irrigidiva non poco. Quando ho chiesto al maestro come fosse possibile aiutarla e ho ottenuto la risposta ho sentito molto caldo dentro, perché la mano ha avuto un effetto.

Il terreno è fertile perché ho trovato quel che da un po’ ricercavo, quella nota antica che fece risuonare yoga e tai chi insieme, su quella montagna, un tempo, forse mai nel reale. Il punto è che se lo yoga è unione e il tai chi crea sfere e lavora sull’energia che è al centro, sviluppa efficacia, ecco, insomma, la radice non deve essere così lontana. Il ginocchio sta meglio, il fisico sta cambiando e io pure tutta.

Un acrobata ciclista lungimirante e squisito mi ha fatto imbracciare una bici, attrezzo che ho sempre guardato a distanza. Quel tipo di movimento fa molto bene alla mia gamba invece, come il movimento in acqua, come nuotare in aria. Sono stati giorni di pratica intensa. Accade con le persone come con le cose. Quando ti lasciano dei semini che non vuoi perdere. Ti appartengono e dunque non li perderai ma vanno coltivati.

Quando senti il tuo percorso c’è una specie di euforia anche un po’ triste. E dunque non vedi l’ora di iniziare. Perché non ce l’hai ancora in mano e davvero non lo avrai mai. Una melanconia del dire senza dire qualcosa e dunque non parlare. In realtà è il modo migliore per sospendersi e sospendere.

E sto così, sospesa.


Anche rispetto all’amore. Anche rispetto ai libri, a Roma. Sospesa e, dentro, quasi graziata, dopo giorni neri, convulsi.


La sospensione può anche essere turbolenza, così come, circa la forza che non ci appartiene ma che è dell’altro, avvicinarcisi, può voler dire liberare.  Nel mio caso è comprendere che ci si può anche fidare, affidare, essere in sosta e non essere sostegno, per una volta. Come conoscere qualcuno che ti dice di tenere alta la guardia, di difendere il viso. E che poi ti abbraccia.


[...] Cela va sans dire (trad.it.: va da sé), [...] una di quelle felici formule che provengono non sappiamo bene da dove, che permangono, levigate dall’uso, nel cuore del linguaggio più familiare e nelle quali si coglie all’improvviso un invito a filosofare. [...] Essa dice ciò che va da solo, e senza trascinarsi dietro la pesantezza referenziale di quel sé, e in quel va che non ha bisogno di giustificarsi.

Ora, se fosse la parola a divenire essa stessa il soggetto di tale “va”, la parola che, spinta esclusivamente dal suo slancio, si dispensa dall’insistente controllo di questo “dire”?

Parlare senza parole – Logos e Tao, François Jullien, Sagittari Laterza, 2008


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