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Keep at it (David Lynch)




"Catching the big fish", D. Lynch | Pic: Christian Bona

"Catching the big fish", D. Lynch | Pic: Christian Bona




“It’s such a tricky business.
You want to do your art, but you’ve got to live.
So you’ve got to have a job, and then sometimes you are too tired to do your art. But if you love what you’re doing, you are going to keep on doing it anyway.
Along the way, there are people who help us.
And you get that help because you’ve done something, so you have to keep doing it.
So much of what happened to me is good fortune.
But I would say: try to get a job that gives you some time; get your sleep and a little bit of food; and work as much as you can.
There’s so much enjoyment in doing what you love.
Maybe this will open doors, and you’ll find a way to what you love.
I hope you do.”


Quando lessi “Catching the big fish” (tutto d’un fiato, su una panchina, in una notte newyorkese) rimasi folgorata da molte pagine, tra cui questa.
Lo regalai subito e di getto a una delle persone più geniali che io abbia mai conosciuto.

Da quella notte, mi capita di pensare spesso alle parole di Lynch, semplici ed efficaci.
Rombano tra le meningi nei momenti più difficili, quelli pieni di ostacoli materiali e non.
Poi il pensiero va a chi crede nelle cose che produco, sia in termini di scrittura che in termini di tai chi.
Alle persone che, nella vita, ti aiutano. A loro va più che un pensiero, va una forma di silenziosa preghiera.


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Contagio


Un giorno a Berlino

Un giorno a Berlino



Aveva questa strana pazienza, gli si stendeva sulla fronte come un cielo terso.
Nel mondo ci sono modi diversi, diceva, di stare al mondo. E non regge un “quando s’è trattato di scegliere il mio, ho sbagliato.” No, non regge. Perché lo puoi scegliere continuamente, questo modo, e lui continuamente sceglie te, se imbrocchi quello giusto.
Teneva gli occhiali da sole anche quando stava in cucina e pensando fissava la grossa macchia di sugo impressa sulla parete come una voglia sulla guancia di qualcuno.
Sembrava cercasse sempre gli occhi di lei.
Quella lei che, aveva detto, correva scalza e lo fissava per ore, gli guardava dentro l’amore e riusciva a tirarlo fuori.
Quella lei che, così diceva, faceva piccole le cose grandi e viceversa.
Al collo portava un ciondolo blu a spirale e non aveva preso mai farmaci, nemmeno da piccola (pare che la madre la lasciasse sfebbrare e la curasse solo con l’argilla).

Una volta l’ho trovato che rideva da solo sul divano lungo del salotto.
Devo averlo guardato con faccia interrogativa, perché, a un certo punto, alzandosi in piedi sulle sue gambe nervose:

“E’ che è questa la grandezza, sta qui. La bellezza.

Se ti capiterà di amare qualcuno che la bellezza se la porta dentro, ecco, sappi che ne resterà un po’ anche dentro di te.”

Rimasi poggiata a lungo contro lo stipite della porta a pensare a quelle parole.
C’era da rivedere daccapo tutta l’idea che mi ero fatta sulla parola: contagio.


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Questione di macchie


Non credo dio intervenga in questi casi, penso che ci abbia messi qui per trovare ognuno la sua pace o il suo inferno.
Penso che la direzione non puoi credere di trovarla tra le braccia di qualcuno, penso che ti ho pregato tanto di mostrarmi il senso e tu me lo disveli quando meno me lo aspetto, me lo disveli mentre sto attraversando la strada, mentre c’è della natura anche tra i palazzoni con innumerevoli serrande e provo a calcolare quante persone ci sono solo idealizzando un nucleo di tre persone e moltiplicandolo per i campanelli o robe simili. 
Penso che credo nel rito e nel fare rito e nel rendere sacro, in questo senso io ti sono molto devota.

Siamo devoti a te anche nello scieglierci sentieri e dolori.

Ogni sera accendo una candela per i poeti, una per quelli che lavorano ai caselli autostradali, una al signore che vedo sempre qui sotto, che ha dei tubi che dal naso gli vanno direttamente su una specie di stufetta che sembra anche un thermos per tener caldo il caffé, un cosino di plastica che ha feritoie come costole da cui si sporgono i polmoni.

Altre candele vanno a chi la notte prima, facendo un lavoro di bocca, è andata o è andato a fondo, fino a lacrimare. 
Altri ai nottambuli, ai fisici, ai malati immaginari, a chi lavora con le mani, a chi lotta contro allergie varie.

Al risveglio immagino molti cavalli discutere durante una colazione-pranzo. Parlano proprio gesticolando con gli zoccoli.
Sono così belli che mi viene voglia di essere un ghepardo e invitarli a correre con me. 

P.s.: 
Ieri sera un’amica mi raccontava che per molti bambini l’insieme ANIMALI si limita all’insieme ANIMALI DOMESTICI, nel senso che conoscono solo quelli, ignoranoIeri sera un’amica mi raccontava che per molti bambini l’insieme ANIMALI si limita all’insieme ANIMALI DOMESTICI, nel senso che conoscono solo quelli, ignorano l’esistenza di cavalli, galline e vari altri.

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