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Se oscilla non si rompe



En Atendant©Anne Van Aarschot-LDD

En Atendant©Anne Van Aarschot-LDD



Rosas – En atendant 


Ho aspettato del tempo prestabilito per far fuori a calci le cose di me che non voglio più, provare a smontarle come i pezzi del meccano. Ho usato la saldatrice per quei oh bianchi oh neri pezzetti di spranga che avevo lasciato appesi sopra al bordo del terrazzo, se il terrazzo ha un bordo. Avevo ripreso zollette di minestra condensata nel freddo e indistinguibili animali fatti di sogno. Si aspetta ancora la fine, anche mentre la teiera soffia. Sbuffa forte.

Il concerto del mattino di ciascuno di noi prima di incontrare il mondo. Controlla sempre se c’è la carta igienica, controlla sempre. Le spalle, la viuzza, qualcosa da odiare, qualcosa da amare, evviva l’alternanza e chi si conserva bambino e bambina. Stamane rivedrò decisioni importanti, come la colazione.

Bocconi come passi. Fatti piano, guardandosi le mani. Non hai capito!, mi devi reggere la cervicale. Non hai capito!, sto andandomene. Non hai capito!, lasciati un attimo stare, tanto qui è tutto in bianco e nero e un movimento può durare tantissimo grazie al demiurgo. 


Portami dove un movimento può durare tantissimo, per favore. Per favore. Per favore, restiamo qui, dove un movimento dura tantissimo.


Come possiamo costruire visioni senza averne, amici miei? Come possiamo? Non siamo destinati a imbrattarci le anime per le strade, abbandonati come specie di fachiri mutili, ubriachi come zozzi armeni che malediciamo. Non siamo obbligati alla paura, non lo siamo. Non cediamo. Come possiamo costruire visioni senza averne, amici miei? 

Mentre loro ci pensano, tu stai qui, aggiorniamo lo stato dell’essere su quel movimento lentissimo. Poi lo rendiamo come di serpente, quando nessuno lo attende. Tu sai bene questo stato di cose che è anche nella dinamica del mare e per questo ti amo. 


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Harlem – Safety zone




Harlem - All that jazz

Harlem - All that jazz





L’insegna Apollo è lo specchietto per allodole.
A ogni bancarella si tradisce la storia dei neri. Giretto turistico dei miei cazzi.
Il caso vuole che risalga dalla fermata della metro abbastanza distante dal cuore sicuro di quelli che girano con macchina fotografica e mappa.
Lì il territorio non è tuo per niente. Te lo fanno capire girandoti intorno come squali, tu cammina, confida nella luce del giorno.
“Sexy lady, can I walk with u for a while?” Tu cammina spedita fino all’itinerario per turisti e arrivata lì passa per una chiesa dove il gospel ti fanno capire che è cosa loro, prima di permetterti di entrare.

A volte guardo i culi grossi di queste donne, sono proprio grossi, si vedono buchi di cellulite grossi come i buchi del lavandino da cui l’acqua va giù.
C’è dentro la cattiveria che le loro bisnonne hanno subito, azzarderei a dire. Mangiano sempre. Mangiano per mandarla via, la cattiveria?

Ad Harlem non vale la pena fare il tour di come si sono emancipati, del bel jazz che hanno creato.
Mi prende a male. Molto a male.
Scrivo, urgenza, arrampicata col blocchetto sulla ferraglia esterna della metro.

Un nero sulla cinquantina mi cattura l’occhio, sta entrando nella metro e si ferma: “What are you writing about? The black experience? What?” Rispondo di getto: “It’s all fake here, dunno what I am supposed to write down.” Lui si accanisce, ma con dolcezza. “Where are u from, lady? Russian, aren’t u?”
“I’m from Italy.”
“Yeah. Italian. So let me tell ya something: you’ve got to make questions, ask me, ask people like me. I mean, if you want to understand. It’s all bullshit all around here. Ask me, then I ask you how it was when you had Mussolini.”
“Got strange feeling. You call it bullshit, for me it is smoke in the eye.
They give you the museum of black history so you cannot smell all around those blood-soaked streets.”
“Yeah, let me tell you. I can bring u in many places, so u can see. I’m from East St. Louis, babe, I can tell you. I can show you…”
(Ha gli occhi sinceri, ma costruisco una minima difesa in forma di bugia, non si sa mai)
“Yes, I got a friend that live near here and…”
“Tell me, he is black?”
“Yes.”
“So he can tell you.” Ora ha gli occhi davvero sinceri, di più, se possibile. E lucidi, un po’.

Allora ci fermiamo a prendere un café e lui mi indica i luoghi e  a me viene da piangere perché lui non sa che mi ha salvato dallo sconforto inspiegabile che a un certo punto mi è preso e non so perché. Ha occhiali da vista che si scuriscono con il sole e un cappellino in testa, è magro.

Ogni parola che mi dice è una nuvola pesante, una stretta di chiappa quando cammini con decisione.

Un amico mi aveva detto di mangiare da Sylvia, un psoto dove servono black food, quello originale, certo, non più con carne tritata insieme alle ossa, ma insomma ci siamo capiti.
La fame mi si è bloccata però. In questi luoghi ci vorrei tornare con un uomo o più di una donna, insomma, non sola. E’ un pensiero che ho già fatto, in altre occasioni, per quanto mi scocci ammetterlo. Ma a volte non andare sola è meglio.
E parlareparlareparlareparlare, parlare con le persone.

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