La mia collega di tai chi, nonché amica enorme, un giorno mette come foto di profilo l’immagine in bianco e nero di questo ragazzo stilizzato, con bavaglio e furore in corpo, colto nell’atto di lanciare quel che ha tutta l’aria di sembrare una molotov e invece sono dei cromofiori.
“Cos’è quello, Liz?” le chiedo come per un’urgenza di cuore. Risponde subito: “Bansky, un grande.”
E’ così che parto per una ricerca tutta mia, che prende il via dalla rete, ovviamente. E così che poi la ricerca si fa carnale, ritrovandomi queste opere nelle città che visito. Vedo tutti i topi, i rats. Rat…componi diversamente e ottieni Art. Poi smetto di sondare, come spesso si fa con le cose che restano sospese. Una sera a cena qualcuno, forse un amico che è stato per un po’ a Ramallah, nomina un certo street artist e una bambinetta col palloncino impressa sulla barriera di separazione israeliana. Trompe l’oeil puri. “Ma sì, no? Bansky, no?” Eccolo di nuovo.
Perché ci viene la voglia di cercare informazioni su un artista e non su un altro?
Cosa attira? Cosa lo rende magnetico?
L’arte traghetta il divino, risponderei.
E il divino arriva, accidenti se arriva. Dritto all’esofago, arriva. Ho molto voglia di vedere mostre semplici per bambini ultimamente, proprio perché nelle mostre dove ci sono i ragazzi coi capelli a banana leccati, i pantaloni corti, le giacchette e gli occhiali con la montatura grande o le ragazze coi capelli colorati e le ballerine ai piedi e i cappelli e gli occhiali con la stessa montatura e le unghie laccate di smalti assurdi e i rossetti rosso fuoco e i bicchierini alla mano, ecco lì mi prende una carenza da divino che si cura bevendo il bicchiere e andandosene.
Il film di (o su?) Bansky è Exit through the gift shop in anteprima italiana all’Odeon Firenze il 12.05.12.
Il film, dicevo, c’entra con tutto questo. Di o su, buon enigma, perché è un di che diventa su, e quindi inchino, complimenti, bel raggiro, bersaglio mirato e colpito, nave affondata. L’immensa nave che di solito impatta contro l’iceberg che separa ciò che è arte da ciò che non lo è, il crinale del vero. A fine film resti con l’amaro, cerchi il lato comico nella vittoria di chi non è autentico. ma non c’è lato comico quando vince l’artista fenomeno da baraccone. Questo e altri elefanti rosa Bansky ti mette davanti, quell’elefante che sta lì a dirti che abbiamo tutto davanti ma non lo vediamo.
Dalla street art alla narrative art.
Giorni fa, alla Fondazione Volume!, Boltanski, Sans fin.
E all’uscita della mostra, vista in uno stato di grazia, nel silenzio del bianco, all’uscita c’è questa donna che gestisce la galleria ha voglia di scambiare quattro chiacchiere e ci spiega l’umiltà dell’artista, l’umiltà che ha dimostrato durante il soggiorno romano e il lavoro di allestimento di Sans fin.
Anche nel caso di Boltanski, il genio arriva agli altri umani, per vie strane, diverse. Arriva il furore dell’atto creativo impresso. E’ come un sasso che continua a fare i suoi cerchi concentrici. Ora possiamo finirla di dire che è il medium è il messaggio.
L’intuizione conferisce il senso che arriva alla pancia del fruitore,
il veicolo fa parte della tecnica da affinare in una vita intera.
Vale per molte arti. Tutte, inizio a pensare.

