Articoli con tag nuvole

Usando il vento

 

Gyula Halász, alias Brassaï

Gyula Halász, alias Brassaï

 

Mi sembrerà il minimo trovarsi lasciando aperto il cuore per un’intenzione piccola e le labbra per un bacio. 
Qualche giorno fa hai scoperto che solitario può essere anche stare solamente io e te.
C’è stato spavento, come un bombardamento alla schiena, granate sul sacro e mitragliate sulle dorsali. O forse niente di questo, dopo tutto, per l’amore che agli occhi degli angeli è cosa da poco, finché non si trova quello che fluisce da solo e ci fa fluire come la notte con il suo silenzio coraggioso. Ed è capitato che i pori si siano alzati e nessuno si sia messo a contarli. Ed è capitato che il cuore aperto abbia annusato la paura, la tua. E si può fare poco, se non abbracciare.

 

Non stavo bene in quel locale con le scritte squadrate, le persone dentro a guardare il calcio e la vita buttata ché tanto si pensa non conti realizzare una visione o simili nel tempo che ci è dato. Ho masticato e a fondo la colazione stamane e mi sono sforzata a trovare la serenità senza sforzo. I muscoli hanno chiesto di poter sorridere. C’era tutto il giorno davanti, non avevo sognato quiete e capito definitivamente che gli oggetti si perdono senza perdono.
Non dispiace tenere in caldo una prospettiva ma c’è questa idea della vita continuamente nuova, che cambia pelle e la cambia. 

Quante volte si perde e si cerca e ci si perde e ci si cerca.
Una volta auguro a tutti di sognare chi si ama mentre questi dorme al fianco.
E se al fianco invece c’è un’altra persona, una diversa, prendere i vestiti e andare.
Andare per arrivare in quel luogo del cuore da dove non si vuol più andare via.

 

Per la strada un uomo appena conosciuto ci teneva a dirmi che era stato in Cina, ma io ero distante e distratta e ho capito Cielo.
“Sono stato in Cielo!” avevo capito, mentre gli autobus filavano come api e le donne al mercato stavano attente a non prendere pesche ammaccate. 
E sbalordita ho pensato che c’era da chiedergli se è vero che gli innamorati diventano due nuvole distinte. E allora “non esistono due occhi come i tuoi” se lo dicono attraverso il vento. Usando il vento.

 

 

 

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Ricordati di sacrificare un gallo

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Il grande salto lo faremo non rompendoci le ossa ma danzando a passo di dita attive dei piedi. Il grande salto lo faremo mangiando con una masticazione lenta e guardandoci negli occhi mentre questo ruminare per denti avviene. Il grande salto lo faremo a stagioni sconvolte, purtroppo.
Ma anche per fortuna, dirai, perché potremo abbracciarci nel freddo imprevisto e saltare per scaldarci.
Poi soffiarci addosso quando è caldo, bagnare la parte, poi soffiarci sopra ridendo.

 

Il tè si beve lungamente per tutto il mattino che le nuvole ci hanno dato.

 

Quando alla porta sentiremo suonare, sarà un serpente gigante che chiederà di entrare.
Accomodandosi sul terrazzo, starà a sentire l’odore delle foglie bagnate.
Avremo un po’ di timore, sempre di un serpente si tratta, in fondo, mi dirai come a puntualizzare che forse non avrei dovuto dargli tanto spazio.
Se lo prende comunque, ti risponderò con gli occhi, preparando per lui un frullato di banane e avocado, lasciandoci sopra qualche fettina di zenzero. Si stancherà di stare in terrazzo e verrà verso la cucina, sedendosi ma scivolando ogni volta, pur senza perdere la sua enorme eleganza.

 

Quando arriva? ripeterà in modo galante più volte.
E noi, noi non sapremo rispondere, ma lui non ci farà caso.
Dovete essere preparati per quando arriverà. Ammazziamo il tempo. Raccontatemi qualcosa che ricorre nelle vostre vite di umani.
Tu spiegherai una paura e un bisogno, io mi metterò a parlare di prodotti onirici difficili da capire e gestire. 

 

Nella cosa che più ci spaventa, in quattroequattrotto, ci insegnerà a entrare lì dentro.
Quasi come si trattasse di un gioco delle carte, in poco tempo e stimabile efficienza. 
L’unica volta che ho amato era bellezza pura, dirà, a un certo punto. E noi vedremo quella bellezza attraverso gli occhi a fessura verticali e rossi.
E capiremo quanto niente abbiamo capito dell’amore, fustigato, blaterato amore.

 

Impaziente, tornerà a chiedere Quando arriva?

Sentiremo come un rombo lontano, poi sotterraneo.
Si aprirà un varco proprio dove era il grande pino.
E verrà su un altro serpente.

 

I due serpenti si attorciglieranno con una lentezza simile alla velocità.
E noi avremo tutta la vita per ripensare la medicina.

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Sudare

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Abbiamo davvero parlato a lungo della morte dopo che sei morto. 
Abbiamo davvero potuto esplorare, anche con gli altri vivi, dico.

 

La pena del vivere è una vecchia donna 
che sembra una mucca con parrucca bionda, 
se ne sta sempre tra letto e televisore 
e si sgraffigna la pelle 
poi ci passa i fazzoletti impregnati di profumi chimici.

Si gratta talmente tanto 
che le esce il sangue dalle pustole. 
Ha le password di ogni umano dentro alle scarpe 
e le cifre per aprire tutte le valigie dei viaggiatori.

Questa è la vita vissuta come una pena, senza leggerezza o ironia.

 

L’ansia di vivere è un uomo castano 
con la forfora 
che parla veloce e ha gli occhiali da vista 
come fondi di bottiglia 
e apre con le sue unghie lunghe, sudice sotto, 
apre tutti i lucchetti del mondo 
e non dà pace nemmeno agli animali, 
quando li incontra per strada, parla di continuo.

 

Non sono arresa. 
Non sono lesa. 
Ti dico che non sono offesa.

 

Non voglio passare tempo 
con quelli cui fa schifo il mondo ora. 
Solo alzandosi ogni giorno lo civilizzano meglio.

 

Di amore e morte vale la pena di dire. 
Bevendo e lavorando duro. 
Non interrompendo la danza.

Sudando

(San Francisco, 6 novembre 2011)

 

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Quasi inverno



Deve essere stata verso Bruges o zone limitrofe

Deve essere stata verso Bruges o zone limitrofe


Una grossa tavola coi bulloni, come fosse stata, un tempo, il coperchio di una cassetta per frutta. Dopo il caffé che non prenderò, vi odierò di più.

Pistacchi, sparsi. Tovaglioli di colori diversi. Nervi a fior di pelle. Un grigio come se dovesse nevicare. La radio gracchia (o non hai centrato la stazione o le pile stanno andando). Conviene spegnerla. Oppure centrarla, fai come cazzo ti pare. Le nuvole si spostano veloci. Pezzi di giornale. Cipolle e pomodori sulla graticola. Gli angeli sono cattivi. Hanno la faccia allungata e fiera. Scendono solo per ricordarti che vuoi fare sesso e ti dicono che loro lo fanno con le nuvole. Quelle che si spostano veloci, sì. 

Per un po’, voglio solo essere lo scarabocchio che ho fatto in agenda durante l’ultima telefonata. 

Un’onda verde nel cuore che pare culli invece avvelena. Non è spleen, non sono una creatura così speciale. 

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