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Un’onda in collo

 

Santa Fe Farmer Market

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La grande onda era saldata al collo del signore.

Tutti si chiedevano com’era potuto mai accadere che un’onda si fosse attaccata al collo di qualcuno.
Non c’era grande spiegazione scientifica. I fisici si erano arresi e i biologi marini pure. Però, ecco, quest’uomo aveva un’onda attaccata al collo.

“Cosa ci farà mai con un’onda in collo?” tutti si chiedevano. Si sprecavano commenti su un mal di testa ridondante che di sicuro il signore doveva avere.

Invece, lui andava in giro per la città tranquillo, con la sua onda intorno al collo, come un volpino sgozzato di cui si prende il pelo per scaldarsi d’inverno.
L’onda saliva in base alle emozioni del signore. Quando si sentiva isolato dagli altri e non gli riusciva di prendere parte al gioco dell’umanità, ecco che una grande risacca si affacciava tra lobo e lobo. Avendo il mare anatomicamente addosso, e il mare, si sa, è l’elemento tra quelli da cui gli esseri umani dovrebbero trarre maggiore ispirazione, ecco, avendo il mare intorno al collo, l’assorbimento implica espansione e così l’uomo ritrovava sempre un suo profondo equilibrio; anche dopo la risacca, infatti, si affacciava un’onda forte, bella, limpida.

L’uomo con l’onda sul collo, quando si irritava, faceva andare in alto e in basso tutto quel blu e sembrava non dovesse mai venire meno questa irruzione cromatica e fresca, tanto che, chi gli stava vicino, veniva spruzzato in ogni lato.

Ma quando si innamorava o quando vedeva un cucciolo di umano, questo signore, ecco, creava un suono particolare, un suono inimitabile. Il suono delmare.

La luna sorridendo se lo porterà via un giorno, perché gli esseri umani finiscono questo viaggio tutti, anche quelli con le onde in collo.
Ma per lei sarà come ingoiare un po’ di tutta quella marea che la corteggia dall’eternità.
Sputerà le ossa del signore e si diletterà nella sua menzogna, perché tutti sanno che la luna, quando cresce, ha la forma di una D, come se Decrescesse, e invece. Lo stesso vale per il senso opposto della bugia.

Se solo le bugie umane fossero nobili una porzione rispetto a quella lunare, quanta poca voglia di andarcene dal mondo come lo conosciamo si avrebbe.

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Un riff che non capisco

 

 

Da quando sei andato via ho un rapporto strano con la musica.
Ci entro dentro subito, entro nella cosa in sé come direbbe Kant.
Entro nel noumeno e ieri sera, guardando dei jazzisti, mi sono detta che questa cosa accade particolarmente per i musicisti che non suonavano i tuoi stessi strumenti.
Suonandone tu almeno quattro da sempre e da autodidatta, capisci che la scelta si restringe.

Però, volevo dirti, mi sa che il magico sta lì. I musicisti fanno il loro, stanno nel loro, danno il loro.
L’uditorio li riguarda fino a un certo punto.
Quindi? La gente è catturata, noi tutti siamo catturati dall’infischiarsene?

Nella scrittura esiste l’immagine.
Lo stesso nel tai chi, c’è l’elemento o l’ideogramma.

C’è questo telefono appositamente messo. Motivo di gioia.
Ti chiamo e faccio finta che non sei andato via.
Ci diamo appuntamenti non precisi, sull’onda della coincidenza astrale del flusso, sul chiasmo del fallimento, ridiamo in faccia al fallimento, ti prego fammi sentire che adesso ridi davanti a quelli che ti dicono fallito. Dimmi che hai visto che lì dove sei questa categoria non esiste. Non esistono le categorie. Dimmi per favore. Che ci sono i gatti. Ci sono i gatti? E le lacrime? E il caffé? Non ti servono più gli occhiali fondi di bottiglia lì, vero?
Perché magari lì si vede se si è miopi.
Perché magari lì c’è chi ha visto e quindi ha un’idea.

Magari un giorno questo telefono squilla e non lo alzo solo io.
Quando questa pelle cambierà davvero tirerò fuori di nuovo tutte le lacrime di un’acqua che appartiene a ciascuno e di cui alcuni bimbi hanno sete.
Nel mio recinto ci sono tutte cose indifese e il recinto pure non serve a difenderle, pensa che fregatura.
La pelle cambierà davvero e senza fretta, meglio se intanto si tira fuori meno veleno possibile. Meno veleno possibile.

Ho fatto un numero a caso col il dito girando più volte.
Ha risposto un angelo in caduta libera con il cuore rotto.

Il cuore degli angeli batte al ritmo dei Led Zeppelin, le ali fanno i movimenti di Mozart. Ma tu lo hai già scoperto. Vero?

Vero?

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Unde malum – (“The tree of life”, Terrence Malick)

 

Pic | Adriaan Garritsen

Pic | Adriaan Garritsen

 

Per chi volesse vedere “The tree of life”, Terrence Malick, Palma d’Oro al Festival di Cannes, sarebbe opportuno disporre di nessuna informazione che riguardi la pellicola e molto vuoto dopo la visione.

Resteranno momenti ingombranti, forse lunghi, tempi estesi. Ma si crea quello scenario che fa parte dell’eterno e non credo sia così facile da riprodurre in un film, quindi bravo Malick. Bravo anche per queste visioni dal basso, dall’alto, questi vertiginosi punti di vista sulle cose umane, questi sguardi da un grattacielo i cui piani sono scale di valori liberi che lo spettatore assegna. Già lasciare questa libertà ha a che fare con la purezza.

Questo film in alcuni momenti vi stancherà, forse. Eppure è una terra vergine, un cuore vergine da sentir battere con timpani vergini. Questo è un film su quanto la morte possa accorciare la distanza con la vita. O la vita sia l’altra faccia della moneta che ruota sospesa sull’asse del dare e del togliere. C’è una dannata abilità a creare il vuoto.

Spazi planetari di genesi e inessenzialità del filo di uno o più esseri umani, comparati a un silenzio che esiste da indicibile tempo. Quando sarà tempo di ricordare, si collezioneranno i ricordi in forma di narrazioni volatili e più o meno nitide. Appena si perde qualcuno non ce la si fa a tenere il passo con ciò che è stato. Ma quel senso del non sarà più lo stesso permea tutto dentro.

Se avete tempo di entrare nella vita di un altro, in cui si infilano altre vite (pare per forza è così, siamo umani). Se avete tempo, se ve ne date.

 

P.s.: Altre risorse su Cannes Film Festival Review

 

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Straordinario plusvalore ch’è la morte



Dalla nostra, il plusvalore straordinario della morte.
L’atto di misericordia che ci dà la vita sta nella sua fine.

Intanto, bagnarsi di vita.

Non c’è da usare concetti complessi per spiegare questo, che è facile come dire la parola che si ama tra tante. O come guardarsi le mani.
“Una farfalla che sbatte le ali a Berlino può provocare un uragano a New York.” E’ del Dalai Lama.
Guardo un angolo della cucina penso che vorrei ballarci dentro.

Sì, lo so, c’è vento.
Sì, lo so, è più vivibile, è meno caldo.
Sì, lo so.

Ora però parliamo di come ti sei sentita quando è morto tuo padre.
Ora parliamo di come stai quando fai un lavoro che non ti piace e ti ripeti che ti serve solo per arrivare da un’altra parte.
Ora dimmi come stai a pensare che il mondo finisce qui.
Ora spara l’elenco dei vini che ami. Decidi tu se distinguere tra i rossi e i bianchi.

Sì, lo so, la crisi.

Stiamo o non stiamo scrivendo la personale sceneggiatura?
Stiamo o non stiamo girando il nostro bio-documentario?

Sì, lo so, il cibo, il sonno.
La ruota bucata, il bucato ancora da avviare, l’incontro saltato, il salto sbagliato, l’errore conclamato, il proclama azzardato, l’azzardo malato, la malattia come stato, lo status come condanna, la sentenza come giudizio altrui, gli altri come armi, puntate contro, da puntare contro.

Ora però descrivimi il tuo ultimo orgasmo. Per favore.



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