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Il modo migliore per andarsene

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

La tisana alla liquirizia scivolava lungo l’esofago. Per restarci.
Alle 22.04 era arrivata quella telefonata.

“Non smette di fissare il pavimento.”
“E che dobbiamo fare?”
“Non ho il libretto delle istruzioni per cose del genere.”
“Io nemmeno.”


Avevano preso a portarlo lungo la spiaggia, ma nemmeno con le conchiglie interagiva più.
Lo avevano fatto camminare sui petali di fiori sparsi lungo le strade di una cittadina umbra medievale, durante l’esplosione della stagione primaverile.
Ma lui ormai era capace di bisbigliare solo parole di autunno e spargere una desolazione sana, ma pur sempre una desolazione.
Lui ormai era capace di guardare solo i movimenti degli aniamli e compararli a quelli imprecisi degli esseri umani.

 

Un giorno, vestito elegante, era scappato da figli adulti e badanti grassocce.
Era salito sul treno di legno.
Aspettando lei, si era sistemato i polsini più di una volta.
Al cameriere, con tono deciso, aveva detto: “La rosa gliela porga solo al mio cenno.”


Ma quando lei era apparsa, una rete sottile nera sul viso e il rossetto acceso,
niente più aveva trovato concretezza, il cenno, la rosa, la dimensione fuori.


Lui aveva potuto solo inghiottire e, porgendole il braccio:
“Dovremmo ballare.”
“Sì, il modo migliore per andarsene.”


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Sudare

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Abbiamo davvero parlato a lungo della morte dopo che sei morto. 
Abbiamo davvero potuto esplorare, anche con gli altri vivi, dico.

 

La pena del vivere è una vecchia donna 
che sembra una mucca con parrucca bionda, 
se ne sta sempre tra letto e televisore 
e si sgraffigna la pelle 
poi ci passa i fazzoletti impregnati di profumi chimici.

Si gratta talmente tanto 
che le esce il sangue dalle pustole. 
Ha le password di ogni umano dentro alle scarpe 
e le cifre per aprire tutte le valigie dei viaggiatori.

Questa è la vita vissuta come una pena, senza leggerezza o ironia.

 

L’ansia di vivere è un uomo castano 
con la forfora 
che parla veloce e ha gli occhiali da vista 
come fondi di bottiglia 
e apre con le sue unghie lunghe, sudice sotto, 
apre tutti i lucchetti del mondo 
e non dà pace nemmeno agli animali, 
quando li incontra per strada, parla di continuo.

 

Non sono arresa. 
Non sono lesa. 
Ti dico che non sono offesa.

 

Non voglio passare tempo 
con quelli cui fa schifo il mondo ora. 
Solo alzandosi ogni giorno lo civilizzano meglio.

 

Di amore e morte vale la pena di dire. 
Bevendo e lavorando duro. 
Non interrompendo la danza.

Sudando

(San Francisco, 6 novembre 2011)

 

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Deathearthearthearthearthdeathearthearth

 

 

Lo stregone ha piedi lunghi e leggeri, mani grandi e armoniche, ginocchia raffinate e robuste,
faccia lunga e molti capelli ancora in testa, lunghi, bianchi e grigi ma con un filo biondo.

Somiglia a Cristo e a un cervo. Somiglia a un albero e a un pianoforte a coda.

I suoi due cani sono belli in modo allarmante,
nel pelo portano pozioni magiche e non si interessano molto delle carezze degli umani.

Lungo il viaggio, lo stregone tocca il ginocchio della fanciulla tre volte, come tre rintocchi, come il gallo che canta, come la perfezione.
La natura convoglia il carro di legno dentro cui i due e i cani viaggiano.

La fanciulla ha un segreto. Si pietrifica al suono di certe parole. Una di queste è “morte”. Un’altra è  “terra”, un’altra è “cuore”.

Quando un umano le nomina, lei si pietrifica e può stare senza respirare per ore. Ma di questo gli umani non se ne accorgono.
Continuano a parlarle, a sproloquiare.
Lo stregone ha scoperto il segreto e vuole toglierle un’immobilità così pesante.
“A me non pesa.” Stizzita.

Lo stregone non dice niente, ride. Si tocca un orecchio, con le stesse dita va sul diaframma della piccola e ci disegna un sorriso.
Rotea la mano in aria e scherza con i moscerini. Poi prende a parlare lingue sconosciute, mentre gli occhi gli si infuocano.

A raffica dice che la morte è cugina di sonno, che il cuore è la città che senti tua e che la terra non si cura di chi la distrugge, si cura solo del suo caos.

La morte è cugina di sonno, il cuore è dove è il tuo, la terra obbedisce al suo caos.
La morte è cugina di sonno, il cuore è dove è il tuo, la terra obbedisce al suo caos.

La morte è cugina di sonno, il cuore è dove è il tuo, la terra obbedisce al suo caos.
E tu sei tutte queste meraviglie insieme.

La ragazza è ferma, immobile, scendono solo due lacrime come quelle di qualcuno che taglia la cipolla.
La ragazza è pietrificata.Stavolta, seriamente. Non è come le altre volte, che si riprende. Adesso le parole sono state pronunciate e ripetute tutte insieme.
Adesso come si fa?

Lo stregone ride, invasato.
Torna serio.
Si stacca un capello biondo.
Soffia sul polso della ragazza pietrificata.
Si apre un foro da cui si vedono le vene.
Ci mette dentro il capello biondo, con maestria e arte di mani.
Lo ficca dentro come si fa con il filo nel buchino dell’ago.
Il capello, da dentro il corpo, va a formare un’altra corda vocale.

Si innesta nella strettoia che, vibrando, permette modulazione dell’aria.
Lunghezza e tensione del capello daranno alla ragazza una voce straordinaria.
Per via di questa corda lunga, come le corde vocali dell’uomo, avrà voce bassa. Per via di questa corda grossa, potrà parlare come un trombone.
Il capello renderà la sua voce modulabile come l’ancia di un clarinetto.

La ragazza, quando il capello si innesta, riprende a muoversi, molto lentamente.
Lo stregone: “Ora vai nel mondo e, con la voce che hai, spargi una sola parola tra gli uomini.”

“Quale?”


“Curiosità.”


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Gli amanti sono leggeri

 

Pic | Adriaan Garritsen

Pic | Adriaan Garritsen

 

C’è un momento su Cerillos Road in cui tutte le sbarre, abbassandosi, chiudono il passaggio alle auto. E le auto qui sono come puttane mai stanche di battere. C’è, se colto alla sera, questo luccicante stop seguito come da un suono di luna park lunare che atterra.
Le nubi sono molto vicine alla testa, potresti leccarle con la punta della lingua.

 

E i momenti del mondo, se anche fossero destinati a finire alla svelta, se anche fosse, cosa importa alla roccia che sfreccia, al coniglio che ammicca, al nostro amore che è stato immenso. Ha avuto gli occhi dei mici, la tempra dei lupi, la santità di Moana Pozzi, la veglia degli alberi, la bontà del mirtillo messo in bocca e poi il bacio a benedirlo. Ha avuto talmente tanto rosso che la terra del Canyon è pallida al confronto.

 

Camminando ancora gli umani non vedranno che cancelli con altri dietro a dire Venite, noi abbiamo smesso di far male all’energia che ci nutre. Sarà tutto forte e giallo. Coltiviamo intanto medianiche forme di io e morte, tu e vita.

 

Ave o sole pieno di grazie, quelle in cui ci accogli ogni mattino.
Quando smetterai, ce ne accorgeremo e gli amanti presto calzeranno piedi alati di Mercurio per trovarsi nel letto quest’ultima volta.

Arrivare mi sentirai leggera.

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