La tisana alla liquirizia scivolava lungo l’esofago. Per restarci.
Alle 22.04 era arrivata quella telefonata.
“Non smette di fissare il pavimento.”
“E che dobbiamo fare?”
“Non ho il libretto delle istruzioni per cose del genere.”
“Io nemmeno.”
Avevano preso a portarlo lungo la spiaggia, ma nemmeno con le conchiglie interagiva più.
Lo avevano fatto camminare sui petali di fiori sparsi lungo le strade di una cittadina umbra medievale, durante l’esplosione della stagione primaverile.
Ma lui ormai era capace di bisbigliare solo parole di autunno e spargere una desolazione sana, ma pur sempre una desolazione.
Lui ormai era capace di guardare solo i movimenti degli aniamli e compararli a quelli imprecisi degli esseri umani.
Un giorno, vestito elegante, era scappato da figli adulti e badanti grassocce.
Era salito sul treno di legno.
Aspettando lei, si era sistemato i polsini più di una volta.
Al cameriere, con tono deciso, aveva detto: “La rosa gliela porga solo al mio cenno.”
Ma quando lei era apparsa, una rete sottile nera sul viso e il rossetto acceso,
niente più aveva trovato concretezza, il cenno, la rosa, la dimensione fuori.
Lui aveva potuto solo inghiottire e, porgendole il braccio:
“Dovremmo ballare.”
“Sì, il modo migliore per andarsene.”




