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Meno meglio

 

 

 

 

In una scena soffusa di luce lunare
ho visto cosa accadrà
e cioè che il globo si dividerà in due, una metà non sarà più illuminata,
l’altra resterà rigogliosa, con acqua, luce e verde.

Ho detto “Che ne sarà dei miei amici dall’altra parte del mondo?”
Ma non c’è da preoccuparsi più,
la fine è un taglio a metà,
una scissione.

“Non c’è da preoccuparsi più”
hai detto ingollando caffé al mattino e guardando fuori con la faccia da lupo.
Ha chiamato tua sorella che combatte da sei anni un carcinoma,
ma a lei non hai detto lo stesso,
con lei hai recitato formule consolatorie.
Col suo corpo impazzito,
è più vicina alle sue cellule di quanto noi non saremo mai prossimi alla comprensione.

 

Onestamente, non si possono amare questi occhi blu selvaggio che chiedono ogni giorno sorprese.
Sorprese fino al massacro. Chi potrebbe amarli questi occhi?

 

Le suore della porta accanto hanno tanto spazio verde.
Pagano un bell’uomo robusto perché sistemi tutte le piantine.
Ho avuto con lui una discussione interessante sui fiori che si comprano per
scusarsi, amarsi, dirsi, lasciarsi, arricchirsi.
L’uomo vigoroso ha detto “Allora c’ha più senso tagliarsi le unghie e regalarle. Davvero.”
Era serio. Ha preso in mano la vanga e mi ha fatto un sorriso come la bella signora detta morte,
ma avevo solo tra le mani il silenzio mite di un grosso felino affamato, solo questo mi è riuscito di restituire.

 

 

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Meglio la zizzania


Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen


Sono belli, ti assicuro.
Mi è capitato di sentirli parlare a una cena; ero molto stanca, ma questa coppia catturava tutta l’attenzione. Li ho beccati lì a immaginare che un mondo apre tante chiavi e che la sicurezza dei pensieri traballa quando l’asse terrestre si sposta. Si amano molto ma se lo dicono poco.
Lui per lei ha lasciato “la prima lei”, quella con cui ha messo al mondo tre figli. E tutti lì a dire che lui per quella lì c’aveva lasciato la famiglia, ‘sto farabutto.

Io non lascio la famiglia, lascio te. Non ti lascio veramente, perché tra noi c’è un filo. Ci sarà sempre, tre fili/figli bellissimi.
Clara, la prima moglie, nervosa: Puoi non giocare con le parole anche ora che mi stai lasciando per favore? Puoi fottutamente smettere un attimo di fare il Munari del mio gran cazzo?
Usava sempre quella brutta espressione lì, ma quando la diceva aveva un che di Lana Turner ne Il postino suona sempre due volte.

Lui aveva solo lasciato lei per vivere la storia con Heina, la donna che aveva aspettato per tutta la vita. Pittrice, disinvolta coi suoi capelli bianchi e lunghi e le rughe verticali sulle labbra. Ironica come nessuna, d’una magrezzza delle persone serene, sorridente, tranne quando vedeva gente picchiarsi o che non sorrideva a bambini o che faceva del tutto per non aderire a se stessa.

Lui aveva lasciato Clara perché la donna che si aspetta certe volte viene, quella che non ti ammazza le idee matte sul nascere, quella che ti riempie anche quando ti senti saturo di stimoli. E insieme ti viene voglia di andarci a vivere, vedere se è una che ama le candele, scegliere insieme il divano, mangiare solo quando viene fame, trasferirsi in città, ma in una parte speciale della città, bere vino prima della cena, mentre ognuno legge la sua posta.

Lui aveva lasciato Clara perché certe volte  la chiave per leggere il mondo arriva e allora ti esplode dentro la voglia di dire che ti senti dentro tutte serrature che a loro volta danno sul mare, mentre la mente fa pace con ogni altro elemento naturale.

Nessuno però se la diceva così, nessuno dei compaesani che stavano nelle abitudini e radicati nelle cose di chiesa, diocesi e bar Sport e panchine verde smunto. Nessuno in paese la diceva così. Perché nessuno è nell’intimità di altri e perché è bello raccontarla con aneddoti inesistenti e avvelenati, no?
Meglio la zizzania, senti che suono, zizzania.

Immagina cosa hanno detto in paese quando alla Clara è venuto un tumore.
Tu prova soltanto a immaginare.

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Il grande amore è tempo ben speso





Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen





Fin quando quella cosa granchiosa non ti prende più.
Fin quando riuscirai a mandare giù tutto il Martini.
Fin quando volerai leggera con le dita dei piedi affilate sulla vita.
Fino al momento in cui non ti strizzerai da sola l’intestino come un panno e guarderai fuori dalla finestra senza chiederti se sei davvero finita, pensandolo direttamente. Fin quando continuerai a morderti le labbra figurandotele di zucchero e colori. Fin quando avrai pan di zenzero al posto del coraggio. Fin quando la tua nobiltà d’animo leccherà code di topi sotto al tombino di tutti quelli che si sono amati, il tombino che raccoglie le lacrime di tutti quelli che si sono amati.

Fin quando continuerai a scrivere senza conoscere.

Mandare giù tutto il Martini di botto e chiedere al primo che passa: “Scusa, ma come fai a essere così muscoloso?” anche se ha due agretti al posto delle braccia.

Fin quando avrò dubbi senza averne davvero, ma allattandoli come gattini finiranno col tornare in forza e allora potrò maledirmi di nuovo.

Metto una musichetta blanda per far andare la sera e chiedo al letto se può diventare il letto del pede di un gigante, il cavo del piede di un gigante. Di Polifemo, così mi spiega come ci si sente quando qualcuno ti inganna così. E lo interrompo e gli dico: “Non spiegare lo so già.”

Fin quando potrò dire: “L’hai voluto tu” e  non cambiare idea, ma continuare a fare la donna apocalittica e non integrata. Fin quando l’urlo bianco smetterà di essere debole. Fino al momento in cui saprai esattamente cosa hai fatto e potrai lavare via l’aragosta dietro alla cervicale. Inviterai allora qualcuno a cena, dicendo: “Ecco, vedi, questo è il corpo del mio corpo, mangialo tutto, amen.” Ecco, vedi, questa è l’entità che mi accingo a diventare. Potrai spostare un oggetto, accendere dentro del marciume, quel che ti pare. Nella stanza risuonerà forte: “Non farti più vedere.”





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