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L’era degli autovelox

 

Un forno a Sant'Arcangelo

Un forno a Sant'Arcangelo

 

Soprattutto ti voglio dire che guardando dalla finestra mentre fuori piove si acquistano nuovi spazi colorati nel cervello, nel senso, attivi, attivati. Soprattutto ti voglio dire che ci deve essere un ritmo altro in qualche parte di mondo che fa accadere le cose silenziosamente e questo silenzio nella nostra condizione banale di mortali è rumore. Quando c’è poca possibilità di aprire discorsi nuovi, ti dico, ritirati e medita sul progetto più lucente che hai e conducilo alla realizzazione mangiando una mela croccante.

 

 

Di solo sorriso viveva l’uomo che vendeva il formaggio vicino alle terme volgarotte. Di solo sorriso. Lo avevano scagionato dal suo peccato più grande con una paroletta solo: ludopatia. Non so quale sia il mio peccato più grande, in senso di occasione sprecata.

 

Si ripresenteranno infiniti ponti tra te e le nuove possibilità da aprire.
Ma comportati come se così non fosse.

Sto notando che molta gente non parla più del meteo, ma degli autovelox.
Come sono distribuiti, se sono attivi, se ce ne son di nuovi in zona.
L’era degli autovelox, dopo i velociraptor.

 

L’introspezione è difficilmente accolta e rispettata nell’era degli autovelox.
Pare che sia qualcosa cui dare una schicchera o una smossa alla svelta.

 

Nessuno di noi sa come le cose entrano dentro, come si mescolano, come si ibridano.
Ma c’è da lasciare spazio affinché accada, in qualsiasi modo accada.

 

Soprattutto vorrei domandarti se possiamo starcene un po’ con i nasi contro i vetri a guardare oltre la finestra o dentro noi. Che è lo stesso.
Poi ci metteremo davanti al camino come due gatti che miagolano a una candela.

 

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Mangiare in piedi

 

 

A volte, stare stesi

A volte, stare stesi

 

Ci sarà un piccolo lascito di luce suggerito dall’andamento degli eventi. 
Presentami la paprika e altre spezie che sono sicura tu conosci e io no.
Mangiare pur non avendo fame è un peccato capitale più grande del magiare in piedi.
Soprattutto perché ben sappiamo che in piedi si può imboccare, guardare, amare, ballicchiare muovendo le anche piano a destra e sinistra.

 

Tornasti con molta rabbia, tornasti in casa urlando che qualcuno ti aveva incitato a restare sempre in connessione con parti di te che non conosci. 
(Come cazzo si fa a restare connessi con quel che non si conosce? versandoti da bere con una classe poco diurna)
E che quelle parti che non si conoscono sono le parti che ci consentiranno di arrivare altrove. Altrove internamente.
(Che vuol dire Altrove internamente? grattandoti la testa, togliendo i capelli dalla fronte).
Accendemmo il camino. Connettiamoci all’energia del fuoco, ti dissi ironica.  
Hai riso, riconoscendo che l’illuminazione si raggiunge meglio a stomaco pieno di cibo che fa bene alle cellule.

 

Ho un’amica che si tiene per non sprofondare e spinge per non essere aggredita. 
Vorrei insegnarle, ma non so l’insegnamento.
Ho visto negli occhi di un maestro nel sogno. Stava in silenzio ma so che ha parlato.
So solo immaginare, è davvero una cosa così inutile?  

Una donna si è rivolta tempestivamente al suo medico, chiedendogli cosa si fa con le ernie.
Mi sono sempre chiesta: se dagli anelli interni degli alberi è possibile trarne l’età, a noi ci si legge tra i dischetti vertebrali? 
Si scoprirà che il karma-dharma sta lì, nell’idratazione dei dischetti.
Si troveranno tutti i destini dentro gli anelli fibrosi.  

 

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Ricordati di sacrificare un gallo

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Il grande salto lo faremo non rompendoci le ossa ma danzando a passo di dita attive dei piedi. Il grande salto lo faremo mangiando con una masticazione lenta e guardandoci negli occhi mentre questo ruminare per denti avviene. Il grande salto lo faremo a stagioni sconvolte, purtroppo.
Ma anche per fortuna, dirai, perché potremo abbracciarci nel freddo imprevisto e saltare per scaldarci.
Poi soffiarci addosso quando è caldo, bagnare la parte, poi soffiarci sopra ridendo.

 

Il tè si beve lungamente per tutto il mattino che le nuvole ci hanno dato.

 

Quando alla porta sentiremo suonare, sarà un serpente gigante che chiederà di entrare.
Accomodandosi sul terrazzo, starà a sentire l’odore delle foglie bagnate.
Avremo un po’ di timore, sempre di un serpente si tratta, in fondo, mi dirai come a puntualizzare che forse non avrei dovuto dargli tanto spazio.
Se lo prende comunque, ti risponderò con gli occhi, preparando per lui un frullato di banane e avocado, lasciandoci sopra qualche fettina di zenzero. Si stancherà di stare in terrazzo e verrà verso la cucina, sedendosi ma scivolando ogni volta, pur senza perdere la sua enorme eleganza.

 

Quando arriva? ripeterà in modo galante più volte.
E noi, noi non sapremo rispondere, ma lui non ci farà caso.
Dovete essere preparati per quando arriverà. Ammazziamo il tempo. Raccontatemi qualcosa che ricorre nelle vostre vite di umani.
Tu spiegherai una paura e un bisogno, io mi metterò a parlare di prodotti onirici difficili da capire e gestire. 

 

Nella cosa che più ci spaventa, in quattroequattrotto, ci insegnerà a entrare lì dentro.
Quasi come si trattasse di un gioco delle carte, in poco tempo e stimabile efficienza. 
L’unica volta che ho amato era bellezza pura, dirà, a un certo punto. E noi vedremo quella bellezza attraverso gli occhi a fessura verticali e rossi.
E capiremo quanto niente abbiamo capito dell’amore, fustigato, blaterato amore.

 

Impaziente, tornerà a chiedere Quando arriva?

Sentiremo come un rombo lontano, poi sotterraneo.
Si aprirà un varco proprio dove era il grande pino.
E verrà su un altro serpente.

 

I due serpenti si attorciglieranno con una lentezza simile alla velocità.
E noi avremo tutta la vita per ripensare la medicina.

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Il modo migliore per andarsene

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

La tisana alla liquirizia scivolava lungo l’esofago. Per restarci.
Alle 22.04 era arrivata quella telefonata.

“Non smette di fissare il pavimento.”
“E che dobbiamo fare?”
“Non ho il libretto delle istruzioni per cose del genere.”
“Io nemmeno.”


Avevano preso a portarlo lungo la spiaggia, ma nemmeno con le conchiglie interagiva più.
Lo avevano fatto camminare sui petali di fiori sparsi lungo le strade di una cittadina umbra medievale, durante l’esplosione della stagione primaverile.
Ma lui ormai era capace di bisbigliare solo parole di autunno e spargere una desolazione sana, ma pur sempre una desolazione.
Lui ormai era capace di guardare solo i movimenti degli aniamli e compararli a quelli imprecisi degli esseri umani.

 

Un giorno, vestito elegante, era scappato da figli adulti e badanti grassocce.
Era salito sul treno di legno.
Aspettando lei, si era sistemato i polsini più di una volta.
Al cameriere, con tono deciso, aveva detto: “La rosa gliela porga solo al mio cenno.”


Ma quando lei era apparsa, una rete sottile nera sul viso e il rossetto acceso,
niente più aveva trovato concretezza, il cenno, la rosa, la dimensione fuori.


Lui aveva potuto solo inghiottire e, porgendole il braccio:
“Dovremmo ballare.”
“Sì, il modo migliore per andarsene.”


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