Un canto poetico ogni volta che uno ricorda, è un canto poetico ogni volta che uno ricorda.
Ho raccolto tutti i messaggi minatori e le cose senza senso né effetto e il sangue versato dalle dita, le note basse, quelle troppo alte, gli interpreti, i ruoli.
Piove sul latte versato. Piango sul bagnato. Tanti giorni che piango sul bagnato. Con il risultato che ormai le guance sono sponde e le prime rughe dighe.
Il gatto bofonchia, respira a fatica. Provo a spiegargli cose che non voglio capire perché sono ostinata. Dice che è meglio andarsene senza troppi falsi allarmi.
A passo di danza entrano tanti demoniucci nel teatro microscopico che è la pupilla. Due pupille, due teatri.
Il gatto inghiotte saliva e ha bisogno di bere. Continuamente.
Penso spesso agli anni di Cristo, che era un figo reale, perlomeno nella fiaba della Bibbia.
Abbiamo tutti un tempo moderato per considerare l’immortalità.
Al mattino, trionfo di suoni. Ho chiesto al Sole: “Non c’è più nessuno a dirigere l’opera?”
(Una domanda che mi faccio da quando gli uomini, stolti che siamo, han rinunciato alle divinità e messo ala bando il baratto)
Insomma, chiedevo: “Non c’è più nessuno a dirigere?”
Lui ha indicato una bacchetta spezzata dentro a una pozzanghera e sopra una specie di Narciso puzzolente a specchiarcisi disperato.
In realtà non era un Narciso, ma una delle persone che stanno rattufate nel plaid sporchissimo e chiedono l’elemosina con la mano che trema a Termini.


