Non c’era molto da dire.
E come si poteva fare, con questo malessere difficile da comunicare? Come si poteva fare?
Allora,prese una vecchia favola e inquinò le pagine con altre pagine. Mischiò Gulliver con Freud. Senza riconoscersi allo specchio, chiese al riflesso non chi fosse la più bella ma come si creasse una visione. Come poi questa visione si potesse assestare sulla velocità personale. Lo specchio rispose qualcosa di simile a: “Devi fare tutto tu, ma poi ti assicuro che l’universo ti aiuta.” Grazie tante. Anche il malessere- sospettò – è sintomo di profondo attaccamento alla vita.
E tutto questo lamentarsi umano, tutto questo bucarsi l’anima o metterla a bagno nel latte, tutto questo spolverare mobili e mettere a posto e rifare caos e mettere ordine e rifare un guazzabuglio. Dove sta tutta questa vita, perché non si apre un varco d’improvviso e non c’èmai qualcuno che prenda un’iniziativa fuori dal comune? La magia la si ricrea insieme? O c’è sempre chi la alimenta e chi la succhia?
Con grandi dubbi, cercò la spiaggia. Solo il mare le dava quel continuo andirivieni di respiri. A interrogare il sole e la luna si diventa scemi. E scemi non è vergognoso, no.

