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L’ondata di gelo

 

Pic | Adriaan Garritsen

Pic | Adriaan Garritsen

 

La luce di un giorno sapendo che il treno fluido della vita
non passa se gli organi sono intasati,
non intasiamo gli organi, prendiamoci le responsabilità,
tutte le responsabilità del caso e poi mi dirai,
guardandomi di lato,
spostando il cuscino, prendendolo a manate sane,
mi dirai, sistemandolo sotto la testa,
durante una di quelle mattinate con brina e sole,
che tutta la vita davanti
sembra un bel foglio di carta di riso,

mi dirai
che in realtà è molto reale sapersi liberi e semoventi. 

 

S’abbatterà, dicono, freddo gelido in questi giorni
e non ci sarai a scortarmi con i tuoi occhi
che sono bue e asinello a scaldare il cuore.

 

Ricordati di bere hai detto
prima di andare, stringendo il volante,
al bivio sovrastato dal monte,
con quel tono tuo da essere umano interessante,
scompigliandomi i capelli come si fa con le bimbe.

 
Non c’è stato un attimo né ci sarà, un attimo in cui
guardarti non è stato o sarà
formare ulteriormente
la mia idea del Bello,
ah le Idee come ci fottono.

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Coprire, coprirsi


knoweverythingbutanswers Peanuts

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Quando ti vedo prendere e andare, come se le distanze fossero nulle e la preservazione dello spirito contenesse al massimo qualche seme di ingordigia futura, io capisco che il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale e mi metto a ridere per tutta la strada che ho dovuto fare per tornare a sapere quel che già sapevo e che mi era stato svelato dopo la vendemmia. Ci sono cose semplici che hanno davvero il sapore della pasta cucinata non con i sughi preparati ma con i pomodorini ciliegini tagliati in quattro parti, due grosse bache d’aglio messe sulla padella. E tuna persona che ride e mi sa dire quando passerà il prossimo autobus e io che ribadisco il mio odio per il dover prendere dei mezzi che non sai quando passanoe  aspettare al freddo e intanto. Resto a pensare nel vuoto di questo firggersi di cose che avrebbe potuto trovarsi un altro modo. Un modo semplice. Semplicemente sono qui, non è che mi hai lasciato qui. Resto a pensare, in questo accanito susseguirsi di giorni che pure è lento e fa come un’ustione, fa formare la bolla che poi si riempie di siero. Resto a pensare che avresti potuto cogliere, avremmo potuto coglie. Invece, è già tempo di coprire, seminare, coprire. Corpirsi. Andare. Difendersi.

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Una rosa di venti




Stia con noi, qui con noi

Stia con noi, qui con noi



C’è vento stamattina.
Loro sono di là che suonano ognuno i propri strumenti.
Non stanno in cerchio, sono sparsi, chi sul divano, chi sul lampadario, chi sui fornelli.
Hanno forme non umane e sono ricordi. Da qui arriva qualche nota stridente, altre armoniche.

C’è vento stamattina.
Un vento che la signora cuoca che lavora dalle suore è dovuta uscire con il golfino per andare a buttare la spazzatura di rifiuti organici. Li stava per buttare nella plastica. Deve essere stanca.
Sbraccio dalla finestra, però, perché la signora stanca ha una gran faccia da donna che ascolta e si prende cura.
“Signora, sono qui con i ricordi che mi strimpellano! Signora, mi vede?
Signora salga un attimo, mi spieghi cosa si fa con i ricordi che ci danno di contrabbasso e violino in contesa con l’archetto.
Che si fa?”
Non mi vede, rientra.
“Mamma mia che freddo sorella!” avrà di certo detto a una suora, appena entrata, scrollandosi Eolo dalle spalle.


Allora sono andata in sala, con fare solenne e passo felpato.
“Devo congedarvi, signori, signore.”
Hanno preso a suonare più forte. Si è anche spaccata una finestra, dannato vetro friabile e inutile.
Mi sono messa in ginocchio perché non ci credevo.
I pezzi di vetro si sono incromati e ricomposti, riassemblati insieme come sferette di mercurio che non possono stare lontane.
Con un salto aereo spontaneo si sono fatti una cosa sola, grande e circolare.
Un rosone dai colori pazzeschi.
Il rosone si è piazzato lì, proprio dove era la vetrata che dava sul terrazzino.
C’era narrata una storia dentro, come un arazzo di Bayeux, l’arazzo della regina Matilde.
Ho potuto vederla per qualche momento e mi ha rivelato futuro denso.
Poi l’ho spaccata io di mio pugno. Meglio vivere che spiare.


Vado a parlare con gli animali, occhi sparsi al vario, alle cose che ancora non hanno nome.
Vado a parlare con piccoli pezzi di prato che mi riportano a un verde conosciuto e abissale, dentro me.
Mi aspettano pranzi con donne degne del tratto di Fellini e uomini degni di racconti su quelle stesse donne, su amici che hanno tradito e su volti che hanno mentito o provato a ingannare. Ci saranno anche uomini che sono stati fermi su un’isola per molti anni.
Ancora diranno che è sembrato loro un attimo.
Anche donne di una classe mostruosa e di una gentilezza potente.


“Antartide, Cuba, Brasile, Norvegia.” dirò, al cameriere.
“Bene, signorina. Cottura?”
“Media.”
“Scelta posti?”
“Qualsiasi.”
E porterà, uno per uno, quattro piatti. Li aprirà sotto ai miei occhi, togliendo il coperchio con fare galante.
Ciascuno con due biglietti, di andata e ritorno. La cottura indicava la classe e i posti i sedili, ovviamente.
Poi mi alzo e invito alle danze la mitica indiana che racconta le storie con il viso e il corpo anche.
Quando lei finisce (in realtà non finisce mai),
tutti i commensali si mettono a meditare, tranne le donne grasse che vorranno preparare un tiramisù.

Chi vuole celebrerà il movimento nelle forme che sa.


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