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Demo – Intro – Foreword Fine Mondo

 

 

Somewhere near Portland

Somewhere near Portland

 

 

Il percorso di vita dell’albero, quell’albero nel bosco, somiglia alla vela che da umana ho nel cuore e che quando parla Seneca o si ascolta Mozart si muove. 

I boschi hanno la memoria dei gesti degli umani.

Il mare ne ha il colore degli occhi, li possiede tutti.

Buon anno, direi.

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La fine è un luogo bello

 

Immagine | Mark Jensen

Immagine | Mark Jensen

 

Il sangue era pulito dentro, da dentro. Il corpo permetteva anche la minima oscillazione sotto una specie di scorta silenziosa, la scorta dei pensieri.
Quando si rese conto che la foresta stava bruciando, era tardi. Tardi, era tardi per gli altri, tardi per alcuni lupi, tardi per certi coyotes.
Mentre, correndo, i suoni di mille bassi e batterie sentite anni prima, si concentravano tutti sulle tempie, ecco, correndo, si accorse che c’erano solo quattro stagioni rimaste in cielo, inglobate dentro quattro nuvole. Le ultime stagioni di questo pianeta. Le ultime stagioni di questo mondo così come lo conosciamo.

Furgoni e jeeps intorno tutte aperte, scassate, mano a mano che, avicinandosi alla città, il ritmo interno si faceva proprio tribale. “Svegliami quando è finita, amore mio.” gridava al suo amore che si era rinchiuso nel silenzio da giorni, prefigurando la fine. Macchine aperte in due lanciavano segnali radio di apocalisse urbana. Fermando il corpo e la corsa non si era mai sentito così potente. Un vero peccato dover morire e sentirsi così potenti insieme.

 

A valle, creature celtiche ballavano il tango con le streghe e gli elfi tutti serbavano sghignazzi per questi umanoidi che si erano creduti gli unici su questo fottuto universo. I cani erano tutto d’un tratto diventati intelligenti e autonomi, avevano smesso di abbaiare in memoria e per rispetto dei coyotes e dei lupi deceduti. I gatti, nella loro nobiltade di sempre, leccavano la terra e poi il pelo, dalle loro cuticole intanto crescevano piante e così gambi al posto dei baffi.

I capelli di tutti erano ricresciuti subito e i tumori di tutti erano diventati macchie di sugo sulla camicia di un unico uomo che rideva forte e che alcuni chiamavano con il nome: Malocchio.

 

Guardando il suo amore, tendengoli la mano, aveva detto: “Parlami adesso amore. Parlami.”
E lei, abbassando lo sguardo: “E’ tanto bello qui, non credi?”

 

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Il flusso degli amanti fa sembrare l’alba un tramonto



Le diceva resta con me finché il tramonto non diventa alba, ma non una trasformazione di un giorno. Proprio fino a quando le due cose non si invertiranno e cammineremo volando per aria, appesi al pulviscolo, e la risata di un bambino svolgerà la funzione di una pala eolica. Resta con me, le diceva, perché devi amarmi di un rimbombare feroce tra occhi e cuore. La temperatura del corpo, ci penserò io, diceva lui. E ci saranno ombre ma disegneremo con i gessetti uno sfondo bianco che le farà sembrare orme transeunte. Le diceva: sali su quel treno e non guardare indietro, e quando il finestrino si chiude, io andrò via, perché non riuscirò a stare lì e vederti di una visione bianca e blu, non riuscirò a stare così, senza dire nulla, come i pesci, boccheggiando qualche umano ti amo. Le diceva resta, perché abbiamo il ritmo dei treni nel colon, io e te. E ci ameremo, diceva, come un’arrampicatore il suo prossimo obiettivo, l’ennesima cima.


Il flusso degli amanti regola il mondo e copre ogni cosa. Ogni cosa resta insulsa al flusso degli amanti. Quando arriva il momento e la scintilla, i cuori aperti si ascoltano e parlano, cosa c’è di più grande, diceva lui. Lei, un giorno, comprando una crema per le mani- l’inverno gliele stava distruggendo- sentì due curoi battere nel suo. E si disse che l’avventura era appena cominciata. Spaventata, uscì dal negozio e si chiese se questo battito perpetuo e doppio sarebbe durato anche sotto terra. Se lo augurò, forse.


Quando si lasciarono, perché sotto la terra durano più che altri i vermi, dicevo, quando si lasciarono, lui le augurò incontri e lei vide di nuovo, immensa questa sfolgorata grandezza che hanno certe persone, la vide dipanarsi davanti a lei, così, come un’alba. Che somigliava anche a un tramonto.


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Canone in verso



Anche senza dire

Anche senza dire




Un canto poetico ogni volta che uno ricorda, è un canto poetico ogni volta che uno ricorda.
Ho raccolto tutti i messaggi minatori e le cose senza senso né effetto e il sangue versato dalle dita, le note basse, quelle troppo alte, gli interpreti, i ruoli.

Piove sul latte versato. Piango sul bagnato. Tanti giorni che piango sul bagnato. Con il risultato che ormai le guance sono sponde e le prime rughe dighe.
Il gatto bofonchia, respira a fatica. Provo a spiegargli cose che non voglio capire perché sono ostinata. Dice che è meglio andarsene senza troppi falsi allarmi.

A passo di danza entrano tanti demoniucci nel teatro microscopico che è la pupilla. Due pupille, due teatri.

Il gatto inghiotte saliva e ha bisogno di bere. Continuamente.
Penso spesso agli anni di Cristo, che era un figo reale, perlomeno nella fiaba della Bibbia.
Abbiamo tutti un tempo moderato per considerare l’immortalità.

Al mattino, trionfo di suoni. Ho chiesto al Sole:Non c’è più nessuno a dirigere l’opera?”
(Una domanda che mi faccio da quando gli uomini, stolti che siamo, han rinunciato alle divinità e messo ala bando il baratto)
Insomma, chiedevo: “Non c’è più nessuno a dirigere?”
Lui ha indicato una bacchetta spezzata dentro a una pozzanghera e sopra una specie di Narciso puzzolente a specchiarcisi disperato.

In realtà non era un Narciso, ma una delle persone che stanno rattufate nel plaid sporchissimo e chiedono l’elemosina con la mano che trema a Termini.


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