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Ildegarda di Bingen, illuminaci ancora

 

Abbiamo chiesto a Teresa Lucente di farsi impossessare da Ildegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen, 17 novembre 1179) il tempo necessario per realizzare un’intervista essenziale e porre alla mistica domande delle cui risposte abbiamo bisogno e sete.

 

D’altra parte, chi meglio della Lucente, che ha alle spalle, come antropologa, una lunga frequentazione con il pensiero ildegardiano e, più in generale, con il pensiero e la scrittura delle donne nella storia, avrebbe potuto prestare voce e corpo alla mistica?

 

Le foto visionarie sono di Martina Cristofani.
Una che riproduce suoni quando scatta. Odori, pure.


 

- In cosa ti sentivi lontana dalla dimensione scolastica e filosofica dei tuoi contemporanei?

In realtà non è questione di distanza, è semplicemente che io mi muovevo su un piano diverso dal loro. Inseguivamo la stessa verità ma in modo diverso, guardando in direzioni opposte. Loro guardavano all’esterno, al mondo, alla realtà in cui si sentivano immersi; e lo facevano con gli occhi della mente, cercando gli effetti di un pensiero che non si contraddice e può, in ogni momento dar prova di se stesso. Per me, invece, si è sempre trattato di guardare dentro, oltre, nell’ombra, alla ricerca di segni che dicessero l’essenza delle cose. Si trattava di essere immersa nel mio corpo e, per suo tramite, di accogliere il mondo e dio.

 

Foto | Martina Cristofani

Foto | Martina Cristofani

 

- Avevi visioni. Parliamone. Come ti si presentavano? Solo nella dimensione onirica o si affacciavano anche alla luce del giorno, mentre eri impegnata in altre azioni?

È difficile da spiegare. Tutto nella mia vita era visione. Non è esatto dire che “avevo visioni”, ecco forse sarebbe meglio dire che non ho mai avuto altro modo di conoscere se non la visione così come non sono mai stata altro che un vaso che raccoglie le immagini che si producono nelle sue viscere.

 

- Nella testa dei poeti soffiano le muse. Come chiameresti l’entità che soffiavana nella tua? Dio?

Dio. E perciò anche caritas, pace, umiltà. Amore che ha bisogno che l’uomo lo ami. E libertà, perché l’amore non può che essere una scelta libera e volontaria. E lo chiamerei Sapienza perché non si può scegliere ciò che non si conosce.

 

- Non so se c’è ancora nel 2011 un’arcana sapienza che abita gli uomini. Credi sia qualcosa che non può scomparire o cessare?

L’arcana sapienza di cui tu parli io la chiamo Desiderio. De-siderio, essere privati delle stelle. Il desiderio di ritornare alle stelle è il motore che muove gli esseri umani in quanto umani, e non potrà mai spegnersi. Potrete coprirlo con tutti i rumori del mondo ma continuerà sempre a parlare all’orecchio attento.

 

Foto | Martina Cristofani

Foto | Martina Cristofani

 

 

- Sei stata la prima donna musicista della storia cristiana. Che c’entra la musica con Dio?

C’è un’armonia che muove il cosmo e lo tiene in vita. La stessa armonia che risuona nella natura e negli uomini. Ed è la stesa armonia con cui gli angeli incessantemente lodano dio. E al coro degli angeli la mia voce si unisce nel canto.

 

 

- In “Herbora sempliciorum”, Ildegarda di Bingen illustri le erbe coltivate nei monasteri e da cui vengono tratti i rimedi.
In che rapporto stanno le piante e gli esseri umani?

Omnia unum est. Prendo in prestito le parole del mio amico Ermete per rispondere a questa domanda.
Nel cosmo tutto è in corrispondenza con tutto e il centro di questa corrispondenza è l’uomo.

 

 

Foto | Martina Cristofani

Foto | Martina Cristofani

 

 

- Ascolta qui, questo è J. S. Bach, Cantata “Gleichwie der regen und Schnee” BWV 018, Sinfonia 1. La sua musica viene spesso apostrofata come la musica divina per antonomasia, un’architettura perfetta fatta di volute e geometrie impeccabili, che si moltiplicano, si amplificano, si riducono, si sublimano.
Che ne pensi?

Ho ascoltato commossa. Ma forse tu non consideri che io sono solo una paupercula et foeminea forma, tutto quello che so l’apprendo in visione. E anche la musica, non sono io a crearla ma è la voce dal cielo che me la ispira. E la Voce non mi ha ancora parlato di Bach.

 

 

– Va bene, devo informarti che per qualsiasi studente di filosofia, il corso incentrato sulla scolastica è di solito una tortura.
Poi, l’idea collettiva di Dio oggi non è messa tanto bene. Se solo questi studenti sapessero che il medioevo è stato abitato da una donna come te. Cosa senti di voler dire loro per appassionarli all’epoca che ti ha visto creare, scrivere.

Erano giorni di grande fermento. Intorno a noi tutto cambiava. Cominciavano a circolare i primi testi, così potevamo leggere in silenzio e in solitudine fuggendo dalle cantilene collettive a cui eravamo costretti prima dalla lettura ad alta voce. Finalmente potevamo pensare e scrivere e ci siamo accorti che tutt’intorno c’era un mondo che avevamo voglia di dire spostando dio dal centro dei nostri discorsi e mettendoci l’uomo. E finalmente si potevano usare più colori, finalmente il blu… Riuscite ad immaginare un mondo senza blu?

Quello che siete oggi lo dovete a noi, anche solo il poter parlare di voi stessi come “io”. E poi proprio perché fate così fatica a parlare di dio forse scoprirne un’idea diversa può esservi d’aiuto.

 

 

- Cos’è l’anima secondo te? E il corpo ne è davvero la prigione?

Questa è una domanda difficile, ci servirebbe molto tempo per parlarne ma cercherò un modo sintetico per descriverti il mio sentire sul copro e l’anima.
L’essere umano è un essere ancipite; divino per l’anima immortale che lo anima e lo lega a dio, e umano per il corpo, materia che lo unisce alla materia. L’anima abita e guida il corpo. Il corpo agisce abitando questo mondo e costruendone la storia.
Il corpo è indispensabile all’anima perché essa possa scegliere dio, esso è ciò che pone gli esseri umani al di sopra degli angeli perché attraverso di lui si compie in verità la salvezza dell’anima e la sua libertà.

 

Foto | Martina Cristofani

Foto | Martina Cristofani

 

 

- Chi è stato Bernardo di Chiaravalle per te?

Bernardo è per me un amico, un maestro, un consigliere; ma, soprattutto, è a lui che devo la mia pubblica rinascita. È per sua intercessione che il papa ha letto i miei scritti e mi ha consacrata al mondo come profeta. Senza Bernardo, forse, oggi non saremo qui a parlare.

 

 

- Il tuo nome di battesimo letteralmente significa “colei che è audace in battaglia”. Le italiane sono le più laureate del mondo, studiano di più e guadagnano di meno e quando si trovano in posizioni di rilievo alcune subiscono o credono di dover necessariamente adattarsi a un modello di gestione del potere basato su un concetto distorto di mascolinità. Il 13 febbraio 2011 donne, lavoratrici, studentesse, stagiste sfruttate, future mamme, insieme a papà, genitori, bimbi, cani, conviventi, fratelli, compagni, amici hanno portato un numero immenso di persone in tutte le piazze di Italia con il movimento Se non ora quando. Cosa vuol dire essere donna secondo te? Cosa diresti a tutti coloro che vogliono fare dell’Italia un paese che si anche per le donne.

Donne e uomini si muovono su piani diversi. Piani che sono sullo stesso livello ma sono diversi. Le donne dovrebbero capire che non si tratta  di essere uguali agli uomini, di saper fare le cose che fanno e nel modo in cui le fanno gli uomini.
Dovrebbero imparare a coltivare la differenza femminile, che è fatta di autorevolezza piuttosto che di autorità, di condivisione e solidarietà piuttosto che di proprietà privata e individualismo, di relazione piuttosto che di prevaricazione e oppressione. Il modello maschile ha ormai mostrato dovunque il suo fallimento, sarebbe necessario che le donne avessero lo spazio per prendersi cura del mondo e occuparsi attivamente nella vita pubblica, per raddrizzare quello che stoltamente è stato fino a qui sciupato.

 

 

- Dopo la tua morte è stato avviato un processo di canonizzazione mai concluso. Te ne frega qualcosa?

No, direi proprio di no. Forse mi piacerebbe trovare più spesso il mio nome nei libri, avere più tempo di parlare con giovani curiosi e intelligenti, questo sì. E mi dispiace un po’ per tutte le ore che quei monaci hanno passato nello scriptorium per compilare le mie opere in edizioni consone alla circostanza. Però quando poi penso che proprio da quelle fatiche è venuto fuori il meraviglioso manoscritto miniato che ancora oggi si può ammirare nella Biblioteca Statale di Lucca, allora mi dico che ne è valsa la pena e va bene anche così.


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Una cartolina da Onomatopoeia



Cappello da Dook nel suo farsi

Cappello da Dook nel suo farsi



Succede che le forme naturali certe volte ci rendono unici nella misura in cui si vuole stare al mondo in termini di sopravvivenza.
Succede che scagliarsi contro un dio unico dà meno soddisfazioni, che è meglio avere a disposizione un olimpo di concetti che noi stessi abbiamo creato.
Succede che i giorni passano come barrette di sesamo e le notti come centrifugati di pensieri. 


Era da tanto che non si vedeva sulla scena dell’arte contemporanea un uomo che ha un mondo dentro. Avrebbe dovuto essere la prerogativa fondamentale, quella di avere un mondo dentro, la conditio sine qua non dell’essenza da artista. Invece ci ritroviamo tra singoli pezzi squadrati e spennellati, sculture svincolate da un sentire progettuale, pezzi d’arte che rifuggono da un disgeno maggiore.

Charles Avery ha un immaginario collettivo e la collettività di cui parliamo è l’agglomerato efficiente delle sue sinapsi che orchestrano insieme. 

Buttato fuori dalla San Martin’s School, padre di tre figlie, scozzese, lavora a questa alestra per la mente da dieci anni.
E’ un artista che gioca a fare il demiurgo. Con ironia, ci riesce. 


La sua ambizione è nell’immaginifico, il suo progetto è proiettato in un territorio chiamato Onomatopoeia, un’isola cui approdiamo direttamente dopo essere entrati in quello spazio compatto che riposa internamente alla superficie elegante dell’EX-3, a Firenze, centro espositivo il cui nome nasce dalla contrazione della parola ‘exhibition’ e dalla sua ubicazione nel Quartiere 3. In questa sorta di Kunsthalle neroverdastra luminescente, piombata come dal cielo ai bordi dell’Arno, che si incastra a Tetris tra gli edifici, è qui che si salpa per Onomatopoeia.


Un olimpo di cappelli sgargianti in cerchio nella sala principale, dopo aver scrutato bene la mappa, essersi fatti un’idea sull’Oceano Analitico, quanto dista il fenomeno dal noumeno e che percorso si deve fare per arrivare laddove c’è ciò di cui non si può parlare e dunque si deve tacere. Ci sono gli Empiristi e la loro chiesa santissima e i Razionalisti. In mezzo, un pullulare di orizzonti di senso.

L’Eterna Dialettica viene snocciolata di bar in bar, bicchierino dopo bicchierino, con i cucchiaini che cozzano tra loro, qualcuno che fuma, in mezzo a coloro che al mercato offrono vignette di donne nude, tra le scimmie, i cani col becco a ciabatta larga e lunga. Gli illustri rappresentanti delle correnti di pensiero indossano questi cappelli sgargianti (lì si comprende che quelli messi a modello sono una sorta di legenda di tutta la mostra), si chiamano Dook e vengono trattati con rispetto. C’è sempre nel mezzo qualche lestofante pronto a vendervi la verità, qualcuno che, su compenso, vuol portarvi verso risposte e senso: “Vi porteranno alla porta di uno squallido edificio e inventeranno una scusa secondo la quale è impossibile per loro entrare, augurandovi buona fortuna. Entrando non troverete la Dialettica, ma un gruppo di ubriaconi che dscutono – benché, in certe occasioni, le due cose non siano poi così distinte.” 


C’è e si conserva il caos tutto umano in questi disegni morbidi, anatomici ed affusolati, francesi, diresti. Si sente il vociare e l’odore di serpentelli che sguizzano, lo sgranocchiare di uova, uova cosmiche? serpenti simbolici? Tutto è simbolo in questa mostra, perché tutto è unito insieme, nella bella logica illogica di un artista che ti prende per manoe  ti dice vieni, se può essere così, può anche essere diversamente, vieni, se hai voglia di una dimensione pensata così. Poi modellini, plastici, parti di lavoro, momenti di successiva cura, perché le cose per esser create richiedono cura. 


E se davvero i pensieri simultanei non sono solo coincidenze che sfamano la filosofia della scienza, magari può accadere che pezzi di questo mondo creato da Avery voi li abbiate già partoriti con la mente, in sogno o nel quotidiano svolgersi delle azioni. Può accadere che riconosciate qualcosa, mentre conoscete il nuovo.
Se è vero che gli artisti bevono da una fonte la cui acqua bagna le tempie di tutti. 


Buone reminescenze, allora. 
 


EX3 – Centro Per L’arte Contemporanea 

Viale Donato Giannotti 81/83/85 
50126 Firenze 
Tel: 055 0114971
 


Charles Avery – Onomatopoeia part I

Dal giovedì 18 novembre 2010
al 
domenica 09 gennaio 2011

Ufficio stampa Davis & Franceschini 
Gli artisti correlati Charles Avery  
Curatori Arabella Natalini 




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Panikkar riposi nella Babele di Borges





Raimon Panikkar

Raimon Panikkar






Il 26 del mese appena scorso è morto, all’età di 91 anni, Raimon Panikkar (Barcellona 03.11.1918 – Tavertet 26.08.2010).

Di notevole, segnalo un articolo di Armando Massarenti apparso sul preziosissimo Domenicale de Il Sole 24 Ore.
Un articolo a goccia, di quelli che spargono contenuto senza l’ansia di dire, senza la pretesa di chi sta sulla cattedra, senza il vestitino nero per l’occasione.
Semplice, spoglio, che richiamava Seneca per parlare non tanto di Panikkar, quanto della cosa che tutti ci ritroviamo per le mani, prima e dopo, quella cosina che alcuni chiamno vita, altri morte.

Molto di ciò che ho imparato su questo studioso lo devo al Professor Giuseppe Cognetti, docente di Filosofia Comparata delle Religioni presso l’Università di Siena. Il Professor Cognetti ha scritto parole che veicolano la prospettiva di Panikkar (Es.: “La pace è un’utopia?” edito da Rubbettino) ed è tra i soci fondatori del Centro Interculturale Raimon Panikkar, di cui Panikkar stesso era Presidente Onorario.


Dopo lo studio “accademico”, mi è capitato di parlare di Panikkar con

1 persone che avevano alle spalle studi di scienze politiche

2 accaniti viaggiatori

3 maestri di Yoga

4 un bizzarro attore di teatro + una psicologa poliedrica


Credo Panikkar sarebbe stato felice di questa enorme orma impressa in anime così eterogenee.

Lui, che eran nato da madre catalana cattolica e padre indiano induista, lui che univa preghiera, azione, impegno politico, dialogo tra religioni. Che a Madrid si era laureato in filosofia, poi in chimica e successivamente in teologia a Roma, presso la Pontificia Università Lateranense.

Lo avessi avuto davanti per un attimo, gli avrei chiesto: la tua prospettiva sulal pace e sul dialogo arriva solo nelle mani di persone che sono già dentro o che sono già vicine a un certo modo di aprirsi al mondo, all’altro, alle cose. Persone lontane dal monoculturalismo. Gli avrei chiesto: come facciamo a far penetrare il tuo messaggio luminoso anche negli adamantini riduzionisti convinti? Come li si spinge ad applicare l’idea multiculturale alla conoscenza degli estranei, al cibo, alla vita? Come si fa? A lasciare indietro la violenza che si portano appresso le idee monolitiche, che non accettano il confronto?

Un percorso interessante per chiunque volesse avvicinarsi al pensiero di questo grande pensatore, che ha bevuto alla fonte molteplice delle religioni, dicevo, un perocrso interessante potrebbe passare non per titoli ma per temi, temi grandi, roventi, da articolare poi nel quotidiano, perché la grandezza delle parole è nella loro versatilità in senso semplice, adattabile a muscoli, azioni, conversazioni. Per esempio il tema del nostro fallimento su un piano storico-politico, filosofico-dialettico e religioso-culturale. Nostro in quanto fallimento di noi uomini e donne.

Direte voi, come? Si parte dalla perdita? Sì.

Si parte da equilibri rotti, ottusità, ansia duale. Per riavviare il discorso a partire dall’uomo che non cede a tentazioni diaboliche – nel senso etimologico, dia-ballo, da dia-ballo, diavolo è colui che spinge a rottura.


Con che occhi guardate al mito di Babele (cap.11, Genesi)? Vedevo il mito di Babele come un mito grande, immenso, bellissimo. Panikkar mi ha fatto riflettere per la prima volta su un fatto: ammassando tutto, non si hanno sfumature, differenze. Gli essrei umani sono diversi tra loro e cercare di uniformarli a tutti i costi vuol dire azzerare, passare la tinta unita piatta sulle sfumature. La costrizione al pensiero unico è violenta e scatena violenza in forma di reazione.


A molti Babele fa venire in mente non la torre, ma la biblioteca del racconto di Jorge Luis Borges. Racconto (se vuoi leggerlo on line clicca qui) che sembra quasi un disegno divino.

Una biblioteca infinita con finita serie di caratteri che ci abitano dentro (tutti i possibili libri di 410 pagine). Le pagine dei libri si susseguono e talvolta formano frasi sintatticamente corrette, ma prive di senso compiuto. Tutti i possibili libri di 410 pagine combinabili in tutti i possibili modi. In altre parole, in quell’oceanica distesa di caratteri, potrà anche comporsi, o meglio, sarebbe trovabile, la Verità.

« Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, [...] la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri. »

Una biblioteca eterna. Non accoglie due libri identici. Ha un ordine che si ripete all’infinito.


Borges è fuori e dentro le cose, ti parla della Biblioteca per dire l’universo; il fatto è che, leggendolo, senti grandezza e visione purea, ultraumana. Una multiforme biblioteca che contenga le parole necessarie a spiegare anche l’origine dle tempo, che contenga ciò che dalle bocche dei filosofi non riesce o non potrà mai uscire.

Panikkar lo immaginiamo lì, tra i simboli, mescolando le lettere da formarsi nel senso della direzione non duale. Lì  consumare la sua esperienza cosmoteandrica e a spingere energia perché un po’ di questo passare attraverso si concretizzi anche tra noi che siamo rimasti qui. Da lassù abbatte il mito di una religione universale, ci spinge alla disciplina interiore che si traduce in pratica esteriore, con calma, con calma.


La parola di Panikkar è potente. Che si legga uno dell’ottantina di libri pubblicati o che si approfondisca uno dei quasi 800 articoli da lui scritti. La sua parola spinge all’azione chi già ne sente l’eco ma non lo sa. Cattura chi non ne conosce la forma. E se anche molti non si avvicineranno mai, a questi molti, qualcuno si aprirà, abbandonandosi, dando semini. Indipendentemente dal raccolto. Con calma, con calma.


“La vita non ci è data per fare una corsa, ma perché la viviamo.”

(R. Panikkar, Pace e disarmo culturale, p.44, Rizzoli, 2003)


“[...] Che si riesca ad essere non mero individuo, ma persona, centro di relazioni che includono gli uomini e le culture di tutte le latitudini e di tutti i tempi. Questo si può fare solo allargando a dismisura il proprio cuore, la propria anima. Occorre quindi muovere dal riconoscimento del pratityasamutpada* buddhista: tutto è in relazione con tutto, anche se le parti di questo tutto son diverse e anche opposte. Ogni uomo e ogni donna sono unici, eppure dentro una relazione costitutiva; se la relazione viene spezzata, se la differenza diventa separazione, allora nasce l’individualismo, e con esso l’armonia è perduta e ci si rifugia in un’astratta identità individuale, dimenticando il legame originario. [...] Si tratta di allargare lo sguardo, di relativizzare, mantenendo la propria identità, non forte né debole, ma dinamica, aperta ad altri orizzonti di senso.”

(G. Cognetti, La pace è un’utopia? La prospettiva di Raimon Panikkar, p.97-99, Rubbettino, 2006)


* pratityasamutpada: parola che deriva dal sanscrito, nella terminologia buddhista l’espressione indica la relazione totale delle cose, la prospettiva per cui le cose sono in quanto sono in relazione l’una con l’altra




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