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Conta se per te conta

 

Foto | Adriaan Garritsen

Foto | Adriaan Garritsen

 

Mi ricordo le giunture che erano ben unte con olio di speranza e le inchieste sull’anima duravano un momento prima di cena.

Sai, avevo la sensazione che fossi davvero una delle poche cose per cui valesse la pena la penna. Morte, mia cara, passando gli anni a cercarti mi sono chiesta, avendoti davanti, come il cuore dovesse battere. “Dovrebbe battere come dopo una sauna” ha bisbigliato qualcuno. Come quando spargi l’acqua sulle pietre roventi. Arrivano zaffate di futuro.

Stare al mondo allora è dunque questo tranello bellissimo, per il quale i superlativi si sprecano?

 

Ricordo l’amore puro, era molto vicino alla stretta di mano che dai a qualcuno che già ti aveva colpito a distanza, da lontano. O la stretta di mano che dai a te stessa prima di indossare qualsiasi maschera. Si può vivere togliendo quelle che sembravano incrostate sul viso, le maschere, dico; questo mi sta insegnando il cielo, da questa parte di mondo. Ho un piccolo pupazzo che mi ricorda quanto sia importante tenersi in vita, me lo ricorda con il suo sguardo fisso e le ginocchia immobili. Ho un piccolo cucciolo di orso, quando non guardo, mi lecca le ferite come fossero miele.

Se smettessi di immaginare sarei mangiare quando non si ha fame, sarei saltare irrigidendo il collo. Infatti adesso sono vestita di bianco e maneggio una spada, proprio così, proprio così, a tre ore dalla colazione e due dal pranzo, mentre gli indici della borsa sono diventati mignoli.

 

Lo slancio del cuore conta incredibilmente.

 

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AddoloRete


St. Andrew Cross Spider

St. Andrew Cross Spider



Certe volte vien da fare come una specie di torera di nuvole, matadora di sogni.
Mi hai fatto tanto male, mi hai fatto male proprio dentro alla pelle, dermamale, mi hai fatto.
Certe volte ci vuole di guardare due innamorati che parlano sottovoce anche se nulla lo imporrebbe.
Di bere una tisana e l’amarezza lasciarla sul fondo.
Certi umani confondono il bisogno di amore con altro.

Io ti assolvo per tutto il dolore che altri ti hanno dato, io ti assolvo per come non mi hai mai parlato del tuo grande amore. Io assolvo tutti da tutti i grandi amori. Io non te ne voglio per il fatto che hai sfiancato me, visto il veleno che ti fu, a suo tempo, sputato addosso.
Quello che posso fare è solo rendere l’amore omeopatico, con il male curare il male.
Quello che posso fare, realisticamente, è non smettere di credere che, quando qualcuno di valido ti chiede “fammi entrare”, forse un varco vale la pena lasciarlo certe volte. Chiusa come una Venere da tortura, quella fine spero di non farla mai, come una custodia con spunzoni e sangue e occhi appesi. Gli occhi cavati e le catene del “continuiamo a farci male visto che tutti siamo stati feriti.”
Io ti assolvo per il dolore grande. Lo sento proprio sotto all’aorta, vicino alla vena porta.
Fuori c’è una lucina di aereo che vola.

A quante cose ho creduto, divinità mie, a quante.
Innumerevoli. Erano tutte parole dette con leggerezza, senza aderenza, con disperazione, talvolta, intento salvifico ed egoista.
Non voglio credere che la vita sia un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno e in mezzo sesso, aperitivi, divani, preservativi, età, soldi, spostamenti, vibratori, cadute, tumori.
Non posso crederlo.

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