Cappello da Dook nel suo farsi

Cappello da Dook nel suo farsi



Succede che le forme naturali certe volte ci rendono unici nella misura in cui si vuole stare al mondo in termini di sopravvivenza.
Succede che scagliarsi contro un dio unico dà meno soddisfazioni, che è meglio avere a disposizione un olimpo di concetti che noi stessi abbiamo creato.
Succede che i giorni passano come barrette di sesamo e le notti come centrifugati di pensieri. 


Era da tanto che non si vedeva sulla scena dell’arte contemporanea un uomo che ha un mondo dentro. Avrebbe dovuto essere la prerogativa fondamentale, quella di avere un mondo dentro, la conditio sine qua non dell’essenza da artista. Invece ci ritroviamo tra singoli pezzi squadrati e spennellati, sculture svincolate da un sentire progettuale, pezzi d’arte che rifuggono da un disgeno maggiore.

Charles Avery ha un immaginario collettivo e la collettività di cui parliamo è l’agglomerato efficiente delle sue sinapsi che orchestrano insieme. 

Buttato fuori dalla San Martin’s School, padre di tre figlie, scozzese, lavora a questa alestra per la mente da dieci anni.
E’ un artista che gioca a fare il demiurgo. Con ironia, ci riesce. 


La sua ambizione è nell’immaginifico, il suo progetto è proiettato in un territorio chiamato Onomatopoeia, un’isola cui approdiamo direttamente dopo essere entrati in quello spazio compatto che riposa internamente alla superficie elegante dell’EX-3, a Firenze, centro espositivo il cui nome nasce dalla contrazione della parola ‘exhibition’ e dalla sua ubicazione nel Quartiere 3. In questa sorta di Kunsthalle neroverdastra luminescente, piombata come dal cielo ai bordi dell’Arno, che si incastra a Tetris tra gli edifici, è qui che si salpa per Onomatopoeia.


Un olimpo di cappelli sgargianti in cerchio nella sala principale, dopo aver scrutato bene la mappa, essersi fatti un’idea sull’Oceano Analitico, quanto dista il fenomeno dal noumeno e che percorso si deve fare per arrivare laddove c’è ciò di cui non si può parlare e dunque si deve tacere. Ci sono gli Empiristi e la loro chiesa santissima e i Razionalisti. In mezzo, un pullulare di orizzonti di senso.

L’Eterna Dialettica viene snocciolata di bar in bar, bicchierino dopo bicchierino, con i cucchiaini che cozzano tra loro, qualcuno che fuma, in mezzo a coloro che al mercato offrono vignette di donne nude, tra le scimmie, i cani col becco a ciabatta larga e lunga. Gli illustri rappresentanti delle correnti di pensiero indossano questi cappelli sgargianti (lì si comprende che quelli messi a modello sono una sorta di legenda di tutta la mostra), si chiamano Dook e vengono trattati con rispetto. C’è sempre nel mezzo qualche lestofante pronto a vendervi la verità, qualcuno che, su compenso, vuol portarvi verso risposte e senso: “Vi porteranno alla porta di uno squallido edificio e inventeranno una scusa secondo la quale è impossibile per loro entrare, augurandovi buona fortuna. Entrando non troverete la Dialettica, ma un gruppo di ubriaconi che dscutono – benché, in certe occasioni, le due cose non siano poi così distinte.” 


C’è e si conserva il caos tutto umano in questi disegni morbidi, anatomici ed affusolati, francesi, diresti. Si sente il vociare e l’odore di serpentelli che sguizzano, lo sgranocchiare di uova, uova cosmiche? serpenti simbolici? Tutto è simbolo in questa mostra, perché tutto è unito insieme, nella bella logica illogica di un artista che ti prende per manoe  ti dice vieni, se può essere così, può anche essere diversamente, vieni, se hai voglia di una dimensione pensata così. Poi modellini, plastici, parti di lavoro, momenti di successiva cura, perché le cose per esser create richiedono cura. 


E se davvero i pensieri simultanei non sono solo coincidenze che sfamano la filosofia della scienza, magari può accadere che pezzi di questo mondo creato da Avery voi li abbiate già partoriti con la mente, in sogno o nel quotidiano svolgersi delle azioni. Può accadere che riconosciate qualcosa, mentre conoscete il nuovo.
Se è vero che gli artisti bevono da una fonte la cui acqua bagna le tempie di tutti. 


Buone reminescenze, allora. 
 


EX3 – Centro Per L’arte Contemporanea 

Viale Donato Giannotti 81/83/85 
50126 Firenze 
Tel: 055 0114971
 


Charles Avery – Onomatopoeia part I

Dal giovedì 18 novembre 2010
al 
domenica 09 gennaio 2011

Ufficio stampa Davis & Franceschini 
Gli artisti correlati Charles Avery  
Curatori Arabella Natalini 




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