Soqquadro sorride meschina
a tutte le banali altre parole,
che han bisogno di una ccù con una cci dietro.
Questa è una dichiarazione (woah!) d’amore
e tu sei la mia cosa che mette a soqquadro tutte le altre.
La mia cosa che non controllo e nemmeno mi controlla.
L’imprevisto, la resa, ma una resa piena d’attacco.
Incivilizzabile, pienamente potente.
La mia cosa scorretta come un brigante e delicata come un galantuomo o una dama,
ostinata come certi uomini che lavorano con le mani o hanno fatto la guerra.
I tuoi occhi capaci di tutto.
Auguro soqquadro a chiunque si dica umano,
perché riempie di deità,
fora il pensiero e
la ragione diventa un grosso Lerdammer olandesissimo
che riempi forse con nuvole e tatto.
Ne esci con fluidità pari al metallo
e un rivestirsi repentino
alla luce di treni e all’alba di traslochi.
Un’apertura spasmodica verso la possibilità.
Un modo di morire affatto rammollito,
e quindi un modo di stare in vita
che lascia l’universo rintronato.
La mia cosa coricata sui viaggi,
le mie labbra come dita furiose che sfogliano
cercando il codice tra tante formule,
il codice della tenerezza
coniugata a curiosità e un certo qual modo spontaneo
di stare in vita e quindi morire.
I tuoi occhi capaci di tutto.
Mi sdraio come una donna.
E le spalle ti cercano complici.
E come una manata di cellule impazzite,
la notte nera sta nel letto ma non del tutto, piena di elettricità
Mi sdraio da donna sui tuoi occhi capaci di tutto.
(Immagine | Ida Macondo)






