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Meglio la zizzania


Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen


Sono belli, ti assicuro.
Mi è capitato di sentirli parlare a una cena; ero molto stanca, ma questa coppia catturava tutta l’attenzione. Li ho beccati lì a immaginare che un mondo apre tante chiavi e che la sicurezza dei pensieri traballa quando l’asse terrestre si sposta. Si amano molto ma se lo dicono poco.
Lui per lei ha lasciato “la prima lei”, quella con cui ha messo al mondo tre figli. E tutti lì a dire che lui per quella lì c’aveva lasciato la famiglia, ‘sto farabutto.

Io non lascio la famiglia, lascio te. Non ti lascio veramente, perché tra noi c’è un filo. Ci sarà sempre, tre fili/figli bellissimi.
Clara, la prima moglie, nervosa: Puoi non giocare con le parole anche ora che mi stai lasciando per favore? Puoi fottutamente smettere un attimo di fare il Munari del mio gran cazzo?
Usava sempre quella brutta espressione lì, ma quando la diceva aveva un che di Lana Turner ne Il postino suona sempre due volte.

Lui aveva solo lasciato lei per vivere la storia con Heina, la donna che aveva aspettato per tutta la vita. Pittrice, disinvolta coi suoi capelli bianchi e lunghi e le rughe verticali sulle labbra. Ironica come nessuna, d’una magrezzza delle persone serene, sorridente, tranne quando vedeva gente picchiarsi o che non sorrideva a bambini o che faceva del tutto per non aderire a se stessa.

Lui aveva lasciato Clara perché la donna che si aspetta certe volte viene, quella che non ti ammazza le idee matte sul nascere, quella che ti riempie anche quando ti senti saturo di stimoli. E insieme ti viene voglia di andarci a vivere, vedere se è una che ama le candele, scegliere insieme il divano, mangiare solo quando viene fame, trasferirsi in città, ma in una parte speciale della città, bere vino prima della cena, mentre ognuno legge la sua posta.

Lui aveva lasciato Clara perché certe volte  la chiave per leggere il mondo arriva e allora ti esplode dentro la voglia di dire che ti senti dentro tutte serrature che a loro volta danno sul mare, mentre la mente fa pace con ogni altro elemento naturale.

Nessuno però se la diceva così, nessuno dei compaesani che stavano nelle abitudini e radicati nelle cose di chiesa, diocesi e bar Sport e panchine verde smunto. Nessuno in paese la diceva così. Perché nessuno è nell’intimità di altri e perché è bello raccontarla con aneddoti inesistenti e avvelenati, no?
Meglio la zizzania, senti che suono, zizzania.

Immagina cosa hanno detto in paese quando alla Clara è venuto un tumore.
Tu prova soltanto a immaginare.

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“Il ritorno di Lilith” Joumana Haddad



Joumana_Haddad

Joumana_Haddad


Il ritorno di Lilith

Io sono Lilith la dea delle due notti che torna dall’esilio.

Io sono Lilith la donna destino. Nessun maschio ne è sfuggito, nessun maschio ne vorrebbe sfuggie.

Io sono Lilith che torna dalla cella dell’oblio bianco, leonessa del signore e dea delle due notti. Raccolgo ciò che non può essere raccolto nella mia coppa e lo bevo perchè sono la sacerdotessa e il tempio. Consumo tutte le ebbrezze perchè non si creda che io mi possa dissetare. Mi faccio l’amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per far posto a quelli che non mi hanno ancora conosciuta.

Dal flauto delle due cosce sale il mio canto
E dalla mia lussuria si aprono i fiumi.
Come non potrebbero esserci maree
Ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso?
Non sono la ritrosia nè la giumenta facile,
Piuttosto il fremito della prima tentazione. 
Non sono la ritrosia nè la giumenta facile, 
Piuttosto lo svanimento dell’ultimo rimpianto. 

Io sono la leonessa seduttrice e torno per coprire i sottomessi di vergogna e per regnare sulla terra. Torno per guarire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva. 

Io sono Lilith
E torno dal mio esilio
Per ereditare la morte della madre che ho generato.


Joumana Haddad, poetessa e scrittrice libanese, è responsabile delle pagine culturali del quotidiano libanese An Nahar. È l’amministratrice del Booker arabo, un premio letterario che ricompensa ogni anno un romanzo arabo e capo redattrice della rivista online Jasad sul linguaggio e letteratura del corpo. Le sue poesie saranno pubblicate presto in una raccolta dal titolo Adrenalina (Edizioni del Leone) con la traduzione dall’arabo di Oriana Capezio. La Haddad è anche membro del Comitato del Libro e della Lettura presso il ministero della cultura libanese. Ha ottenuto il premio del giornalismo arabo nel 2006.

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Dessertatrici come noi



Dessertatrice all'opera

Dessertatrice all'opera




In forma di braccia sembrerebbe avere un prolungamento molto utile, quello del cuore.
La sera prima ha riversato grande stress sui figli e la sera dopo ha mangiato biscotti, 8 tutti assieme, per fermentare amore.
La sera dopo ancora ha provato a farsi bella per lui allo specchio. Il rossetto era vecchio.
Qualche sorrisino inattivo, qualche ciocca rimandata indietro.
Qualche strap di pelo.
Ma non c’è riuscita, nulla da fare.

Poi la mostra, la foto, la mostra, il muratore che la fischia e il nervoso si fa sentire di meno.

Come ci vuole l’ironia (10 minuti al giorno, dosi a salire quando arriva l’inverno),
l’atarassia (esercizi in serie, specie di fronte ad atti di prepotenza).

Appunti per il futuro:
PREPARARE UNA TORTA DI MELE AL PRINCIPE AZZURRO.

Spargerci sopra non alchermes ma gocce di mestruo,
non zucchero velato ma perle di sudore,
non gocce di cioccolato fondente, ma pallettine metafisiche delle volte in cui avresti voluto, ma qualcosa ti ha bloccata.
I gradi di cottura saranno la somma degli orari in cui l’aereo arrivava e lui non c’era.
Il tempo di cottura lo daranno le durate degli abbracci repressi. A segnalarlo, gli allarmi di sveglie volutamente ignorate.
Andrà disposta su un centrino ricamato da mani che hanno pianto sul viso.
Il piatto sottostante sarà rigido come certe porte in faccia.


Come strumenti di lavoro sulla torta,
avrai un vibratore e aogni vrr vrrr riporrai sull’impasto il tuo stupore.


Sarai un aperfetta massaia coreografata dalla Bausch,
colorata da Gaudì,
vestita da Coco.

Un bel pezzo di donna ai fornelli, altroché.


La torta sarà avvelenata q.b. per sciogliere il mito dell’amorefeliciecontenti.

Mai misurare gli ingredienti con la bilancia, ma a colpo d’occhio, come a colpo d’occhio ti hanno catturato spalle mani e occhi dell’uomo che passava per strada.
Assolutamente vietato sbattere le uova senza mandare un pensiero a quando il lui che hai amato ti stava dentro, e tu gli hai chiesto di spingerlo tutto, senza sapere che stava arrivando l’orgasmo o giù di lì.

Spremere bene il limone sulle ferite, specie quelle dello spirito.


Azioni da fare con il pensiero, intanto, mentre la torta cresce nel forno:
RIDIMENSIONARE L’AMORE.
L’AMORE E’ UN BACIO DATO PIANO, UN ESERCIZIO DI ANIME CHE COZZANO,
UNO SPAGHETTO CONDITO D’ASSURDO,
DOVREBBE ESSERE COME QUANDO ANNUSI IL LIBRO E TI PIACE.
NON E’ ALTRO.
Non frasi sottese, non e-mail lette perché “era lì e proprio non avrei potuto fare altrimenti”, non psicorobe represse.

La torta, torniamo alla torta.
La crema, per non farla impazzire, mentre la girate, mandate a memoria qualche battuta da “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” o canticchiate La vie en rose.
Se non si arriva allo scaffale degli altri ingredienti, prego, creare una pila di frasi fatte e sovrapporla a quella degli inutili “bene, grazie” dopo i facili “come stai?”.


La torta c’è da dividerla in 4 grandi spicchi, nel nome delle frazioni che vi riuscivano più o meno bene:


1 fetta per l’ultima storia vissuta
1 fetta per tutti i panni stesi dopo la lavatrice
1 fetta per l’altalenante autostima
1 fetta per le risate e il caffé al mattino


Da servire calda.

E se l’avvelenato ancora respira,
prego, procedere con trielina.

E dopo tutto sarà bianco, neutrale, stanco e pronto.

Tutto sarà pronto. Per essere vissuto.


Elisa Cappelli

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Non dia confidenza agli sconosciuti



Tarocchi - Il matto

Tarocchi - Il matto


“Si sieda, si sieda.”
Mi siedo.
“Si vede che è stanca, si vede dagli occhi, che ha la faccia stanca si vede dagli occhi – - – - Chiuda la borsa ha la borsa aperta (La borsa chiusa, si sa che Roma è un manipoli di ladruncoli molto bravi, si sa, no?) – - – Le dicevo, insomma, sì, ha fatto proprio bene a sedersi ché l’Italia è piena di babbione e lei non dovrebbe andare su tacchi così, non lo sa che fa male? Che la schiena deve stare a livello dell’asfalto? – - – Poi ci son le buche, non lo sa che l’Italia è piena di buche, buche ovunque. – - -

(Grande pausa, strabuzza gli occhi, fissa in alto, verso le fermate)
(E’ una donna che forse è stata anche bella)

“Il comandante, anzi l’ammiraglio dice che nell’arme non c’è più serietà e lo credo bene, non c’è. Non ce ne è. Insomma, loro scendevano a terra poi si facevano molte donne, poi rimontavano sulla nave. Certe volte tornavano dalle loro mogli, mi dicevamidicevamidiceva…me lo diceva sempre, mi diceva

(Tutti ci guardano come se la signora mi stesse infastidendo. Comprensione verso me.
Un omino con 24 ore ha anche la faccia tipo “Se la secca troppo, signorina, ci penso io.”
Ci pensi tu? Che vorresti fare con quella trippa? Vorresti sbattermelo in culo, lo so, manco quello sapresti fare, borghesuccio)

(Ma proseguiamo)

(La donna ha una macchietta gialla nel bianco dell’occhio sinistro, le dita screpolate. Deve esser stata bella)

“Mi voleva fare da dietro, il comandante, anzi, l’ammiraglio…gli ho detto NO!, eh no, eh cazzo no, eh no”

(Strattona, mi strattona e mi pigia sul braccio sinistro)
(Tutti intorno avvertono come un senso di pericolo)
(La guardo forte per capire come sente il sesso e perché mi pigia proprio mentre il tema del suo monologo si scalda. Mi viene in mente la Merini e la sua voglia di scopare qualche anima)

“Eh No, gli ho detto io,  che poi quelli sono ammiragli e non danno i resti, non danno, dopo si dice che dai il culo, eh no, eh NO!”

(A “culo” si girano tutti, allora io rido più forte e mi accosto a lei che mi pigia. Sì, siamo due pazze, va bene?)
(Quando la guardo e sorrido, smette di pigiare, si rasserena e fissa il vuoto e io penso a quanto deve esserle mancato questo contatto, o magari mi sbaglio su tutti i fronti)

(Solo che penso sempre a mia zia che si è ammazzata.
A lei è mancato il contatto. E il mio non bastava più. Era una cazzo di poetessa, madonnina)

“Scendo a Porta Furba, scendo a Porta Furba. Ci siamo.”

(Arriva la sua fermata)
(Mi guarda)

“Buon proseguimento e non dia confidenza agli sconosciuti.”

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