Articoli con tag donna

Non restiamo qui in periferia amore mio

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Lei è quella che ha il bar, ma forse glielo tolgono.
Una signorina carina coi denti un po’ scuri, forse la droga in passato.
Però una signorina rimessa a posto, dopo che ha avuto una figlia.
Una figlietta con cui gira sempre, tutte e due con le gambette fine fine sulle strisce pedonali, davanti al cinema o al portone della sarta.

Lui sorride sempre quando le vede passare, ma non sorride in generale, sorride proprio guardandole, sorride nella loro direzione.

 

Oggi, nel mezzo di una mattina d’inverno, l’ha fermata tra il fioraio e il ristorante di cucina tipica, ha trovato il coraggio di dirle:
“Ci facciamo una foto?”

“Ma come una foto?”
“Sì, sto per partire. E voglio un ricordo di questo quartiere.”
“Dov’è che vai?”
Con quel sorriso brillante le ha detto: “Nel tuo cuore, mi ci tuffo proprio. Posso?”


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Inchiavate a dovere

 

Extreme women _ A. Angelone

Extreme women _ A. Angelone

 

In genere le mostre di genere sono generali e stanche.
Passando verso Modena, però, si potrebbe esperire una mostra fuori da questa categoria e molto vicina all’esplorazione della prigionia.
Reliquia, feticcio e storia. Appunti, spunti e cuciture. Scatola, famiglia, chiesa. Amen e così sia. O meglio, così è stato finora.
Forse Pia de’ Tolomei sorriderebbe, passando di qui. E, con viso mansueto e ferito, passerebbe di stanza in stanza.
Chiavi, aperture, anche, braccia, occhi.

 

EXTREME WOMEN CONDITION
Labirinto di dolore alla ricerca della luce
Installazione /
Mostra/exibition
di ADELE ANGELONE
voce e movimento Irene Guadagnini

Inaugurazione 24 novembre 2011, ore 18.45
Sala dei Passi Perduti-Palazzo Municipale -Piazza Grande-Modena
ingresso libero

L’opera  analizza la “prigionia” psicologica e sempre più concreta fino ad arrivare alla violenza e alla morte. Attuale e dolorosamente presente
in ogni parte del mondo (nel 2010 solo in Italia le donne uccise sono state 127).

 

EXTREME WOMEN _ A. Angelone

EXTREME WOMEN _ A. Angelone

 

 

Una sorta di percorso, di -stanza in stanza – di scatola in scatola – di prigione in prigione. In questo lavoro il corpo viene indagato in termini di simboli del costume e
oggetti che raffigurano strumenti di lavoro che ci provengono dalle radici più remote, dall’ eredità familiare e religiosa.

 

EXTREME WOMEN _ A. Angelone

EXTREME WOMEN _ A. Angelone


Si svelano parti del corpo delle donne, al centro di stanze – scatole – prigioni, buie e violente. Le cronache quotidiane, le violenze impietosamente
mostrate nei giornali, e sui mass media, tutto documenta il corpo straziato, ferito e non rispettato delle donne, in un labirinto di prigionia alla ricerca della luce.

 

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Sintonia al mattino

 

Colazione Attrazione

Colazione Attrazione

 

L’attrazione spalmata sulla colazione. C’è una coppia bellissima seduta al tavolo con le sedie di plastica verdi. Ridono come chi la notte prima ha fatto l’amore bene e fanno colazione, ma una colazione che dura fino al primo pomeriggio. Lei ha sembianze di olandese alta ma snella, è semplice nei modi e il vestito anche è alquanto sobrio, color crema chiara. Sul suo corpo questa semplicità si assesta come una lucertola sulla sabbia, le ossa lunghe lunghe, da stangona nordica. Lui è leggermente più basso, sul deltoide destro ha tatuato il volto di un bambino che avrà su per giù otto anni. Non è elegante, non è pacato, non è formale. Indossa una canottiera blu-verde, i jeans e le infradito. I peli sotto le ascelle promettono lavoro fisico alle spalle. Ha una spontaneità tutta sua e sta perdendo i capelli sulle tempie, resta quel crine davanti come diabolik, solo che è biondo. Ha gli occhi buoni e il viso duro. Un uomo. Sembra proprio uno di quelli che diresti un uomo vero. Uno di quelli che quando è dolce ti fa sciogliere l’anima. Uno di quelli che non ti apre la porta per galateo ma col tempo ti apre il cuore, te lo mette tra le dita e dice: “Tieni, vedi quello che devi fare.” Il sedere di un ragazzotto in forma e i pettorali leggermente morbidi.

In questa colazione si dicono molte cose, ma una su tutte è importante davvero. Quando lei, con le gambe lunghe accavallate lo ascolta raccontare qualcosa sui Beatles, su come in fondo non gli siano mai piaciuti, lei non sa trattenere un pensiero a voce alta: “Potresti non essere tu quello lì, quello che sposi. Però sarebbe bello.” Lo dice lei e lui resta un po’ impacciato con un gesto appeso in aria, ma le estremità degli occhi si piegano subito verso il basso, come chi si commuove da dentro. “Ragazza mia se sei forte.” dice sottovoce battendo una manona sul tavolo di vetro.

Poi continuano a parlare, come se nulla fosse stato, continuano a parlare, gesticolare, stare appoggiati allo schienale. Quando vanno via lei gli lascia un pizzicotto sonoro sull’avambraccio destro. Camminano distanti e il giorno fa il suo dovere fino alla sera. Ai tavoli all’esterno sono rimaste strane grasse donne che parlano di guarigione e autoguarigione, mentre divorano uova spiattellate su panini affastellati di patate.

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Il corpo spirituale del poeta

 

 

Ancora oggi Guido Cavalcanti è in grado di far vibrare e insegna come vibrare alle anime disposte all’amore.
Oggi sono stata sfidata a una slamming poetry da alcuni nativi e ho tirato fuori Cavalcanti.
Un po’ perché una persona speciale mi ha regalato “Lezioni americane” di Italo Calvino
(nella prima delle lezioni, quella sulla Leggerezza, Calvino dedica molte pagine al poeta),
un po’ perché per Cavalcanti il mio cuore ha sempre battuto fortissimo.

Complice del mio invaghimento che ancor dura, Lorenzo il Magnifico, che lo descriveva così nelle Opere: [..] come del corpo fu bello e leggiadro, come di sangue gentilissimo, così ne’ suoi scritti non so che più degli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e nelle invenzioni acutissimo, magnifico, ammirabile.”

Con Cavalcanti siamo in un terreno che ci riguarda tutti.
L’insoluto volere, ma un volere il cui risolversi annienta.
Vale per quando si desidera fortissimamente si desidera.
Poi il dolore pervade, diventa una cosa che sfocia nel sangue, nel corpo.
Per questo Cavalcanti è già olistico spinto.
Non c’è differenza tra il copro mortificato e la spinta interiore.
Ma quel dolore lì diventa strumento di vita.
Per questo Cavalcanti stava già molto dentro all’arte del rovesciamento, taoista, se vogliamo.

Pareva il caso allora, subito sotto a questa sfilata esegetica sulla storia di un amore, pareva proprio il caso di tornare su questa canzone.

 

L’esistenza qui è una specie di campo di battaglia.
Da questo luogo fuggono via le virtù.
Perché? Abbattute, azzerate, invalidate dall’amata, che in quel campo di battaglia si è presentata in tutto il suo splendore.

Non c’è tregua, non c’è riposo e questo sconvolgimento passa tutto “per”, ovvero ha come veicolo, gli occhi di lei.
L’io-poeta è anche l’io-amante e l’io-amante è un involucro di spiritelli e questi spiritelli rispondono al piacere, e se la danno a gambe, perché lei è un turbine, è un tornado. Travolge e sazia, nutre e accattiva, sconvolge e vitalizza.

La consolazione sta nel dar di rima, nella scrittura.
Anzi la canzone diventa contenuto del lamento e destinataria al contempo.
Alla canzone il poeta si rivolge, a lei affida il compito di guidare gli spiriti fino alla donna, quegli stessi spiriti che erano venuti in difesa, ma che poi sono fuggiti impauriti.

 

Con un invito a perdersi e scomporsi nell’amore,
eccole qui le rime, che ve passino’l core.

 

Io non pensava che lo cor giammai, IX

Io non pensava che lo cor giammai
avesse di sospir’ tormento tanto,
che dell’anima mia nascesse pianto
mostrando per lo viso agli occhi morte.
Non sentìo pace né riposo alquanto
poscia ch’Amore e madonna trovai,
lo qual mi disse: “Tu non camperai,
ché troppo è lo valor di costei forte”.
La mia virtù si partìo sconsolata
poi che lassò lo core
a la battaglia ove madonna è stata:
la qual degli occhi suoi venne a ferire
in tal guisa, ch’Amore
ruppe tutti miei spiriti a fuggire.
Di questa donna non si può contare:
ché di tante bellezze adorna vène,
che mente di qua giù no la sostene
sì che la veggia lo ‘ntelletto nostro.
Tant’ è gentil che, quand’ eo penso bene,
l’anima sento per lo cor tremare,
sì come quella che non pò durare
davanti al gran valor ch’è i·llei dimostro.
Per gli occhi fere la sua claritate,
sì che quale mi vede
dice: “Non guardi tu questa pietate
ch’è posta invece di persona morta
per dimandar merzede?”
E non si n’è madonna ancor accorta!
Quando ‘l pensier mi vèn ch’i’ voglia dire
a gentil core de la sua vertute,
i’ trovo me di sì poca salute,
ch’i’ non ardisco di star nel pensero.
Amor, c’ha le bellezze sue vedute,
mi sbigottisce sì, che sofferire
non può lo cor sentendola venire,
ché sospirando dice: “Io ti dispero
però che trasse del su’ dolce riso
una saetta aguta,
c’ha passato ‘l tuo core e ‘l mio diviso.
Tu sai, quando venisti, ch’io ti dissi,
poi che l’avéi veduta,
per forza convenia che tu morissi”.
Canzon, tu sai che de’ libri d’Amore
io t’asemplai quando madonna vidi:
ora ti piaccia ch’io di te mi fidi
e vadi’n guis’ a lei, ch’ella t’ascolti;
e prego umilemente a lei tu guidi
li spiriti fuggiti del mio core,
che per soverchio de lo su’ valore
eran distrutti, se non fosser vòlti,
e vanno soli, senza compagnia,
e son pien’ di paura.
Però li mena per fidata via
e poi le di’, quando le se’ presente:
“Questi sono in figura
d’un che si more sbigottitamente”.

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