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Praticare quando tutto è in tempesta




Adriaan Garritsen

Adriaan Garritsen




L’enorme filo che mi è parso di vedere tra yoga e tai chi chuan come si arricciola dentro al corpo quando il corpo sta male?
E con corpo si intenda la mente e la psiche pure, il soffio vitale e l’emotività.
Che so io, dopo un evento traumatico, come ci si relaziona alla pratica, al tapetino, al tatami, al luogo sacro della palestra?

La pratica solitaria (che solitaria non è mai) può diventare scomoda.
Pigrizia al mattino, voglia solo di lasciarsi andare a qualcosa che non ha a che fare con le “commissioni e lavoro e gestione attività quotidiane” e per gestione attività quotidiane si devono calcolare anche pensieri su quale cibo cucinare, che vestiti mettersi, quando lavarsi i capelli, quando fare la doccia.


Lì c’è sempre un limite sottile, non si deve forzare secondo me.
Però un po’ anche sì.

Ho conosciuto alcuni maestri che si pongono sempre su un livello un pochino più alto rispetto agli allievi. Che peccato.
Gli allievi sono quelli che si sono messi su un percorso che non appartiene alle persone, ma al simbolo che tutto comprende, il Tao.
E possono restituire moltissima energia, quando essa manca in chi insegna, perché non è sempre detto che chi trasmette ne abbia, ovviamente.

A me è successo ieri. Si è fatto molto Tui shou e in un momento, nel Loi (ritirarsi ruotando, mantenendo struttura), io ho ceduto all’allieva, ma ho ceduto veramente. Quando nella spinta le ho detto di mettere il respiro, l’ho accolta, ma veramente. Il dolore reale toglie le resistenze, ed è per questo che è buono non smettere di praticare anche mentre lo si prova o mentre sta fluendo nel corpo.


Un evento come la morte di chi ci ha dato la vita ingloba:


1 Il cedimento di fronte all’imprevisto
2 La comprensione anche solo parziale di quanto la vita sia puzzle di fasi di un ciclo unico

1 —> Ci serve per la cedevolezza nel confronto, non molle ma morbida.
2 —> Ci serve per non spezzare la forma nell’esecuzione, dare armonia ai diversi momenti.

Queste cose si sperimentano bene con coloro che si sono messi in cammino, essendosi instradati con te.

L’arte marziale e discipline che vanno verso l’unità sono strumenti.
Effetto boomerang.
Si fa un lavoro che viene restituito e si può restituire.


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AddoloRete


St. Andrew Cross Spider

St. Andrew Cross Spider



Certe volte vien da fare come una specie di torera di nuvole, matadora di sogni.
Mi hai fatto tanto male, mi hai fatto male proprio dentro alla pelle, dermamale, mi hai fatto.
Certe volte ci vuole di guardare due innamorati che parlano sottovoce anche se nulla lo imporrebbe.
Di bere una tisana e l’amarezza lasciarla sul fondo.
Certi umani confondono il bisogno di amore con altro.

Io ti assolvo per tutto il dolore che altri ti hanno dato, io ti assolvo per come non mi hai mai parlato del tuo grande amore. Io assolvo tutti da tutti i grandi amori. Io non te ne voglio per il fatto che hai sfiancato me, visto il veleno che ti fu, a suo tempo, sputato addosso.
Quello che posso fare è solo rendere l’amore omeopatico, con il male curare il male.
Quello che posso fare, realisticamente, è non smettere di credere che, quando qualcuno di valido ti chiede “fammi entrare”, forse un varco vale la pena lasciarlo certe volte. Chiusa come una Venere da tortura, quella fine spero di non farla mai, come una custodia con spunzoni e sangue e occhi appesi. Gli occhi cavati e le catene del “continuiamo a farci male visto che tutti siamo stati feriti.”
Io ti assolvo per il dolore grande. Lo sento proprio sotto all’aorta, vicino alla vena porta.
Fuori c’è una lucina di aereo che vola.

A quante cose ho creduto, divinità mie, a quante.
Innumerevoli. Erano tutte parole dette con leggerezza, senza aderenza, con disperazione, talvolta, intento salvifico ed egoista.
Non voglio credere che la vita sia un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno che fa male a un qualcuno e in mezzo sesso, aperitivi, divani, preservativi, età, soldi, spostamenti, vibratori, cadute, tumori.
Non posso crederlo.

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Dolore che infagotta

E ti ho lasciato il bombolone
caldo caldo,
tentazione
bella e buona.
No che t’ingrassa.
Ma è quello o il dispiacere
che infagotta
i fianchi e le vite?

E ti ho passeggiato accanto
scusa ma
non registravo i tuoi
cali di glucosio.

E ti ho scarrozzato
lungo tutto il belvedere
della mia anima stropicciata.

In cambio
solo l’ascolto che hai
pari a quello
della lavatrice,
solo la tensione all’Altro
che ha il tuo servizio da caffé
quello buono,
dopo lo spuntino delle tre,
quello buono,
con le striscioline d’oro.

Ci si spezza il futuro
coi soldi.
Io che vorrei stare
a annusare i piedi
degli orchi
e le cavigline delle fate.

Mi sa che ridi
solo se diluisco
il pesce con l’iridio.
Mi sa che
i quadri appassiscono
in questa casa.

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Lamento di scudo ammaccato

Io ti aiuto
ti faccio collimare le manine
i polpastrelli coi miei
io ti aiuto
ti butto fuori l’anima ma
dai spazio al mio forcipe
l’ho costruito con un legno vecchio
e qualche lacrima di passato,
quelle gocce salate
che andrebbero chiamate dejà-vu.
Io ti aiuto
ti imprimo la forza e lascio andare
quello che ti rende lenta
disarmata come un dito
colto nella marmellata.


Io ti aiuto
ma non lo so fare
e resto sempre
con queste api in testa,
col chiavistello al cuore,
con la mia vita e
ti nascondo quando non sfavilla
pur di pensare che può andare
che una risata il cielo la merita
una risata tua,
prima che piova forte,
prima che le rane si abbattano
per giocare a biliardo sulla sciagura
ma tu ricorda che
la tempesta è vita,
ricorda che la grandine
è acqua
e come l’acqua
dura.

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