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Qualcuno che non devi intrattenere

 

Eravamo sempre a Siena

Eravamo sempre a Siena

 

 

Sei molto prolifica, sei molto a rallentatore quando pare a loro o troppo avanti quando pare a loro.
La spiaggia ce l’hai dentro, la sabbietta nel diaframma.
Come fai a capire quando dentro te le cose prendono altre forme?

 

Ho sentito dire che il respiro va approcciato con umiltà.

 

Faccio spesso i conti con un uomo scalzo che cammina sui problemi centrando se stesso.
Alzando il braccio, l’uomo semplice del paese ha mandato qualcuno affanculo.
Non sai quanta paura ho di perdere il punto di vista che hai sulle cose.

Fatevi amici, reti di sostegno.

Qualcuno è il bulbo dei tuoi pensieri?
Sii felice perché non capita spesso.

Aspetta, che su questo ritmo ci balliamo insieme scrollando la testa.
La reazione può essere più forte quando, dopo la piscina, senza aver asciugato i capelli,  subisci un’umiliazione.

Interpelliamo gli insetti; li interpelliamo mai gli insetti?

Il grado di dolore che ti procurano le cose, bada bene, dov’è che sta, nei tuoi pensieri?

 

Ho saputo dire a qualcuno quanto difficile è stare senza te.
Ci sono riuscita e mi è stato detto che è ora di lasciarti andare.
Lasciarti dove?
Lasciarmi l’occasione di lasciarti andare.

Spero invece che tu non stia dimenticando, che tu non stia dimenticando le sorprese presto di mattino, i regali dentro le scatole da imballaggio, i massaggi quando uno meno se lo aspetta. Guarire da cosa? Non si deve guarire da niente? Acuire cosa? Il senso dell’altro.
Spero che tu non stia dimenticando la difficoltà di trovare un senso di te nelle persone.

 

In fondo il mondo funziona in modo abbastanza banale.

In fondo quando le cose si accendono da dentro, è tutto più facile, dicono.

 

Vorrei qualcuno che sapesse suonare il piano qui. Cucinerei mentre tu fai le tue cose con le dita, i tasti neri e bianchi. E guarderei fuori dalla finestra pensando che è bello avere in csa qualcuno che non devi intrattenere. Qualcuno che non devi intrattenere.

 

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Mangiare in piedi

 

 

A volte, stare stesi

A volte, stare stesi

 

Ci sarà un piccolo lascito di luce suggerito dall’andamento degli eventi. 
Presentami la paprika e altre spezie che sono sicura tu conosci e io no.
Mangiare pur non avendo fame è un peccato capitale più grande del magiare in piedi.
Soprattutto perché ben sappiamo che in piedi si può imboccare, guardare, amare, ballicchiare muovendo le anche piano a destra e sinistra.

 

Tornasti con molta rabbia, tornasti in casa urlando che qualcuno ti aveva incitato a restare sempre in connessione con parti di te che non conosci. 
(Come cazzo si fa a restare connessi con quel che non si conosce? versandoti da bere con una classe poco diurna)
E che quelle parti che non si conoscono sono le parti che ci consentiranno di arrivare altrove. Altrove internamente.
(Che vuol dire Altrove internamente? grattandoti la testa, togliendo i capelli dalla fronte).
Accendemmo il camino. Connettiamoci all’energia del fuoco, ti dissi ironica.  
Hai riso, riconoscendo che l’illuminazione si raggiunge meglio a stomaco pieno di cibo che fa bene alle cellule.

 

Ho un’amica che si tiene per non sprofondare e spinge per non essere aggredita. 
Vorrei insegnarle, ma non so l’insegnamento.
Ho visto negli occhi di un maestro nel sogno. Stava in silenzio ma so che ha parlato.
So solo immaginare, è davvero una cosa così inutile?  

Una donna si è rivolta tempestivamente al suo medico, chiedendogli cosa si fa con le ernie.
Mi sono sempre chiesta: se dagli anelli interni degli alberi è possibile trarne l’età, a noi ci si legge tra i dischetti vertebrali? 
Si scoprirà che il karma-dharma sta lì, nell’idratazione dei dischetti.
Si troveranno tutti i destini dentro gli anelli fibrosi.  

 

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Ricordati di sacrificare un gallo

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Il grande salto lo faremo non rompendoci le ossa ma danzando a passo di dita attive dei piedi. Il grande salto lo faremo mangiando con una masticazione lenta e guardandoci negli occhi mentre questo ruminare per denti avviene. Il grande salto lo faremo a stagioni sconvolte, purtroppo.
Ma anche per fortuna, dirai, perché potremo abbracciarci nel freddo imprevisto e saltare per scaldarci.
Poi soffiarci addosso quando è caldo, bagnare la parte, poi soffiarci sopra ridendo.

 

Il tè si beve lungamente per tutto il mattino che le nuvole ci hanno dato.

 

Quando alla porta sentiremo suonare, sarà un serpente gigante che chiederà di entrare.
Accomodandosi sul terrazzo, starà a sentire l’odore delle foglie bagnate.
Avremo un po’ di timore, sempre di un serpente si tratta, in fondo, mi dirai come a puntualizzare che forse non avrei dovuto dargli tanto spazio.
Se lo prende comunque, ti risponderò con gli occhi, preparando per lui un frullato di banane e avocado, lasciandoci sopra qualche fettina di zenzero. Si stancherà di stare in terrazzo e verrà verso la cucina, sedendosi ma scivolando ogni volta, pur senza perdere la sua enorme eleganza.

 

Quando arriva? ripeterà in modo galante più volte.
E noi, noi non sapremo rispondere, ma lui non ci farà caso.
Dovete essere preparati per quando arriverà. Ammazziamo il tempo. Raccontatemi qualcosa che ricorre nelle vostre vite di umani.
Tu spiegherai una paura e un bisogno, io mi metterò a parlare di prodotti onirici difficili da capire e gestire. 

 

Nella cosa che più ci spaventa, in quattroequattrotto, ci insegnerà a entrare lì dentro.
Quasi come si trattasse di un gioco delle carte, in poco tempo e stimabile efficienza. 
L’unica volta che ho amato era bellezza pura, dirà, a un certo punto. E noi vedremo quella bellezza attraverso gli occhi a fessura verticali e rossi.
E capiremo quanto niente abbiamo capito dell’amore, fustigato, blaterato amore.

 

Impaziente, tornerà a chiedere Quando arriva?

Sentiremo come un rombo lontano, poi sotterraneo.
Si aprirà un varco proprio dove era il grande pino.
E verrà su un altro serpente.

 

I due serpenti si attorciglieranno con una lentezza simile alla velocità.
E noi avremo tutta la vita per ripensare la medicina.

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Grandi panze. (Punto).

 

 

Il caffé mi fa sudare, tutto mi fa sudare, i vermi nel barattolo mi fanno sudare, il muscolo zigomatico mi fa sudare.
Avevate appena mosso il corpo in un certo modo e subito avete lasciato risalire il bisogno di veleno ovvero zucchero e con una grossa brioche
vi siete catapultate nel posto più burroso di Londra, spaparanzate sulla poltrona, con la pelle olivastra e i capelli stupendi.
Mentre uno scrittore – ma con la faccia di un pianista – ha preso a guardare oltre i vetri, oltre i passanti, oltre gli organi, oltre gli edifici, oltre le ruote delle biciclette e i ristoranti indiani. 

 

Avevo come un senso di morte, quando ti incontrai all’inizio, oh vita.
Pare che crescendo le cose si rovescino. 

 

Sono fatte di carta straccia le promesse di chi è sempre sul punto di attaccare.
Si può essere morbidi e leggeri anche mentre tutto crolla, me lo ha insegnato bene un mago strano e alto. 

 

La piccola e bassa signora con la borsetta rossa che passa sulle strisce pedonali stringendo le chiappe somiglia alla donna frigida che non vorresti mai diventare.
Lungo il canale, passeggiando lungo il canale, si è incontrato un ubriaco che aveva tutte le risposte alle cose, qualsiasi cosa. 

 

E tu gli hai domandato, tra tutte le cose che si potevano chiedere, tu gli hai domandato proprio quella:
Il grasso addominale è davvero quello più pericoloso di tutti?

 

Lui ha detto, senza staccare gli occhi da terra, come una Pizia provata dei muscoli del collo, come un oracolo coi peli sotto alle ascelle:
Quello viscerale. Pericolosissimo.

 

Poi le nuvole si sono messe a suonare il piano con le loro lunghe dita che sono gocce di acqua e il vento ha fatto sbattere porte e rotto vetri.
Tu mi hai detto:
Non preoccuparti, la roccia è dentro alla pancia, la luce nel cuore.
Non preoccuparti. Continua a onorare i morti.

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