Abbiamo davvero parlato a lungo della morte dopo che sei morto.
Abbiamo davvero potuto esplorare, anche con gli altri vivi, dico.
La pena del vivere è una vecchia donna
che sembra una mucca con parrucca bionda,
se ne sta sempre tra letto e televisore
e si sgraffigna la pelle
poi ci passa i fazzoletti impregnati di profumi chimici.
Si gratta talmente tanto
che le esce il sangue dalle pustole.
Ha le password di ogni umano dentro alle scarpe
e le cifre per aprire tutte le valigie dei viaggiatori.
Questa è la vita vissuta come una pena, senza leggerezza o ironia.
L’ansia di vivere è un uomo castano
con la forfora
che parla veloce e ha gli occhiali da vista
come fondi di bottiglia
e apre con le sue unghie lunghe, sudice sotto,
apre tutti i lucchetti del mondo
e non dà pace nemmeno agli animali,
quando li incontra per strada, parla di continuo.
Non sono arresa.
Non sono lesa.
Ti dico che non sono offesa.
Non voglio passare tempo
con quelli cui fa schifo il mondo ora.
Solo alzandosi ogni giorno lo civilizzano meglio.
Di amore e morte vale la pena di dire.
Bevendo e lavorando duro.
Non interrompendo la danza.
Sudando
(San Francisco, 6 novembre 2011)


