Articoli con tag colazione

Maximum pain relief

 

Immagine }{ Langa Sbreama

Immagine }{ Langa Sbreama

 

La luce che sentivi ai bordi delle cose incarnava l’evidenza del nostro essere umani? Stendendosi rilassato, si era lasciato andare nella sua bellezza robusta, lungo contro il divano. Aveva gambe muscolose e un addome rigido come un ciocco prima di esser lasciato nel camino. Togliendo gli occhiali, si era passato indici e pollici sugli occhi chiusi, come se quel gesto potesse togliere gli anni, almeno tre, dalle palpebre. Io l’ho guardato a lungo senza riuscire a dirgli quanto fosse bello in quel momento.

Eravamo qui a mangiare una pizza tutti insieme e tu hai intrattenuto ciascuno degli amici, dandomi la possibilità di stare tra me e me e questo è stato così bello.

Poi siamo rimasti in silenzio davanti al camino e io ti ho chiesto cosa sarebbe accaduto se la pioggia, allagando il ponticello a valle, ci avesse impedito il passaggio l’indomani all’alba.

 

E tu, senza smettere di guardare la fiamma, mi hai allungato una carezza all’altezza dell’ombelico, fatta con il dorso della tua mano grande. Completamente inaspettata e disarmante carezza.

 

Il mattino dopo eravamo bloccati su al monte, tutto a valle era allagato e pieno di rami. Muschio ovunque, verde scuro, umido. Avevano detto avrebbe nevicato e invece no. Facemmo l’amore per tutto il mattino poi preparasti una colazione a base di frutta, formaggio, pane, caffè, yogurt, marmellata, biscotti, pesce, uova. “Perché tanta abbondanza?” ti chiesi. Un sorriso prima della tua risposta: “Proveremo il digiuno, dopo questo pasto, ti va?” e io ci riflettei a lungo, prima che potessi rispondere, mi ricordai, guardando fuori, del ciliegio piantato in tarda estate. E sentii il cranio libero e l’addome vivo pensandolo in fiore, di lì a qualche mese in avanti.

 

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Magnamose un primo

 

 

Viene fuori la tristezza di due rette che si incontrano in nessun punto. Viene fuori la tristezza e beati gli invitati alla cena del grigiore.

Tutte le parole di chiesa di fede di filosofia di pensiero di metafisica di ermeneutica di non mettersi al servizio di una cosa grande ma di continuare a farsi pippe mentali e tocchetti fisici proprio sul clito o sul prepuzio del pensiero. Viene fuori una specie di osso difficile da dire che preme contro un nervo difficile da zittire. Il medico non ti guarda nemmeno più quando ti visita, si mette lì e prescrive e rilascia l’impegnativa. E la lingua non me la guarda? E il polso non me lo sente? E questo vuoto cosmico che ho per il non essere precisa e letale nella direzione, queste cose non me le guarda, dottore?  Non me lo osserva il dolore di piedi per il sentirsi fermi? Il formicolio di cuore? Per quello dobbiamo fare? Altre analisi, dottore?

Bisogna festeggiare chi è incinta di un entusiasmo, perché io vedo facce imbruttite che camminano e pestano le auree.

Da grande voleva fare la stilista e adesso fa la rappresentante di farmaci, quando si infiltra tra i pazienti in fila dice: “Sarò velocissima, ci metto un attimo solo.” e mette le mani vicine come quando si sta in un saluto orientale più o meno sacro.
Voleva fare l’intruso e adesso fa l’anemico.
Voleva fare semplicemente uno che con il suo maglione nero scrive e beve caffè e lo fa e cambia il mondo. Voleva fare e fa quella che fino in fondo non lo sa quello che voleva e vuole fare. Ma sa cosa la cura. Somiglia alla scrittura. Non quella Sacra, quella serve a certi altri in alcuni momenti e fasi. 

 

Certe volte il regalo migliore che un amico ti può fare è una stanza tutta per te, una casa, che la stanza non ci basta più, tanto siamo intricati e inquinati e globalizzati.
Non per tutto il giorno, per una sera, basta una sera, una notte tutta davanti.

 

Ammiro chi ha rigore, direzione, ma riesce comunque a sovvertire tutto, a ogni colazione.

 

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Osteoimpalcatura

 

 

 

Anche presto di mattina si può navigare nel malessere o nel potere salvifico della musica.
Camminando si possono accogliere e abrogare idee senza nemmeno fare un referendum.

Anche presto di mattina tenere a mente le ossa che intanto ci abitano.
E’ un bell’esercizio.

Anche presto di mattina aprire luoghi non esplorati con la chiave della porta-ironia.

Alcuni gatti, se tendi la mano, ci ficcano la testolina sotto. Non per volere carezza. Per tenerla sotto. Tenerla nella calda conca del palmo.

Si dovrebbe voler fare lo stesso col mondo. Metterci le testolina e la curiosità.
Senza dimenticar le ossa.

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L’alluvione a colazione

 

 

Pic | Adriaan Garritsen, "Kadıköy"

Pic | Adriaan Garritsen, "Kadıköy"

 

Di te mi piace che non sbottoni pensieri superbi mentre uno parla. Tu ascolti, hai questa arte. E non ti fai progetti di parole da dire dopo. Tu ascolti. Hai questa arte.
Vedi…abbiamo fatto tanto per fare questo sorriso e ora tu mi dici che il sorriso è fratello del pianto e noi dobbiamo liberarci di entrambi per fare colazione serenamente mentre il mondo finisce, finirà per un’alluvione gigante, una lacrima gigante. La lacrima che Polifemo non ha pianto mai, la lacrima dei brutti, degli orfani, della gente divisa per un aereo o una cucina che vengono giù. 

 

Nella foto che ti ritrae sul bordo del terrazzo hai uno sguardo tenue. Un Fai qualcosa che ti piace davvero detto con sincera stima e fiducia vagava nell’aria quella sera, si rivoltava mentre la sagra di paese andava coi suoi tumultuosi pettegolezzi di ragazze troppo giovani per rimanere incinta o muratori troppo extracomunitari per non esser trattati come bestie dal fattore. 

 

Abbiamo osservato ballare a lungo una coppia di anziani. Ballavano vicini, come corde arrocciolate.
Quando, mentre toglievo le scarpe alte e scomode, mi hai chiesto: “Non vorrai mica ballare?”
Fischiettando un motivo di Coltrane, sono riuscita solo a usare le brillanti parole: “Andiamo al mare.”
“Il mare qui non c’è.”
“Quante ore di macchina ci vorranno?”
Hai fatto tre con le dita. Ma senza usare il pollice, tre con medio, anulare e indice. Un gesto tanto sensuale, troppo per una donna scalza.
Nessuna voglia di rimettersi al volante, sedevamo sulle sedie bianche sparse per tutto il piazzale, i vecchi continuavano a ballare, io allungavo i piedi come a far finta di toccare la riva. “E’ occupata?” ha chiesto qualcuno già volendo portar via deciso la sedia vuota al tuo fianco.
“…Tanto la sta già prendendo.” hai detto con una certa acidità elegante. 

 

Poi mi hai parlato della tua vita in Spagna, di che provi quando nei film americani la gente riattacca la cornetta prima di congedarsi con un banale ciao. E mi hai fatto ridere di gusto, come se la risata fosse una fragola che esplode nel cuore e in bocca. Io ti ho detto che nessuno ci punirà mai e tu hai risposto con il tuo gesto nervoso della mano, quello che fai quando sei in tensione o a disagio.

 

I due vecchi, continuando a roteare come funi avvolte, spargevano odore di alluvione, quella lì, l’ultima, quella che affronteremo complici e sereni. Il loro abbraccio arrivava al mare come una eco che si spandeva di ruga in ruga.

 

Nessuno li avrebbe potuti fermare e nessuno mai li fermerà, sono ancora lì che ballano, di gusto, come un avocado quando hai fame di qualcosa che ti ripulisca da dentro.

 

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