Prendeva momenti di cara, pura luce diaframmatica.
Aveva letto che c’era un modo altro di fare l’amore, un modo energetico, non sfiancante.
Allora provò con il bibliotecario zoppo, l’uomo misterioso, l’incontentabile fruttivendolo.
Sul fare della sera, un giorno, beveva acqua in un bicchierino da caffé in vetro e si chiese
se anche con una pianta si poteva fare l’amore.
Ne comprò una.
Avvinghiò le radici all’inizio del cuore e le fece andare come vene varicose.
Ogni notte le parlava dei disastri del giorno andato. La pianta beveva le sue tossine e le risputava via.
In cambio chiedeva solo, silenziosamente: “Parlami, mi parli?”
E parlavano, tantissimo.
Una sera a una festa entrarono delle persone rumorose, si ubriacarono molto e provarono a scaraventare di sotto la piantina.
Ci riuscirono, in un attimo.
Al mattino, lei si sentì morire dentro.
Andò giù in ciabatte, raccolse la terra, togliendo da essa i pezzi di vaso spaccato.
“Ti ringrazio dal profondo del cuore per quanto bene mi hai fatto stare.” ma piangeva mentre lo diceva.
Passò notti intere, con la sigaretta, affacciata alla finestra. Non poteva comprarne un’altra, non sarebbe stato lo stesso.
Passò notti intere con la sigaretta, affacciata alla finestra.
Fino a quando non arrivò la notte in cui sul balconcino si sedette, più con il sedere verso l’interno che non fuori, d’altra parte era al settimo piano.
Nostalgica, prese a carezzare la parte sottostante al davanzalino. Sentì una cosa dura e fresca. E verde. Era una specie di liana da cui pendeva una mini quercia che sfornava qualcosa. Un foglio. Lo staccò. Se ne generò subito un altro.
E mentre prese a scrivere questo accadimento favoloso, si accorse, con la coda dell’occhio, che il dirimpettaio pure aveva adottato una piantina.
Il dirimpettaio, un manager con famiglia ma la voglia di ritirarsi e riaprire la vecchia tipografia del suo bisnonno.
Quando lo incontrava sulle scale, lui glielo ripeteva sempre: “Quell’odore che c’è nelle tipografie, sa cos’è? Lo sa?”
E mentre facevano spesa assieme, lui le spiegava i meccanismi e gli ingranaggi di una catena di montaggio che sforna libri.
“Mio nonno ci si era ammalato ai polmoni e io voglio fare la stessa fine. Mia moglie non capisce.”
lei capiva, invece, e annuiva sorridendo a testa bassa, come le donnine orientali.
Insomma, mentre scriveva queste cose favolose nel foglio partorito dai residui della pianta,
ecco, vide lui in una specie di eterna espressione sbalordita, un “Ohhh” fissato sulla boccuccia spalancata.
Dalla sua liana uscivano penne e inchiostro, inchiostro nelle penne.
Penninchiostro.

