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Spazio per ballare dopo cena

 

 

Immagine | Camminando a York

Immagine | Camminando a York

 

 

Ti ho lasciato i fiammiferi vicino al piattino su cui mettevi le chiavi quando arrivavi a casa e poi ti stendevi sul divano ancora in cappotto d’inverno.
Descrivevi l’odore della neve con un fare serio e cinico. Non come tutti gli altri, che si inteneriscono ai primi fiocchi. Questo mi conquistò. 

 

La casa che avevo immaginato per noi aveva le finestre belle ampie e un mortaio in pietra e c’era spazio per ballare dopo cena.
Avevo pensato a tutto.
Anche a dove avremmo messo le riviste perché poi – ti conosco – la carta non avresti voluto né saputo buttarla così, come se nulla fosse stato.
Avevo pensato anche alle tazze, la disposizione e i vuoti per potertene regalare altre.

 

Un giorno ti ho chiesto di cosa è fatto un sogno e tu mi hai detto della consistenza di quando ti appoggi su me e io mi siedo. Della consistenza della sedia che ci regge entrambi.
L’ora migliore che conosco è efficace in termini di pensieri.

 

Ti ho lasciato qualcosa da mangiare.
Ho notato che alcuni visitano le città come turisti e non smettono mai di fare le cose per dire di averle fatte.
Per tutte le volte che ho atteso l’arrivo di qualche altra persona che non eri tu.

 

Roma la lascio sempre bellissima, non so come sia possibile e la ritrovo così anche quando la rabbia, lo spavento aumentano.
Alcune città hanno una tenerezza spessa, bella solida. Anche certe persone che nella vita per fortuna si incontrano. 
Ed hanno occhi che dentro ci vedi forze naturali. 

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Vastità dentro

 

Immagine | Somewhere near home

Immagine | Somewhere near home

 

Avranno di te anche tutte le foto da giovane, non come quelle scrittrici di cui ti viene da cercare una foto senza rughe ma invano.
Avranno di te anche le cifre che non sai di avere sotto la pelle.
Avranno di te quel sorso di vino che hai preso a bere anche a pranzo.
Avranno di te le lettere e le volte che non hai saputo dire di no a una serata persa insieme a qualcuno che teme il silenzio.

 

Te ne stavi con i fianchi al muro e quel tuo sorriso dolcissimo e deciso.
Dicevi sempre qualcosa di carino ma senza sforzo.
E mangiavi masticando molto lentamente.
Mi parlavi dei sassi che avevi raccolto il giorno prima, me ne parlavi come si fosse trattato di incontri con umani.
Sapevi stare senza preoccupazioni e con gli occhi vivi.
Ce lo siamo insegnati per un po’.

 

La donna della libreria in centro, dicevi, dovrebbe sorridere di più, invece viene quasi paura a chiederle qualcosa.
Ed è vero. “Spiacente ma non posso aiutarla.” ripete da sempre e ancora oggi, quando, dopo aver cercato il titolo del libro nella scatola elettronica, alza la faccia da pesce ingrassato e si fa gli occhi taglienti apposta. So che le avresti dato una carezza, qualche volta. Perché ci sono persone che nascono con le carezze nelle mani e questo è tanto bello. 

 

“Mi manca la vastità.”
Zittendomi con un bacio: “La vastità è dentro.” 

 

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Casa di costole

 

 

Fonte Immagine | Arianna Tondo

Fonte Immagine | Arianna Tondo

 

“Dimostrano molta personalità.” un nuovo amico mi aveva detto, parlando di coloro che camminano leggendo un libro.
E io lo avevo ascoltato e ci avevo riflettuto a lungo.  

 

Nella vita dovremmo avere sempre chi ci pone davanti a questioni che non sappiamo decifrare.

 

Alcuni han tenuto in grande considerazione la continuità tra gli strati addominali e intercostali.

Il mio volume toracico ultimamente ha paura.
La fiutano persone che conosco appena.  

 

Mi resta ultimamente questo senso di fango tra i denti che mi ricordo come era diverso invece quando si cavalcava il cuore in due, scambiandosi i battiti come galoppi.  Sto prendendo tempo per non sputare, direi. Ma sono cose che il petto non deve covare, quindi le smaltisco con lunghi passi. Sono cose che le stelle non devono sapere, questi piccoli, umanissimi screzi.  

 

Quando ci si lascia c’è come una scintilla nel pericardio, ma può accadere dopo anni.

 

Tutto recentemente ha perso equilibrio, ha vacillato, ha dato vertigine. La montagna insegna che non esiste niente di durevole che poggi su basi vacillanti. Le imbottiture di grasso dei piedi giocano scherzi strani quando il plesso e il cuore non sono in accordo. Ti ho ascoltato finora mantenendo – per quanto possibile – la parte destra e la parte sinistra in notevole somiglianza. Poi ho messo la testa verso il basso, gli occhi verso il basso e non li ho alzati per anni. Adesso è ora di camminare anche col tremore, anche col tatuaggio a forma di ancora nel cuore. Ho pensato alle lenzuola bianche e al riff di chitarra.
Ho pensato alla fame nel mondo, ma continuavo a cercare datteri.
Ti penserò nella forma che prende la Luna quando questo mondo inutile va finendo.   

 

In molti si fanno male, facendosi del bene. 

 

“Abbiamo bisogno di qualcuno come te.” verrà detto finalmente, e io sarò lì e mi risuonerà tutto per una volta senza sforzo. 

Al momento non so più cosa sia la casa.
La casa dove impari, dove scambi, dove tieni e dai.
La casa con chi ti fa conoscere e che vuole sapere.
La casa è qualcuno in silenzio sul divano, che ti sorride quando chiedi cosa si mangia, “Fai tu, mi fido. E ti aiuto.”.

 

La casa è il mare come movimento di scorrimento delle costole quando si respira.  

 

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Le semplici richieste

 

 

 

Aspetto solo qualcuno che mi porti via, via da questi giorni tutti uguali e da questi articoli che parlano di salute e da questi dottori che mi hanno rovinato le ovaie e da questa vita che non ha un senso né una direzione, nemmeno i miei figli ne hanno una. Aspetto qualcuno che mi strappi via. O forse, anche se lo facesse, me ne resterei aggrappata a questa casa, queste tazze in ordine, questa lavatrice, questi peli di gatto da rimuovere, questo stanzino sotterraneo dove fare spazio, tra gli sci e i vasetti di marmellata che ancora devo regalare. 

 

Lei queste cose non le aveva mai dette. Pensate, sì.
Lui riusciva a leggergliele dentro.

 

Stasera l’ha fatta anche bere.
Lei maledice le calorie del vino (Dovrò rifare tutto daccapo domani in palestra) e con l’indice calca forte certi disegnini della tovaglia, lui sorride dentro.

- Finalmente ne ho trovata una vera, di donna, s’intende. - chiedendole poi: Fumi?  

Sei matto?


- Va bene, esci con me e mi accompagni? -

Con questo freddo?

- Va bene, io vado fuori, dammi due minuti. -

Ma poi lo segue.
Poggiando il peso a destra e sinistra, imbarazzata e ubriaca, inizia a dire cose insensate: Non penso che una luna così l’ho mai vista, lo sai? Ti interessi della luna? Dello zodiaco?

Che segno sei?

- Toro, credo. -

E l’ascendente?

- Che è l’ascendente? -

A che ora sei nato?

Lui non risponde, si limita a tirare la terza boccata di sigaretta e decide che è l’ultima. Poi afferra lei per le guance, con una sola mano:


- Non dovrai preoccuparti di niente. Io ti aiuterò come posso quando non ne verrai a capo e sarò lì contento quando ti vedrò piena di vita.
E potrai ridermi in faccia…non credo mi irriterò mai…perché quando ridi è bellissimo e secondo me, ecco, sei una valchiria. - 

 

Lei adesso non ride, sta seria, con le guance premute contro le sue dita che hanno una presa lieve ma decisa.
Poi si libera dalla presa e gli chiede:

Andremo a camminare e potrò vestirmi anche come quando vado in palestra senza che pensi che mi sto lasciando andare? 
 

 

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