Il sangue era pulito dentro, da dentro. Il corpo permetteva anche la minima oscillazione sotto una specie di scorta silenziosa, la scorta dei pensieri.
Quando si rese conto che la foresta stava bruciando, era tardi. Tardi, era tardi per gli altri, tardi per alcuni lupi, tardi per certi coyotes.
Mentre, correndo, i suoni di mille bassi e batterie sentite anni prima, si concentravano tutti sulle tempie, ecco, correndo, si accorse che c’erano solo quattro stagioni rimaste in cielo, inglobate dentro quattro nuvole. Le ultime stagioni di questo pianeta. Le ultime stagioni di questo mondo così come lo conosciamo.
Furgoni e jeeps intorno tutte aperte, scassate, mano a mano che, avicinandosi alla città, il ritmo interno si faceva proprio tribale. “Svegliami quando è finita, amore mio.” gridava al suo amore che si era rinchiuso nel silenzio da giorni, prefigurando la fine. Macchine aperte in due lanciavano segnali radio di apocalisse urbana. Fermando il corpo e la corsa non si era mai sentito così potente. Un vero peccato dover morire e sentirsi così potenti insieme.
A valle, creature celtiche ballavano il tango con le streghe e gli elfi tutti serbavano sghignazzi per questi umanoidi che si erano creduti gli unici su questo fottuto universo. I cani erano tutto d’un tratto diventati intelligenti e autonomi, avevano smesso di abbaiare in memoria e per rispetto dei coyotes e dei lupi deceduti. I gatti, nella loro nobiltade di sempre, leccavano la terra e poi il pelo, dalle loro cuticole intanto crescevano piante e così gambi al posto dei baffi.
I capelli di tutti erano ricresciuti subito e i tumori di tutti erano diventati macchie di sugo sulla camicia di un unico uomo che rideva forte e che alcuni chiamavano con il nome: Malocchio.
Guardando il suo amore, tendengoli la mano, aveva detto: “Parlami adesso amore. Parlami.”
E lei, abbassando lo sguardo: “E’ tanto bello qui, non credi?”




