Articoli con tag amicizia

Alcuni erano stesi, altri no

 

 

Adesso aspettami perché ti prendo la bocca e provo a guardarci dentro una cosa abissale e non stanca che potrebbe somigliare a un atleta che salta, il gesto di un atleta che salta o è in assoluto riposo. Adesso aspetta perché prendendoti la mano ho visto quanto sei vivace negli organi e forse se ora non stai con lo sguardo personale, ma con lo sguardo di un oggetto, lo sguardo che avrebbe un oggetto, ecco in questo caso saprei svelarti cosa occorre per vivere. Non credo si tratti di una necessità molto distante da quando camminavo sopra i piedi di un adulto e gli chiedevo a sua volta di camminare.

 

Qualcuno ti ha menzionato stasera. Ma d’altra parte, ti si menziona sempre, essendo tu talmente intriso di eterno. E non sei Dio, no, sarebbe troppo facile.
Si può stare al bordo della tenda e da lì chiedersi se il prato è un posto per nuotarci dentro.
Amandoti forte come tutti i vicoli di Venezia.
Amandoti forte come il sudore quando ha il semplice odore di ciò che hai ingerito e nessun altro odore strano.
Amandoti forte come la bestia il suo sicario, il verme il suo cielo e l’uccello il sotterraneo.

 

Non fatemi stare sola, stasera, amici miei.
Non fatemi stare sola ma rotolatiamo e mangiamo e chiediamoci.
E allentiamo questa faccenda dell’amare, allentiamocela a vicenda.

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L’alluvione a colazione

 

 

Pic | Adriaan Garritsen, "Kadıköy"

Pic | Adriaan Garritsen, "Kadıköy"

 

Di te mi piace che non sbottoni pensieri superbi mentre uno parla. Tu ascolti, hai questa arte. E non ti fai progetti di parole da dire dopo. Tu ascolti. Hai questa arte.
Vedi…abbiamo fatto tanto per fare questo sorriso e ora tu mi dici che il sorriso è fratello del pianto e noi dobbiamo liberarci di entrambi per fare colazione serenamente mentre il mondo finisce, finirà per un’alluvione gigante, una lacrima gigante. La lacrima che Polifemo non ha pianto mai, la lacrima dei brutti, degli orfani, della gente divisa per un aereo o una cucina che vengono giù. 

 

Nella foto che ti ritrae sul bordo del terrazzo hai uno sguardo tenue. Un Fai qualcosa che ti piace davvero detto con sincera stima e fiducia vagava nell’aria quella sera, si rivoltava mentre la sagra di paese andava coi suoi tumultuosi pettegolezzi di ragazze troppo giovani per rimanere incinta o muratori troppo extracomunitari per non esser trattati come bestie dal fattore. 

 

Abbiamo osservato ballare a lungo una coppia di anziani. Ballavano vicini, come corde arrocciolate.
Quando, mentre toglievo le scarpe alte e scomode, mi hai chiesto: “Non vorrai mica ballare?”
Fischiettando un motivo di Coltrane, sono riuscita solo a usare le brillanti parole: “Andiamo al mare.”
“Il mare qui non c’è.”
“Quante ore di macchina ci vorranno?”
Hai fatto tre con le dita. Ma senza usare il pollice, tre con medio, anulare e indice. Un gesto tanto sensuale, troppo per una donna scalza.
Nessuna voglia di rimettersi al volante, sedevamo sulle sedie bianche sparse per tutto il piazzale, i vecchi continuavano a ballare, io allungavo i piedi come a far finta di toccare la riva. “E’ occupata?” ha chiesto qualcuno già volendo portar via deciso la sedia vuota al tuo fianco.
“…Tanto la sta già prendendo.” hai detto con una certa acidità elegante. 

 

Poi mi hai parlato della tua vita in Spagna, di che provi quando nei film americani la gente riattacca la cornetta prima di congedarsi con un banale ciao. E mi hai fatto ridere di gusto, come se la risata fosse una fragola che esplode nel cuore e in bocca. Io ti ho detto che nessuno ci punirà mai e tu hai risposto con il tuo gesto nervoso della mano, quello che fai quando sei in tensione o a disagio.

 

I due vecchi, continuando a roteare come funi avvolte, spargevano odore di alluvione, quella lì, l’ultima, quella che affronteremo complici e sereni. Il loro abbraccio arrivava al mare come una eco che si spandeva di ruga in ruga.

 

Nessuno li avrebbe potuti fermare e nessuno mai li fermerà, sono ancora lì che ballano, di gusto, come un avocado quando hai fame di qualcosa che ti ripulisca da dentro.

 

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Aspettare è come agire

 

Tiao Shen (Armonizzare, regolare il corpo) — Corpo rilassato non molle

Tio Xi (Armonizzazione del respiro) — La respirazione si espande per tutte le cellule e allunga la loro stessa vita

Tiao Xin (Armonizzazione del cuore-mente) — Che lo Shen, che diremmo -forse sbagliando -spirito, sia nel pensiero come la forza vitale nel fulcro sotto l’ombelico

 

Stage Pistoia - Marzo 2012 M°Pace, Legno Rosso

Stage Pistoia - Marzo 2012 M°Pace, Legno Rosso

 

E’ utile sapere le posizioni base del Kung Fu in quanto esso si identifica con il termine di duro lavoro. 
E’ utile sapere di anatomia e di energia.
E’ utile saper nuotare per tornare a quel movimento originario che fa bene anche all’esecuzione della forma.
E’ utile saper cercare gli amici quando se ne ha bisogno, ché gli amici sono sacri.
E’ utile sentire il moto di certe canzoni, mentre il cielo non aspetta.
Accanto ci camminano gli antenati.

Aspettare è come agire.

Utile è lo yoga che unisce.
Utile saltare.
Utile è il gesto della corsa, sebbene a livello lombare solleciti la schiena, c’è comunque quella zona alfa simile alla meditazione che si raggiunge sudando, col sudore che bagna la schiena e il vento che si fa fitto sui pori.

E’ utile arrampicare per tenere bene i pelvi contro ciò che non si può vedere o si può moltissimo.

E’ utile sentire le piante. 

E bere del vino.

 

E sentire che chi viaggia o medita muove le forze del mondo in senso migliorativo.
L’amore che abbiamo sa i nostri desideri e se lo ascoltiamo li traghetta lui, noi non dobbiamo fare molto, solo starsene come a morto in acqua.
Poi, ogni tanto, aprire gli occhi come coccodrilli, sul filo dell’acqua, scegliere l’obiettivo e andare, scivolare, di piacere in piacere, di dolore in dolore, come fossero una cosa unica. Lo sono, in fondo.

 

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¡Non c’hanno il papa e il premier!



E in questa cazzo di fiche e culi che pare esser diventato questo tutto intorno, che tutte le troie del presidente e si parla solo di quello poi ti meravigli delle aggressioni di questi italiani frustrati di fronte all’inestimabile potere di questo fantoccino basso e figurati poi i cosiddetti extracomunitari che vai a sapere da quando non ne vedono una dal vivo palpitante e pronta e umida allora a maggior ragione gli albanesi col cranio allungato e la faccia ancestrale, praticamente non evoluta per niente.
Allora fa troppo freddo poi caldo e cadono gli uccelli e qualcuno deve pure sfogarsi se la morte gli o le cade addosso come una spranga, come se niente o tutto fosse.

Se tubi e ferite e batteri e starnutire e spifferi e aria chiusa di ospedale e turni di notte. Devo essermi persa un pezzo, non ricordo se la vita sia una sequenza e la morte una successione, non ricordo se entrambe sono fasi non ricordo. Nemmeno quella cosa della giornata da gazzella o da leone, non riesco a ricordare.

Un singolo giorno, amica mia, vorrei lo passassi ancora incosciente o coscientissima come sei, vorrei lo passassi ancora amando questo tugurio che va dall-alba al tramonto (la chiamano giornata) vissuto insieme a froci che rischiano coltellate, telefonate del premier “a senso unico”, commesse belle, avvocati inghiottiti, medici che fanno gli umili ma n fondo non lo sono, anzi son tutti presi a imitare quello zoppo burbero col bastone o la fighetta della fiction americana, tu pensa se che standard, tu pensa che fatica a star dietro a una professione che somiglia a una tomba di luoghi comuni, a meno che non sia una vocazione. Ai medici questi non credere, amica mia, non adesso.

Pensa sempre che esiste quella fede abnorme che non impiegheremo in questa vita se non verso i dischi e la musica. Non la impiegheremo ora, che ci fottono con cose da poco e tette e botox e parolette che svuotano la Parola.

Un giorno che adesso non riesci a immaginare, non puoi, quel giorno io ti , io con il vassoio ti presento una bruschetta con dell’olio buono e l’aglio se vuoi mettercelo, io te lo consiglio dato che i vampiri di energia sono sempre in agguato. “Questa, l’amicizia”, pensai un giorno vedendoti ridere per una battuta fatta in due, ma non te lo dissi mai.

Vedemmo, ricordi, quelle spagnole, saranno state nostre coetanee, le vedemmo ai fori imperiali o uscite da un pub fiorentino, non ricordo, le vedemmo e pensai: “Non le trovi fresche, con il viso limpido e la parlantina veloce, senza la schiena schiacciata dalla chiesa ¡Non c’hanno il papa!, Non le trovi vere queste mie affermazioni, pensai, ma non ebbi il coraggio di chiedertelo.”

Arriva presto quel giorno in cui, presentandomi alla tua porta, dico: “Andiamo via, questa metropoli non ti fa bene. Andiamo via.”

E non saremo turiste sulla Rambla, con te no. Nemmeno italianissime davanti a Notre Dame.
Noi ci andremo a vivere e forse viene meglio, forse no, ma intanto, sorriderai diversamente, con luce nuova addosso.


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