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Il modo migliore per andarsene

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

La tisana alla liquirizia scivolava lungo l’esofago. Per restarci.
Alle 22.04 era arrivata quella telefonata.

“Non smette di fissare il pavimento.”
“E che dobbiamo fare?”
“Non ho il libretto delle istruzioni per cose del genere.”
“Io nemmeno.”


Avevano preso a portarlo lungo la spiaggia, ma nemmeno con le conchiglie interagiva più.
Lo avevano fatto camminare sui petali di fiori sparsi lungo le strade di una cittadina umbra medievale, durante l’esplosione della stagione primaverile.
Ma lui ormai era capace di bisbigliare solo parole di autunno e spargere una desolazione sana, ma pur sempre una desolazione.
Lui ormai era capace di guardare solo i movimenti degli aniamli e compararli a quelli imprecisi degli esseri umani.

 

Un giorno, vestito elegante, era scappato da figli adulti e badanti grassocce.
Era salito sul treno di legno.
Aspettando lei, si era sistemato i polsini più di una volta.
Al cameriere, con tono deciso, aveva detto: “La rosa gliela porga solo al mio cenno.”


Ma quando lei era apparsa, una rete sottile nera sul viso e il rossetto acceso,
niente più aveva trovato concretezza, il cenno, la rosa, la dimensione fuori.


Lui aveva potuto solo inghiottire e, porgendole il braccio:
“Dovremmo ballare.”
“Sì, il modo migliore per andarsene.”


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Cesso esistenziale




Cesso esistenziale

Cesso esistenziale




Pensavo avessi mani grandi abbastanza per contenere le mie e le tue vene, specie le mie, quelle piccolette che cedono attorno al ginocchio. Da sforzo, dicono.

Invece ci sono uomini che fanno sforzi solo per rientrare in qualcosa che somigli a un ventre caldo da grembo, a un cordone caldo, se possibile ombelicale. Ma preferisco non tirarmi contro un intero genere e quindi aspetto un cow boy con velo da sposa e occhi di clown e astuzia di Diabolik. Ma perché a nessuno viene in mente, a nessuno di quelli che hanno le disponibilità, di rifare un film come si deve su Diabolik? Con tutto il rispetto per Mario Bava, se ne potrebbe fare un capolavoro, sceneggiato in modo sublime. Se divento ricca, giuro che.


Chiedo scusa ora a tutti quelli che sono entrati al cinema prima di me e si sono seduti. Io ho scelto, guarda il caso, la stessa fila, ho sorriso con gli occhi, ma poi ho lasciato un sedile vuoto. A creare imbarazzo. “Non puzzo mica?” avrebbe detto il mio uomo, e io gli avrei chiesto di sposarmi all’istante, certo con rito pagano.


Conosco un uomo che nella vita si è sempre vestito di fatica e adesso giustamente si è dato alla finzione, ha messo la maschera di chi non ricorda le cose.
Ti ripete un aneddoto anche tre volte in cinque minuti. So che è tutta una finta, perché a un certo punto, di tanto in tanto, ti guarda e dice:

Ma te l’ho raccontata già questa mi sa!”


Però si vede che è una prova per capire quanto grulla puoi essere tu ad assecondarlo, quanto credi che sia rincoglionito da 1 a 10.
Allora certe volte provo a dirgli “Ah sì! Quella storia della vecchina irlandese? Mi pare di sì” oppure a volte, con zelante alternanza “No, non mi pare proprio, dimmene.” In entrambi i casi, lui non aspetta la tua risposta, ti guarda solo un po’ a fondo nell’anima, ma poi la sua storia la ri-ri-ri-racconta lo stesso. Le rane lo capiscono, me ne sono accorta durante una passeggiata. Spero tu andrai via senza un dolore, solo lasciando un fiato appeso come quando si fa l’amore o si guarda venire nella propria direzione chi si ama. Spero che morirai così.


Poi, girando la schiena giù in cantina, ci siamo accorti di quella tavoletta in porcellana, gli occhi di me piccola ci andavano sempre sopra.
“Parla poco, ascolta assai e giammai non fallirai.”
Mi fai notare che c’è un errore, la negazione è doppia.

Siamo costretti alla ritirata, a rivedere tutto in senso contrario, almeno una volta nella vita, mi sa. O più di 3 volte al giorno, forse. Non è così?



Cesso, s.m. “latrina” (av. 1300, Rustico) – Lat. recessu (m.), da recedere, “ritirarsi, retrocedere” (V. recédere); cfr. ritirata
Fonte: DELI – Dizionario etimologico della lingua italiana, di M. Cortelazzo, P. Zolli, Zanichelli, Milano, 1999


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