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Il corpo spirituale del poeta

 

 

Ancora oggi Guido Cavalcanti è in grado di far vibrare e insegna come vibrare alle anime disposte all’amore.
Oggi sono stata sfidata a una slamming poetry da alcuni nativi e ho tirato fuori Cavalcanti.
Un po’ perché una persona speciale mi ha regalato “Lezioni americane” di Italo Calvino
(nella prima delle lezioni, quella sulla Leggerezza, Calvino dedica molte pagine al poeta),
un po’ perché per Cavalcanti il mio cuore ha sempre battuto fortissimo.

Complice del mio invaghimento che ancor dura, Lorenzo il Magnifico, che lo descriveva così nelle Opere: [..] come del corpo fu bello e leggiadro, come di sangue gentilissimo, così ne’ suoi scritti non so che più degli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e nelle invenzioni acutissimo, magnifico, ammirabile.”

Con Cavalcanti siamo in un terreno che ci riguarda tutti.
L’insoluto volere, ma un volere il cui risolversi annienta.
Vale per quando si desidera fortissimamente si desidera.
Poi il dolore pervade, diventa una cosa che sfocia nel sangue, nel corpo.
Per questo Cavalcanti è già olistico spinto.
Non c’è differenza tra il copro mortificato e la spinta interiore.
Ma quel dolore lì diventa strumento di vita.
Per questo Cavalcanti stava già molto dentro all’arte del rovesciamento, taoista, se vogliamo.

Pareva il caso allora, subito sotto a questa sfilata esegetica sulla storia di un amore, pareva proprio il caso di tornare su questa canzone.

 

L’esistenza qui è una specie di campo di battaglia.
Da questo luogo fuggono via le virtù.
Perché? Abbattute, azzerate, invalidate dall’amata, che in quel campo di battaglia si è presentata in tutto il suo splendore.

Non c’è tregua, non c’è riposo e questo sconvolgimento passa tutto “per”, ovvero ha come veicolo, gli occhi di lei.
L’io-poeta è anche l’io-amante e l’io-amante è un involucro di spiritelli e questi spiritelli rispondono al piacere, e se la danno a gambe, perché lei è un turbine, è un tornado. Travolge e sazia, nutre e accattiva, sconvolge e vitalizza.

La consolazione sta nel dar di rima, nella scrittura.
Anzi la canzone diventa contenuto del lamento e destinataria al contempo.
Alla canzone il poeta si rivolge, a lei affida il compito di guidare gli spiriti fino alla donna, quegli stessi spiriti che erano venuti in difesa, ma che poi sono fuggiti impauriti.

 

Con un invito a perdersi e scomporsi nell’amore,
eccole qui le rime, che ve passino’l core.

 

Io non pensava che lo cor giammai, IX

Io non pensava che lo cor giammai
avesse di sospir’ tormento tanto,
che dell’anima mia nascesse pianto
mostrando per lo viso agli occhi morte.
Non sentìo pace né riposo alquanto
poscia ch’Amore e madonna trovai,
lo qual mi disse: “Tu non camperai,
ché troppo è lo valor di costei forte”.
La mia virtù si partìo sconsolata
poi che lassò lo core
a la battaglia ove madonna è stata:
la qual degli occhi suoi venne a ferire
in tal guisa, ch’Amore
ruppe tutti miei spiriti a fuggire.
Di questa donna non si può contare:
ché di tante bellezze adorna vène,
che mente di qua giù no la sostene
sì che la veggia lo ‘ntelletto nostro.
Tant’ è gentil che, quand’ eo penso bene,
l’anima sento per lo cor tremare,
sì come quella che non pò durare
davanti al gran valor ch’è i·llei dimostro.
Per gli occhi fere la sua claritate,
sì che quale mi vede
dice: “Non guardi tu questa pietate
ch’è posta invece di persona morta
per dimandar merzede?”
E non si n’è madonna ancor accorta!
Quando ‘l pensier mi vèn ch’i’ voglia dire
a gentil core de la sua vertute,
i’ trovo me di sì poca salute,
ch’i’ non ardisco di star nel pensero.
Amor, c’ha le bellezze sue vedute,
mi sbigottisce sì, che sofferire
non può lo cor sentendola venire,
ché sospirando dice: “Io ti dispero
però che trasse del su’ dolce riso
una saetta aguta,
c’ha passato ‘l tuo core e ‘l mio diviso.
Tu sai, quando venisti, ch’io ti dissi,
poi che l’avéi veduta,
per forza convenia che tu morissi”.
Canzon, tu sai che de’ libri d’Amore
io t’asemplai quando madonna vidi:
ora ti piaccia ch’io di te mi fidi
e vadi’n guis’ a lei, ch’ella t’ascolti;
e prego umilemente a lei tu guidi
li spiriti fuggiti del mio core,
che per soverchio de lo su’ valore
eran distrutti, se non fosser vòlti,
e vanno soli, senza compagnia,
e son pien’ di paura.
Però li mena per fidata via
e poi le di’, quando le se’ presente:
“Questi sono in figura
d’un che si more sbigottitamente”.

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Come in un chiostro di statue pensandoti



L’essere che si svuota è
al contempo essere pieno
vorrei dirti è
vuoto che s’impiena.


Oggi un uomo casuale
poniamo, un distinto umano,
per strada parlandomi
di un paese,
poniamo,
l’Egitto,
ecco lui andava
insultando
donne col lardo sotto al velo,
vedi, mi disse cosa
alle Cleopatra ha fatto l’Islam?

Annuisco poco capendo
e ti penso
in quei luoghi caldi,
tu, con la pelle di diamante.

Sisma di quello che ero
e più non sono a te grazie.

Parole altrui
m’inferociano
sono impatti sonori
e basta.
E lui, che ha amici banali, lui per cui,
tutti i lui per cui, io,
calma andrei bene,
inadeguata e stanca.
Distratta, domestica e tanta,
ecco così andrebbe bene.

Tutti i lui per cui
impalata starei meglio
contro tavole da stiro
e merletti di bambola.

Mai che sudati tanto
i corpi selvaggi
arrischiandosi al sentirsi vivi,
fosse mai,
per carità.

Scendevi verticale
regalandomi pupille,
pallette liquide di mercurio.
Piegata la schiena,
andavo all’indietro
e mentre entravi,
le scienze tutte perderle
in quattrequattrotto
diventare terreno fertile,
in grembo crescevano
abissi stravolti
da un rossissimo afflato.

Vedevo volti vedevo volti
ma non di umani,
come di cani
ma leggiadrissimi,
non di selezionata razza,
diventare li vedevo cavalli,
leggeri e lunghi,
tirati e mai stanchi.
Un orgasmo al trotto.

Poi riemergevi e il volto
cercarlo pregandoti un bacio.


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L’Angelus aspettando


La lunga fila delle anime
messe a inverno
guanciotte rosse
freddo
fede
in punta de magnà
du spaghi e cosci
d’agnello
che togli i peccati del volgo.


Tra la folla d’Epifania
alle suore mostrare
l’intimo comprato pei saldi
Sette pezzi, sorella,
a 40 eurelli
non sono tanti.
Bella in padella,
ma lei sotto com’è messa? E a Lui
a Lui fa vedere tutto tutto?


Tra la folla d’Epifania
babbi bravi oggi
con le dita tozze
domani a mignotte.
Il Papa, me scusi tanto, ‘ndo s’affaccia?
LA’.
che non è ovunque, è proprio LA’,
LA’ solamente.


Se i Magi si fossero persi
lungo il tragitto nel diletto
solleticanti eventi
di stalla in stalla. Se.


Io piantata nel mezzo,
sanpietrini, mercatini,
solo sono capace di dire io
quanto l’odore del vin brulé passando
il nostro sesso
come un singhiozzo a rigurgiricordo
di rimando,
reflusso gastroigneofageo,
acme abisso apogeo.
Bellezza era intatta
quello starsi tra le braccia,
il Papa,
il Papa ‘ndo s’affaccia?
chiede un dito bussandomi poi una faccia.


Una notte gelato alle lingue portando
mentre a parlare di gelosia
nel passeggio notturno
con cono estivo
malcelavo la mia.


La basilica apre all’una,
una e trina ero tua,
ora tra questi epifanici entusiasti
tengo il rastrello tra i polmoni,
il pensiero di te,
mentre il ricordo è un aratro
trancia dentro da fuori.

Il mio Angelus per te,
bellezza acqua starti tra le braccia,
sì, ma il Papa, me scusi,
il Papa ‘ndo s’affaccia?






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Soqquadro




Immagine | Ida Macondo

Immagine | Ida Macondo



Soqquadro sorride meschina 
a tutte le banali altre parole, 
che han bisogno di una ccù con una cci dietro. 

Questa è una dichiarazione (woah!) d’amore
e tu sei la mia cosa che mette a soqquadro tutte le altre. 


La mia cosa che non controllo e nemmeno mi controlla. 
L’imprevisto, la resa, ma una resa piena d’attacco. 

Incivilizzabile, pienamente potente. 

La mia cosa scorretta come un brigante e delicata come un galantuomo o una dama,
ostinata come certi uomini che lavorano con le mani o hanno fatto la guerra. 


I tuoi occhi capaci di tutto. 


Auguro soqquadro a chiunque si dica umano, 
perché riempie di deità, 
fora il pensiero e
la ragione diventa un grosso Lerdammer olandesissimo 
che riempi forse con nuvole e tatto. 


Ne esci con fluidità pari al metallo 
e un rivestirsi repentino
alla luce di treni e all’alba di traslochi. 


Un’apertura spasmodica verso la possibilità. 

Un modo di morire affatto rammollito,
e quindi un modo di stare in vita
che lascia l’universo rintronato. 


La mia cosa coricata sui viaggi, 
le mie labbra come dita furiose che sfogliano 
cercando il codice tra tante formule, 
il codice della tenerezza 
coniugata a curiosità e un certo qual modo spontaneo 
di stare in vita e quindi morire.


I tuoi occhi capaci di tutto. 

Mi sdraio come una donna.
E le spalle ti cercano complici. 
E come una manata di cellule impazzite,
la notte nera sta nel letto ma non del tutto, piena di elettricità

Mi sdraio da donna sui tuoi occhi capaci di tutto. 


(Immagine | Ida Macondo)


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