Archivio per la categoria Poesia Pagana

Voce poetica, corpo liquido e spirali

 

 

La poesia ha un potere salvifico.
L’acqua è nel corpo e lambisce, nutre.
Le spirali sono ovunque e ci guardano.

Pensare al corpo con mente poetica e visioni metaforiche.
Muoversi come fluidi, mantenere il cammino liquido.
Integrare le spirali.

 


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Un gioco al massacro

 

 

A proposito di rivoluzioni copernicane, parlavo con un caro nuovo amico.
Gli chiedevo come mai i miei coetanei americani usano molto, moltissimo “huge”, “awesome”, “cool”, “exciting”. Come mai secondo te? Dammi una risposta esistenziale, essenziale. E perché reagiscono stranamente al mio “not that bad”.
Dis-essere mal-essere, non è dato qui, intanto, pensavo.
Ha detto “Siamo cuccioli, siamo così neonati, non abbiamo storia, per questo usiamo aggettivi così mastodontici.”
Me l’ha detto nella sua lingua, ovviamente, quella che, un momento prima, andavo criticando.
“E noi abbiamo tutto un Novecento che è imbellettare il classico, come si imbelletta un cadavere.” ho pensato.

Dovremmo cercare di essere stupidi nell’abbandono ovunque andiamo, come viaggiatori.
In quanto viaggiatori transeunti.

S’interagisce bene con chi non teme il silenzio. Da qualche tempo, sì, è così.
Quanto più il sostrato del non parlare è al sicuro, – ovvero, quanto più facilmente potrebbe farsi manifesto- tanto meglio si dialoga.

Non si può essere autori di un capolavoro. Si è il capolavoro.
Seppur trasposto e tolto dal lessico Bene-emerito,
Buon lavoro.

Starsi insieme per sempre o quasi

 

 

Mi ascolterai
se ti dirò
che il sistema nervoso
dentro al sistema nervoso
c’è una specie di lucertola.
Diventa una bellissima femmina di notte.

Quando ho dato alle voci
il fianco,
è stato per capire
e vedere
chi è l’io e chi è l’altro.
Non ha funzionato, non ho retto
e abbiamo pianto.

Ora ascolto leggerezza
ma quella piccola ferita
è diventata grande,
nessun lembo la contiene.

Le piccole cellule lavorano in fabbrica
mentre immagino di nuotarti accanto.

Dovrà bastarti la mia faccia,
dovrà bastarti il corpo e dovrai ascoltarlo
se deciderò di ascoltarlo io.
Ma, d’altro canto,
sarò lì a sostenere il tuo.

Amare è immaginare
di nuotarsi vicino.

Da un angolo buio detto incoscio
faranno capolino le scelte,
una su tutte,
viversi al fianco.

Starsi insieme
per un affondo e per incanto.

 

Svegliandomi ho trovato stamane sul petto
un sole coperto dalla nube,
sono corsa a lavarmi via tutto,
ma è rimasto dentro.
Nel lavandino uno scorpione, con voce acuta:
“Se tramonta, continua ad amare.”

Farò come ha detto
ma ti prego
non lasciarmi in balia
della mia mano
senza dentro la tua.

 

Il corpo spirituale del poeta

 

 

Ancora oggi Guido Cavalcanti è in grado di far vibrare e insegna come vibrare alle anime disposte all’amore.
Oggi sono stata sfidata a una slamming poetry da alcuni nativi e ho tirato fuori Cavalcanti.
Un po’ perché una persona speciale mi ha regalato “Lezioni americane” di Italo Calvino
(nella prima delle lezioni, quella sulla Leggerezza, Calvino dedica molte pagine al poeta),
un po’ perché per Cavalcanti il mio cuore ha sempre battuto fortissimo.

Complice del mio invaghimento che ancor dura, Lorenzo il Magnifico, che lo descriveva così nelle Opere: [..] come del corpo fu bello e leggiadro, come di sangue gentilissimo, così ne’ suoi scritti non so che più degli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e nelle invenzioni acutissimo, magnifico, ammirabile.”

Con Cavalcanti siamo in un terreno che ci riguarda tutti.
L’insoluto volere, ma un volere il cui risolversi annienta.
Vale per quando si desidera fortissimamente si desidera.
Poi il dolore pervade, diventa una cosa che sfocia nel sangue, nel corpo.
Per questo Cavalcanti è già olistico spinto.
Non c’è differenza tra il copro mortificato e la spinta interiore.
Ma quel dolore lì diventa strumento di vita.
Per questo Cavalcanti stava già molto dentro all’arte del rovesciamento, taoista, se vogliamo.

Pareva il caso allora, subito sotto a questa sfilata esegetica sulla storia di un amore, pareva proprio il caso di tornare su questa canzone.

 

L’esistenza qui è una specie di campo di battaglia.
Da questo luogo fuggono via le virtù.
Perché? Abbattute, azzerate, invalidate dall’amata, che in quel campo di battaglia si è presentata in tutto il suo splendore.

Non c’è tregua, non c’è riposo e questo sconvolgimento passa tutto “per”, ovvero ha come veicolo, gli occhi di lei.
L’io-poeta è anche l’io-amante e l’io-amante è un involucro di spiritelli e questi spiritelli rispondono al piacere, e se la danno a gambe, perché lei è un turbine, è un tornado. Travolge e sazia, nutre e accattiva, sconvolge e vitalizza.

La consolazione sta nel dar di rima, nella scrittura.
Anzi la canzone diventa contenuto del lamento e destinataria al contempo.
Alla canzone il poeta si rivolge, a lei affida il compito di guidare gli spiriti fino alla donna, quegli stessi spiriti che erano venuti in difesa, ma che poi sono fuggiti impauriti.

 

Con un invito a perdersi e scomporsi nell’amore,
eccole qui le rime, che ve passino’l core.

 

Io non pensava che lo cor giammai, IX

Io non pensava che lo cor giammai
avesse di sospir’ tormento tanto,
che dell’anima mia nascesse pianto
mostrando per lo viso agli occhi morte.
Non sentìo pace né riposo alquanto
poscia ch’Amore e madonna trovai,
lo qual mi disse: “Tu non camperai,
ché troppo è lo valor di costei forte”.
La mia virtù si partìo sconsolata
poi che lassò lo core
a la battaglia ove madonna è stata:
la qual degli occhi suoi venne a ferire
in tal guisa, ch’Amore
ruppe tutti miei spiriti a fuggire.
Di questa donna non si può contare:
ché di tante bellezze adorna vène,
che mente di qua giù no la sostene
sì che la veggia lo ‘ntelletto nostro.
Tant’ è gentil che, quand’ eo penso bene,
l’anima sento per lo cor tremare,
sì come quella che non pò durare
davanti al gran valor ch’è i·llei dimostro.
Per gli occhi fere la sua claritate,
sì che quale mi vede
dice: “Non guardi tu questa pietate
ch’è posta invece di persona morta
per dimandar merzede?”
E non si n’è madonna ancor accorta!
Quando ‘l pensier mi vèn ch’i’ voglia dire
a gentil core de la sua vertute,
i’ trovo me di sì poca salute,
ch’i’ non ardisco di star nel pensero.
Amor, c’ha le bellezze sue vedute,
mi sbigottisce sì, che sofferire
non può lo cor sentendola venire,
ché sospirando dice: “Io ti dispero
però che trasse del su’ dolce riso
una saetta aguta,
c’ha passato ‘l tuo core e ‘l mio diviso.
Tu sai, quando venisti, ch’io ti dissi,
poi che l’avéi veduta,
per forza convenia che tu morissi”.
Canzon, tu sai che de’ libri d’Amore
io t’asemplai quando madonna vidi:
ora ti piaccia ch’io di te mi fidi
e vadi’n guis’ a lei, ch’ella t’ascolti;
e prego umilemente a lei tu guidi
li spiriti fuggiti del mio core,
che per soverchio de lo su’ valore
eran distrutti, se non fosser vòlti,
e vanno soli, senza compagnia,
e son pien’ di paura.
Però li mena per fidata via
e poi le di’, quando le se’ presente:
“Questi sono in figura
d’un che si more sbigottitamente”.

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