Scrivi mi dicevi sempre nella luce bianca di non so cosa
e parlavi del sesso senza metafore come piace a noi
parlavi non di accademia ma di corpo
gracchiavamo non di tessuti ma di panni sporchi
quelli che mi dimentico di tirar via.
La nostra influenza stagionale è entrare a contatto con chi solo parla
di fare la spesa e truccarsi bene.
E però.
E però ci eravamo detti di essere sempre veri, amore mio.
C’era tanto a far da vela e leva.
Non crediamo nei dipartimenti del farmaco e nei lettini di un laureato
che devi pagare perché ti ascolti.
Nessuno ha mai pensato che sarebbe stato facile.
Forse solo i colori senza gradazione pensano sia facile.
Le tinte uniche.
Noi invece siamo pieni di sbrodolii cromatici.
Oh, noi, noi ci portiamo dentro
tutto il cromocaso.
Non ti amerò mai senza quel mistero del non parlarsi e dirsi tutto. Quello non perdiamolo.
L’intestino è una pasta incollata contro la pentola,
tutto mi trova vulnerabile e attiva.
Tutto mi prende il respiro
in forma di fionda contro i polmoni.
“Lasciami solo tregua” s’è detto. “Solo un attimo.”
Deglutire come infravelenopapille e burrasca ormonale.
Miscugli di fori.
Con buona dose di eleganza mi ritiro sentendoti la bocca stanca e niente sudato.
Se niente ti suda per me,
saprò che il nostro tram non ha quel nome
e a poco servirà il burro
che avevo per provocarti lasciato sul pavimento.

