Ti ho lasciato i fiammiferi vicino al piattino su cui mettevi le chiavi quando arrivavi a casa e poi ti stendevi sul divano ancora in cappotto d’inverno.
Descrivevi l’odore della neve con un fare serio e cinico. Non come tutti gli altri, che si inteneriscono ai primi fiocchi. Questo mi conquistò.
La casa che avevo immaginato per noi aveva le finestre belle ampie e un mortaio in pietra e c’era spazio per ballare dopo cena.
Avevo pensato a tutto.
Anche a dove avremmo messo le riviste perché poi – ti conosco – la carta non avresti voluto né saputo buttarla così, come se nulla fosse stato.
Avevo pensato anche alle tazze, la disposizione e i vuoti per potertene regalare altre.
Un giorno ti ho chiesto di cosa è fatto un sogno e tu mi hai detto della consistenza di quando ti appoggi su me e io mi siedo. Della consistenza della sedia che ci regge entrambi.
L’ora migliore che conosco è efficace in termini di pensieri.
Ti ho lasciato qualcosa da mangiare.
Ho notato che alcuni visitano le città come turisti e non smettono mai di fare le cose per dire di averle fatte.
Per tutte le volte che ho atteso l’arrivo di qualche altra persona che non eri tu.
Roma la lascio sempre bellissima, non so come sia possibile e la ritrovo così anche quando la rabbia, lo spavento aumentano.
Alcune città hanno una tenerezza spessa, bella solida. Anche certe persone che nella vita per fortuna si incontrano.
Ed hanno occhi che dentro ci vedi forze naturali.




