Virgilio perse i suoi terreni che andarono ridistribuiti ai veterani come ricompensa per i servigi da loro resi.
Insomma leggevo questo pezzo del TIME (VOL.178, NO.8 | 29 August 2011), pezzo strillato in copertina, dove troneggia il titolo:
“The new Greatest Generation”.
Come i giovani veterani di guerra stanno contribuendo a ridefinire la direzione in patria.
La tesi di fondo è che i veterani che hanno combattuto in Iran e in Afghanistan (IAVA – Iraq and Afghanistan Veterans of America) stiano riportando a casa competenze diverse da quelle dei loro predecessori. Questo, spiega il giornalista Joe Klein, si deve al fatto che le guerre stesse in questione, per essere combattute degnamente, richiedono qualità di cui “il paese ha davvero bisogno ora”. Decisioni da prendere in fretta, soluzioni creative, rigore, ottimismo, una forma di patriottismo vero, non basata solo sulle stellette stampate sulla bandiera. Competenze più sofisticate, diverse dal sissignore nossignore.
L’articolo è pieno zeppo di testimonianze sorridenti, con dettagli cruenti su gambe amputate che ora sorreggono uomini fieri che hanno creto qualcosa in patria, hanno reso concrete realtà abitative e lavorative. Un nero robusto circondato da ragazzi, “usa le competenze acquisite in guerra per orientare e guidare i giovani.”. Giovani con grandi spalle e braccia che ora sono in grado di contribuire e mobilitarsi nelle situazioni conseguenti a disastri naturali. Viene da annuire con entusiasmo, l’articolo poi è avvincente, quindi ti viene di leggerlo tutto d’un fiato, tutte le 6 pagine. Alla chiusa del pezzo c’è anche una testimonianza che spiega come certe lezioni di vita possono essere coltivate nelc uore degli United States Marines piuttosto che all’Harvard Business School. Un buon modo di rovesciare e riutilizzare potenziale umano puro.
Ecco però che c’è questa vocina dentro al diaframma che non riesco a zittire, per tutta la lettura. Che ci sia forse una nemmeno tanto implicita esaltazione alla guerra? Forse che il messaggio di sottofondo è che la guerra ha migliorato queste persone e le ha rese utili alla patria? Ho capito ma manca un passaggio, cazzo. Non dovremmo proprio ripensarla, la guerra in sé? Non abbiamo più bisogno di articoli che ci spieghino come il modello che abbiamo seguito finora stia crollando (vedi Borsa) e quanto questo sia legato a filo doppio all’attività bellica? Starò in fissa, ma ultimamente, dpo aver letto un pezzo, la domanda per valutarlo è: questo articolo produce un cambiamento? Per cambiamento si intende una forza come quella di alcuni giovani italiani stanchi del premier e pieni di voglia di viaggiare e scoprire, per cambiamento si intende pannelli fotovoltaici e ritorno alla semplicità, visto che le risorse andranno scarseggiando. Ritorno al corpo, agli occhi, ai piccoli gruppi, allo scambio.
Questo articolo sui veterani spinge al cambiamento o alimenta il fervore con cui si sta in una posizione fissa? Sempre nel pezzo viene riportata la testimonianza di John Nagl, ufficiale direttore del dipartimento del Center for a New American Security (CNAS) (non ne avevo mai sentito parlare, sembrerebbe essere un think thank costituito essenzialmente proprio dai veterani di nuova generazione. Nagl: “World War II was fought by companies. Vietnam, by platoons. The current wars are all about small teams who have to interact with the local Iraqi and Afghan populations. That has required a different kind of soldier.” L’assunto di base è qualcosa che non si questiona e in questo caso sembra essere una necessità di guerre sequenziali di cui, di conseguenza, si osserva la natura e se ne descrivono le forme. Nell’articolo poi è riportata come una lezione di onore la scelta di un soldato che, persa una gamba, di fronte a due anni di terapia per riprendere l’uso dell’altra, decide di farsele amputare entrambe. Viene da scuotere la testa o darsi pizzicotti. Sveglia. Sveglia. Tutte le qualità illustrate nel pezzo, si ottengono anche con un costante allenamento marziale. Non sono mai stata in guerra, non sono mai stat in trincea, ma conosco gli artisti marziali e so quanto valore riposa nelle loro anime, mi hanno insegnato loro cosa significa davvero battersi ed è una condizione che è preceduta da moltissime altre forme di applicazione marziale silenzio e forme di intelligenza strategica.
Non è un pacifismo blando, le guerre ci sono sempre state, ma qui ora tutto brucia e un eccesso di Yang ha sempre dentro una carenza di Yin. Inoltre, qui sto conoscendo alcune persone che l’hanno vissuta e sono sempre più convinta del fatto che non ci sia bisogno del San Martino del Carso ungarettiano, non c’è bisogno di fare del “cuore il paese più straziato”, non c’è bisogno della bocca aperta del compagno morto che riposa vicino al tuo corpo confinato in un incubo rosso. Disordini post traumatici, ferite multiple, danni al cervello e anime scuoiate.
Per non parlare dell’altra parte, quella che riceve la disciplina in forma di proiettili, il cosiddetto nemico.




