Archivio per la categoria Arte Marziale

Pratica e vino

 

 

La pratica procede. Il lavoro che ho ora da remoto mi consente di gestirmi bene, anche se diventa difficile stare ore davanti al pc, allora mi metto in posizioni che intanto allungano gli arti, specie quelli inferiori. Chi lavora con me ha capito quanto importante sia e potrò stare un po’ di più.

 

APERTURA

Le gambe strillano perché hanno capito che le anche vogliono o vorrebbero aprirsi.

Al mattino, due volte a settimana, faccio lezioni di movimento, molto presto, con un’insegnante fantastica, Naomi Milne. L’apertura delle anche si rispecchia nell’apertura del mio femminile, dentro. Che sbraita e adesso esce di più. Non parlo di frivolezza, parlo di Yin puro, per quanto noi umani possiamo avvicinarci a quelle due forze immani che il padre della macrobiotica chiamava “le mani dell’universo”, come mi ha insegnato il mio collega di tai e cuoco meraviglioso Sauro Ricci.

 

QI GONG

Faccio la forma Yang tradizionale quasi ogni giorno. Poi si passa al qi gong. Che è sempre un modo ulteriore per aprirsi all’imprevisto e contemplarlo.
La qualità del qi gong che pratico qui è molto buona. A volte le dita sudano dopo poco tempo dall’inizio della sessione.
Credo anche mi si stia velocizzando il metabolismo, forse è anche per questo, non so.
C’è una spiegazione sui meridiani che correda sempre il gesto e questo ho cercato per molto tempo.
C’è anche un innesto di molte cose che non credo appartengano al qi gong,
una poesia in più – che a volte si traduce in fronzoli- interna all’anima di chi trasmette e dunque nulla si può e forse si deve contro ciò.
Credo sia dovuto alla trasposizione di una pratica sacra orientale in occidente e la fame spaventosa di poesia che abbiamo oggi come oggi.

 

YOGA E TAO

Lo yoga daoista.
Che dire. Le torsioni, potrei parlarne per ore.
Del “semplice” sedere comodamente a gambe incrociate, che per me richiede, strano a dirsi, lavoro. Molto lavoro. 
Non so se sia per la mia conformazione fisica o perché non siedo e non mi sono mai seduta così; credo sia conformazione, perché in generale non sono a mio agio con tutte le posizioni da seduta.
Fatto sta che le gambe iniziano a stare comode in Sukhasana solo ora, dopo due mesi quasi, e le ginocchia piano piano scendono.
In ogni libro è descritta come una posizione facile, quindi all’inizio è stato abbastanza un colpo al mio orgoglio.
Continua a esserlo, la fatica è immediata perché i muscoli lavorano contro la gravità.

Allora cerco di sedere con le anche più alte rispetto alle ginocchia, metto un blocco di legno sotto, come mi ha suggerito il maestro con cui sto studiando ora. Quando gli ho detto: “Ma se metto il blocco non apro mai, le ginocchia non si abbassano mai.” E lui mi ha spiegato che non è così, che se non lo metto rischio di lavorare con i muscoli sbagliati e comprimere quelli addominali e che piano piano le ginocchia scenderanno. E l’ho ringraziato, perché avrei rischiato di farmi male.


E’ un mistero come possa essere così poco flessibile in questa zona.
Ci sto lavorando anche con la respirazione e stando a ranocchia prima di addormentarmi.

Piedi, caviglie, ginocchia, articolazioni coxofemorali, bacino, mi pare che tutto stia cambiando.
Sto imparando a fare le flessioni con il dantien, allungarmi usando il respiro. 
Passare fluentemente da una posizione all’altra a volte è davvero sia tuffarsi che fare l’amore.


Le posizioni in piedi, in particolare Uttanasana (Piegamento in avanti), Vrksana (Posizione dell’albero), Virabhadrasana (Posizione del Guerriero) nelle sue varianti, Utthita Parsvakonasana (Posizione estesa ad angolo), Parivrtta Baddha Parsvakonasana (Posizione ad angolo con torsione), Trikonasana (Posizione del Triangolo, anche con rotazione)

Per le posizioni in ginocchio, posso dire di essere già da tempo in amore con Setu Bandhasana (Il ponte, per intenderci).

 

COSTUMI

Dimenticare se stessi, questo vedo riesce poco a questa popolazione, per quanto sia difficile generalizzare.


CIBO (Gu ch’i)

Di certo sono diventata più sensibile ai formaggi, non mangiandone quasi più. Non per scelta, ma perché qui costano tanto. Un pezzo piccolo ma davvero piccolodi Gouda te lo fanno pagare anche 12 dollari. Per non parlare dei formaggi francesi e di quelli italiani. Quindi, visto anche il protagonismo del mio intestino, tendo a virare verso le proteine del salmone o della carne. Anche se il salmone ha la meglio piuttosto spesso. La cipolla poi, che ho scoperto mi scalda molto.

Sto finendo il caffé inviatomi dalla tenera madre, è stato un pensiero bellissimo che è servito anche a capire quanto sia facile stare senza caffé, prima della spedizione per un mese sono andata avanti a tè. In generale, sarebbe interessante vivere sul segno del “quanto sia facile stare senza”, magari senza inoltrarsi in luoghi impervi (tipo le mutande ecco, quelle dai, vale la pena).

Stare senza bidet, anche interessante. Non da un punto di vista di cultura, ma di igiene profondo. In molto libri di pratica quotidiana taoista è scritto che l’igiene profondo dell’ano è importantissimo. Anzi, molti taoisti dedicavano a questa pratica diverso tempo, prima di andare fuori all’aria e mettersi letteralmente con il sedere contro il sole in modo che lo Yang annullasse i batteri.

Sono circondata da persone che vanno avanti a integratori, dietary supplement, Goldenseal, vitamina C, coenzima Q10. Possono anche pranzare con una manciata di mirtilli, un pezzo di pane di quelli da confezione e un burro di arachidi o pistacchi o mandorle. Quando mi vedono cucinare la pasta a pranzo rimangono un po’ così. Io continuo a pensare che nel mio piatto di riso con zucchine, pomodori e radicchio o nel mio primo caldo o in qualsiasi altra cosa, ecco lì ci sia il carburante per fare anche più ore di pratica continuativa, come accade la domenica. Io prendo solo l’alga spirulina consegnatami dalla mia Red Witch, (a proposito, momento pubblicità: Erboristeria del Pigneto, Circonvallazione Casilina, 22). Mi serve e mi è servita per il ferro. Ne ho una scorta necessaria per i mesi qui.

Mi guardano strana anche col bicchierino di vino alla sera.
E lì sono risate nette, perché ovviamente il vino non è contemplato (madonnina, certi vini dal Cile e dall’Argentina o dalla California, mmm), in questa cultura del sto-bene-mangio-bene-sono-rilassata-mangio-bio-credo-in-un-mio-dio-sorrido-guarda-quanto-sorrido-sono-tonica-sono-sociale-guarda-quanto-sono-sociale-anche-se-controllo-ogni-3-sec-l’iPhone-mentre-sei-vicino-a-me-o-altri-esseri-umani-lo-sono. Ovviamente, questa è una generalizzazione simpatica. Non sono tutti così, alcuni ti guardano negli occhie quando ti abbracciano ti abbracciano per davvero. E per fortuna, non avrei resistito una settimana altrimenti. C’è anche, in altre parole, chi sa godersi la vita, chi non è incastrato in religioni di cibo o di movimento che rispondono a divinità con tanto di nome e cognome, bel culo e bel sorriso. E qui andiamo sull’ego.

 

EGO

Se mai insegnerò, se mai mi sentirò pronta, voglio restare sul piccolo forse.
Per me gli eccessi di alcuni di questi maestri sono tutte lezioni. Mi arrabbiavo, prima. Adesso c’è da imparare, mi dico.
E’ tutto materiale su cui riflettere. Il maestro non gode se qualcuno gli è devoto. Di certo c’è un certo senso di benessere interiore nel vedere che la trasmissione funziona su binari interessanti, di certo c’è un piacere che è simile a quando si sorride chiudendo gli occhi. Ma, appunto, si sorride chiudendo gli occhi, non lasciandoli aperti per guardarsi allo specchio.

Allo stesso modo, approfondiamo sul fronte dell’allievo.
Qui spesso accade che le pause dalla pratica, metti anche solo una settimana di ferie in un altro luogo,
si trasformino, per alcune persone, in un inferno.
Perché si pratica con e soprattutto davanti al maestro ma poi la vocazione a farlo non esiste.

Il progresso personale luminoso del singolo viene azzerato dall’adulazione del punto luce unico.

Ti guardano con occhi disperati quando provi a dire qualcosa (ormai ho smesso), gli altri allievi: “Ma LUI ha inventato! Lui!” Riferito al maestro.
E io rido, perché è stato proprio un mio maestro a dirmi che nessuno inventa niente.

 

PAURE

Mi spaventa il mio ritorno in Italia per un certo ridurre e pensare piccolo, qui c’è l’opposto e i suoi lati negativi ovviamente (ad esempio, diventare, letteralmente, la business card, nel senso che una persona si esaurisce in quello talvolta). Ma se dici che vuoi scrivere e lavorare col corpo e viaggiare la gente non ti guarda come se fossi scema totale. Mi spaventa perché qui il mio ritmo è scandito dal movimento. Quando non lavoro mi muovo e conosco. Farò in modo di tenere questo ritmo o forse portarlo su un livello corporeo ancora più alto, ma non nascondo che la pigrizia mi spaventa e quindi tanto vale stringerle la manina.

Ho paura, papà, che tu sia troppo lontano per vedermi accadere.
Ho paura che tu stia soffrendo e non riesci ad andare dove devi andare.
Ho paura di non sentirti nell’aria come invece qui riesco, in questa fetta di terra detta mondo nuovo
.

 

VOGLIE

Vedere il Ghost Ranch, prima di lasciare il New Mexico. Vedere un alieno, prima di lasciare il New Mexico. Andare a Black Hole, prima di lasciare il New Mexico. Vedere il bimbo del mio maestro in Italia. Nuotare dopo aver speso un giorno con l’Oceano e aver solcato il Rio Grande. Riabbracciare quella quindicina di persone indispensabili che ti stanno dentro le vene, roba di osmosi di anime. Roba sacra.

E altre cose che non dico perché me le dico tutti i giorni, me le dicono le mie mani tutti i giorni.

In ultima istanza, viva er vino, viva Bbbacco, viva Orazio e Lao Tzu, viva la gente spontenea, viva chi viaggia, “viva tutto”.


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Misurarsi costantemente cambiando

 

 

Il lavoro sul qi può davvero temprare ogni pratica fisica.
Si possono fare addominali, flessioni, posizioni capovolte, combattimenti, vasche a nuoto, affondi.
Ma del lavoro sul qi non si dice o si dice con difficoltà.
Ho conosciuto almeno due maestri che potemmo definire delle Barbara D’Urso del qi. Ammazza se si riempivano la bocca di parole.

Il qi si coltiva e basta.
Si arano i giorni, col qi.

Qui dove sono ora la pratica è un far venir fuori e al contempo introdurre; un andamento biunivoco interessante.
Non ho ancora capito se la scrittura sta facendo bene alla pratica o è la pratica che tira fuori parole, ma definire questo punto è impossibile, forse inutile.
Forse la pace che respiro dentro a questo cielo tanto vicino al viso è avere la penna in una mano e nell’altra pronta sia l’applicazione marziale sia la cura per chi potrebbe voler coltivare un’arte così antica e delicata.

Non c’è un grande studio legato alla forma, che coltivo ogni mattina da sola; questo per una scelta consapevole del maestro in questa fase del suo trasmettere. Ma c’è un lavoro sottile in levare.

Sto unendo lo yoga taoista al qigong e al tai chi, come assemblato insieme dal maestro in questione.

Le mani che premono contro il tappetino in un’asana. Partiamo da qui.

Ci vuole in pancia un grande fuoco profondo come abisso di acqua.
Ci vuole leggerezza negli arti inferiori e alla testa e al collo, che si lasciano andare.

Ci vuole l’intenzione ferma che è il pieno nel vuoto. Ci vuole il contatto col terreno che è poi assorbimento ed espansione.
Lo stesso, lo stesso non si ritrova nell’esecuzione della forma, quale che sia delle infinite esistenti?

E allo stesso modo si costruisce un racconto o un romanzo o un personaggio.

Allo stesso modo ho visto agire nel mondo, con questa energia vitale, un’erborista con gli occhi pieni di passione.
Allo stesso modo mio fratello quando cucina e mi spiega le cose con un’efficienza marziale e ci aiutiamo nel percorso.
O mia madre quando  guarda le cime dei monti umbri o porta a termine qualcosa.
Nel mio primo maestro, quando combatte o parla del figlio in arrivo.
In una fotografa le cui vibrisse sono i potenziali scatti che la scovano mentre si muove nel mondo.


In te,
nei rari momenti in cui eri sereno e mi spiegavi gli anni ’70 e i numeri e i Peanuts e la teoria economica dei giochi e Dio o come vogliamo chiamarlo.

Quando facevi trillare le bacchette della batteria o imbracciavi la Fender.

Sei ovunque, perché la morte, sto vedendo, non è di preciso in nessun luogo. 
Questa strana apolide.

 

Sai, qui fa buio alle 21.00 (loro scrivono 9 pm).
Le vedove nere sono di casa, ma un’amica che pratica con me mi dice di non preoccuparmi, mi dice che sono shy, son timidine.
Ecco, però quando stamane mi son svegliata e sulla spalla destra c’avevo questo ragno voluminoso, ecco, una cosa stupida l’ho fatta, gli ho soffiato contro.
Non mi ha morso, s’è immobilizzato. Molto rapidamente l’ho sventolato altrove per poi accompagnarlo verso la porta.
Ma non mi sono allarmata più di tanto. Alla fine, il ragno è il femminile, il tessere, quindi il creare, dunque anche la scrittura, dunque anche il percorso della pratica.

Il saluto qui è un: come stai? Capito, proprio invece del ciao, detto di corsa, chiesto senza interesse. Ci resto sempre un po’ così, perché per me è una domanda un po’ impegnativa e non mi spiego come per un popolo sia entrata nel comune interloquire.

Il congedo suona come un: abbi una giornata strepitosa.  Ecco, non mi sento di augurare una cosa così a caso a chiunque, qui invece te lo dicono tutti e senza sentire assolutamente niente.

L’aggettivo huge va per la maggiore.

La solitudine che sento a volte ci riguarda a tutti in quanto esseri umani e sono felice di sperimentarla ora, anche se all’inizio mi aveva spaventata. 
La vicinanza che sento con certe nuove anime ci riguarda tutti, perché ha a che fare con i punti di contatto, le scintille tra vivi.

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Collegamento cielo-terra

 

Loretto Chapel (Santa Fe - NM) | Pic_Afnos

Loretto Chapel (Santa Fe - NM) | Pic_Afnos

 

Volendosi sganciare dalle forme e dalle suddivisioni tra discipline che noi abbiamo creato, cerchiamo i punti che sono fedeli non tanto a questa o quella scuola, ma al cosmo stesso. Un’asana di bilanciamento ha un suo centro nella tensione piacevole e protettiva che deriva dal sentirsi presi per i capelli dal cielo e radicati in modo incandescente alla terra. Se prendiamo una qualsiasi spinta delle arti marziali abbiamo l’efficacia nella stesso fiumiciattolo energetico che entra da sotto nei piedi e  sale su per tutti meridiani, vorticosamente incontra il dantien e abbraccia i due polmoni, ricrea piccole spirali nelle braccia, penetra su nella testa, arriva oltre.

 

Non ho ancora capito se siamo su questa terra per imparare a diffidare o imparare ad affidarsi, forse entrambe le cose perché entrambe le cose sono alla fine una sola. Però, ecco, diffiderei abbastanza di coloro che usano gli schemi per salvarsi (salvarsi da cosa? da che?) o per tenere su sistemi strutturati basati sul soldo. Per questo forse un insegnamento degno deve passare anche attraverso altri lavori per la sussistenza, lavori che siano consoni e che non scindano l’insegnante. Credo sia l’unico modo per non vincolarsi a un sistema di soldi da dare a, soldi da mettere in, conti da far tornare per.

Qualche tempo fa ho avuto modo di praticare con un giovane maestro valido, una persona di cui riconosco l’essenza. Ecco, vorrei riportare questa idea che la pratica è una disciplina, chi la veicola obbedisce a qualcosa senza sapere bene di cosa si tratti. Ma basta guardare il corpo. Certe volte, in generale, basta guardare i corpo (fisici e non).

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Praticare quando tutto è in tempesta




Adriaan Garritsen

Adriaan Garritsen




L’enorme filo che mi è parso di vedere tra yoga e tai chi chuan come si arricciola dentro al corpo quando il corpo sta male?
E con corpo si intenda la mente e la psiche pure, il soffio vitale e l’emotività.
Che so io, dopo un evento traumatico, come ci si relaziona alla pratica, al tapetino, al tatami, al luogo sacro della palestra?

La pratica solitaria (che solitaria non è mai) può diventare scomoda.
Pigrizia al mattino, voglia solo di lasciarsi andare a qualcosa che non ha a che fare con le “commissioni e lavoro e gestione attività quotidiane” e per gestione attività quotidiane si devono calcolare anche pensieri su quale cibo cucinare, che vestiti mettersi, quando lavarsi i capelli, quando fare la doccia.


Lì c’è sempre un limite sottile, non si deve forzare secondo me.
Però un po’ anche sì.

Ho conosciuto alcuni maestri che si pongono sempre su un livello un pochino più alto rispetto agli allievi. Che peccato.
Gli allievi sono quelli che si sono messi su un percorso che non appartiene alle persone, ma al simbolo che tutto comprende, il Tao.
E possono restituire moltissima energia, quando essa manca in chi insegna, perché non è sempre detto che chi trasmette ne abbia, ovviamente.

A me è successo ieri. Si è fatto molto Tui shou e in un momento, nel Loi (ritirarsi ruotando, mantenendo struttura), io ho ceduto all’allieva, ma ho ceduto veramente. Quando nella spinta le ho detto di mettere il respiro, l’ho accolta, ma veramente. Il dolore reale toglie le resistenze, ed è per questo che è buono non smettere di praticare anche mentre lo si prova o mentre sta fluendo nel corpo.


Un evento come la morte di chi ci ha dato la vita ingloba:


1 Il cedimento di fronte all’imprevisto
2 La comprensione anche solo parziale di quanto la vita sia puzzle di fasi di un ciclo unico

1 —> Ci serve per la cedevolezza nel confronto, non molle ma morbida.
2 —> Ci serve per non spezzare la forma nell’esecuzione, dare armonia ai diversi momenti.

Queste cose si sperimentano bene con coloro che si sono messi in cammino, essendosi instradati con te.

L’arte marziale e discipline che vanno verso l’unità sono strumenti.
Effetto boomerang.
Si fa un lavoro che viene restituito e si può restituire.


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