Archivio per luglio 2012

Il pipistrello in chiesa e l’alieno dentro

 

 

 

Glielo chiedo per tre volte, ma non risponde.
La faccia bronzea e il mento contro il petto, gli occhi tonti e bassi, le labbra grandi e senza tono, specie quella inferiore, come quelle di certi cani, la barba ordinata e bianca. Dò due rintocchi con medio e indice, proprio due svelti svelti, magari non mi sente, ma se lo tocco così sul ginocchio…No.
Nella sua uniforme da francescano cappuccino, non capisco se dorme o si guarda la pancia.

La signora alla mia sinistra invece subito mi dà udienza.
Moriva dalla voglia di attaccare bottone.
Ha gli occhi furetti e pochi capelli al centro del cranio.
Mi risponde gentile: “I vagoni li stanno per imbarcare sul traghetto, ci vuole che qualcuno stia qui, che ci rimanga sempre sennò ci rubano tutte cose.”
Poi mi rifila tutta una serie di consigli detti con tono perentorio: prendere la granita al pistacchio appena arrivi, ma solo di mattina e accompagnarla con una brioche calda; baciare il culo di un elefante, godere dell’opera di un giardiniere che nei pressi di Piazza Bellini ogni giorno realizza composizioni diverse in base alla data.
Immagino questo uomo che ogni santissimo giorno rivoluziona tutto quanto. Dovrei prenderlo a esempio.
Non riesco a seguire tutto quello che la signora dice per ragioni di dialetto suo e interesse mio, ma dopo qualche minuto è passata ai parenti che aspettano la mozzarella. Che certe volte nemmeno la abbracciano quando scende dal treno, le chiedono prima se ha portato le mozzarelle. Tossici.

Il prete, tornato tra noi con la sua improba presenza mentale, mangia un panino incastrato nella carta stagnola, gli cadono addosso un’infinità di molliche. Iniziano a parlare di Padre Pio. Dopo qualche momento, si attiva anche il ragazzo seduto al fianco del frate, è grasso e con le occhiaie e ci fa capire che è di Messina ma lavora a Milano. Non so bene come, si infila a ragionare a voce alta sulla crisi, tocca il tema degli stipendi ai parlamentari, rotea verso un commento sulla Spagna che se la vede brutta, doppio carpiato contro Monti, avvitamento su suo cugino che si deve sposare prima che la vecchia nonna muoia.

“Non ce l’ha un mestiere?” gli chiede la donna.
Mestiere, che bella parola. Mi fa pensare agli omini dei presepi, quelli colti nelle azioni quotidiane e trasformati in statuine. Eran tutti magri, anche il panettiere, nel mio presepe, eran tutti parecchio poveri e nemmeno belli. Da piccola non facevo che dirmi che qualcosa da loro avrei dovuto carpire, imparare. Qualcosa nel loro essere ritratti in quel modo avrebbe dovuto svelare intuizioni. Mestiere è una bella parola. “A mio figlio lui sta ancora a casa con me perché mestiere non ce l’ha non perché è mammone.”
“Manteniamo il sorriso.” il senso denso del mio intervento.

 

E’ il ragazzo a rispondermi, ora che lo guardo bene capisco che forse è più giovane di me: “Eh ma no eh!” molto infastidito “io mi voglio lamentare sennò che mi rimane?” Con questa mi ritengo colpita e affondata.Quando il ragazzo scende ha un sorriso falso per i due interlocutori, io sono invisibile. Dò lo sguardo al mare. Il prete continua a lottare contro il panino nella carta stagnola.La signora a disagio per il silenzio, verso me: “Mangia la carne di cavallo! E’ così tenera. E preparati alle abbuffate grande, perché non si fanno assaggino qui eh, quando si mangia si mangia e…mmm…la carne di cavallo.” Le è tornato il sorriso ora che parla di animali morti, che strano. Il prete il suo animale morto ce l’ha dentro la stagnola, accompagnato da un tocco di formaggio parecchio giallo. Si fa buio fuori, quasi a Messina.

 

Mi sento aliena ed è così da mesi.
Forse l’alieno mi è entrato dentro e non me ne sono accorta.
Ha fame di luce, questo alieno scemo, e pensa si possa andare avanti con semplicità, muovendo il corpo, conoscendo le erbe, usando il cibo come energia, parlando alle forze naturali, amando amici e maestri, facendo sacrifici, imparando un mestiere.
L’alieno che mi porto dentro a sua volta si porta dentro una lampadina. Ma la luce da qualche tempo è scomoda.
Da Messina a Catania c’è un silenzio scandito solo dalla voce della signora che legge ogni stazione al prete come in un rosario. Lui annuisce più volte come a benedirla con il movimento del capo.
“Padre, le volevo fare una domanda.”
“Dica.”
“Ai miei tempi quando si passava davanti a un prete si diceva Salutate Gesù Cristo. E si rispondeva Sempre sia lodato. Questa usanza si è persa? Mia madre mi rimproverava quando magari ero per mano con lei e del prete non mi ero accorta e non lo facevo.”
“No che non si è persa. Per noi francescani si usa Pace e bene.”
“Eh certo, perché voi siete fratelli. Però ecco, certe usanze si sono proprio perse.” E mi guarda. E mi accorgo che ho le gambe incrociate a mezzo fiore di loto con gonna lunga ma sempre gonna. E quando sono entrata in scompartimento l’alieno non mi ha ricordato con voce interiore di salutare Gesù.

Poi i giorni sono andati e la vita ha ribadito quanto chieda solo di essere vissuta.
E’ entrato un pipistrello piccolo nel Duomo di Catania mentre lo visitavo.
Stavo pensando alla morte quando è entrato e il pensiero è andato alla vita nel vederlo volteggiare. “Così vicine le due cose.” ha commentato l’alieno dentro.
Ho annuito.
Uscendo dalla chiesa c’era tutto il sole leonino, l’odore del pesce sventrato al mattino, tanti taxi, i motorini con umani senza caschi sopra.

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L’amore se ne è andato a giocare a scacchi tra vecchi in Cina

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

Semplicemente adesso cerchiamo quella verità che sta alla bocca dello stomaco e non è monca.
Semplicemente adesso prendi un oggetto piccolo che hai sul comodino e parlagli, parlagli come parleresti a qualcuno cui daresti la vita, se hai mai pensato di farlo, dare la vita a qualcuno, intendo.

 

Il silenzio della notte in fondo mi ricorda quando dicevi vado a riposare, lo dicevi come se e ore non diurne fossero una transizione e lo stesso si potesse dire poi di quelle raggianti. Come se tutto fosse transizione, che forse vivere così ci farebbe somigliare a unicorni o angeli, belle creature insomma.

 

Io mi fermo qui, qui dove respiri tu. Ché mi piace stare qui. Qui dove respiri tu.

 

L’amore se ne è andato a giocare a scacchi tra vecchi in Cina.
O forse lo abbiamo visto passare ieri in piazzetta, aveva occhiali scuri ma un sorriso fisso, lo slancio nel passo.
O forse stava tra quelle piantine che non cedono mai, in un angolo di foresta duro a morire. 

 

Avevi un viso molto bello, nel tuo parlarmi senza nessuna rigidità.
Avevi il viso di una statua che vidi da qualche parte.
Sogno tanto, credimi.
Mentre manciate di zanzare aspettano di riempirsi di sangue, mentre i cornetti della notte sono già pronti, respirano sulle teglie, borbottano crema, io sogno.

 

Fai presto, non mi va di aspettare. E via di corsa verso il mare a chiedersi se le conchiglie ci ascoltano e se ci ascoltano che pensieri fanno. 

 

 

Alcuni erano stesi, altri no

 

 

Adesso aspettami perché ti prendo la bocca e provo a guardarci dentro una cosa abissale e non stanca che potrebbe somigliare a un atleta che salta, il gesto di un atleta che salta o è in assoluto riposo. Adesso aspetta perché prendendoti la mano ho visto quanto sei vivace negli organi e forse se ora non stai con lo sguardo personale, ma con lo sguardo di un oggetto, lo sguardo che avrebbe un oggetto, ecco in questo caso saprei svelarti cosa occorre per vivere. Non credo si tratti di una necessità molto distante da quando camminavo sopra i piedi di un adulto e gli chiedevo a sua volta di camminare.

 

Qualcuno ti ha menzionato stasera. Ma d’altra parte, ti si menziona sempre, essendo tu talmente intriso di eterno. E non sei Dio, no, sarebbe troppo facile.
Si può stare al bordo della tenda e da lì chiedersi se il prato è un posto per nuotarci dentro.
Amandoti forte come tutti i vicoli di Venezia.
Amandoti forte come il sudore quando ha il semplice odore di ciò che hai ingerito e nessun altro odore strano.
Amandoti forte come la bestia il suo sicario, il verme il suo cielo e l’uccello il sotterraneo.

 

Non fatemi stare sola, stasera, amici miei.
Non fatemi stare sola ma rotolatiamo e mangiamo e chiediamoci.
E allentiamo questa faccenda dell’amare, allentiamocela a vicenda.

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Ekalix <-----> LaFilleDeLaFollie

 

Ekalix intervista LaFilleDeLaFolie di recente ospitata dal Fringe di Spoleto presso lo spazio Largo Oberdan.

Potremmo stare a spendere parole su Beatrice Passeggio ma è meglio che le chieda se mi dà qualche foto da mettere nel pezzo. Se non troverete le foto, magari vuol dire che non era in vena. Magari inserisce una bio ma non penso proprio. Se non trovate né foto né bio le chiedo io di fare una foto a me magari con dettaglio sulla prima ruga che spunta se è già spuntata.

 


 

Sei ubriaca?
Oddio sai che effettivamente sono ancora un pochino sbronza da ieri sera. Ho quel mal di testa che mi rende praticamente uno zombie da questa mattina. Quindi non mi sembra il caso di ricominciare a bere, e poi si beve per festeggiare,quindi dovrei trovare una ragione per festeggiare, teoricamente.


 

 

Quando un arto si rompe fa più crac di un cuore che si spezza vai a capire per quante delle umane misere ragioni o su per giù il suono è lo stesso? E una fotografia potrebbe riprodurlo?
No, o almeno non sarà la foto a riprodurlo.

Tu puoi pensare di creare qualcosa che possa rappresentare il dolore che hai provato mentre ti si spezzava qualcosa.
Sta poi nella sensibilità dello spettatore immaginarsi il suono, i perché e via dicendo.

 

Perché la figlia della follia e non la zia o la nonna?
Non mi sono mai piaciuti i parenti alla lontana.

 

Ti incuriosiscono gli oggetti, le persone che somigliano a certi oggetti o vai più su cose esistenziali tipo il concetto di limite per coloro che limiti non se ne son mai automessi?
Dici che ci sono persone che assomigliano a un vibratore? Di oggetti ne sono circondata, forse mi circondo più di oggetti che di altro per compensare qualche mancanza, vai a capire. Ma con gli oggetti solitamente se non sai farli funzionare hai le istruzioni per capire come fare, magari non comprenderai appieno l’utilità del suo utilizzo, ma saprai come fare. Gli oggetti hanno anche dei limiti, specificati sempre nelle istruzioni. Ma non ti rompono le palle, e questa secondo me è una cosa molto importante.

 

Ti ecciti quando fotografi? Proprio nell’istante del clic.
No, se sono in studio no. O almeno, mi agito (a meno che non sia stanca per colpa della fase di “pre-scatto” in cui sistemo luci cazzi mazzi e via dicendo) mentre continuo a scattare, entro diciamo in uno stato di agitazione che mi rilassa, non sento il caldo, il freddo, la stanchezza.. ma dipende da cosa sto fotografando. Diverso è invece quando sono in giro, e voglio fare delle foto a gente che magari se sapesse che sto tentando di fotografarla mi tirerebbe un cazzotto in fronte. Allora lì si, sono eccitata,ho anche paura e sono curiosa.

 

 

Un’estate lavorai per pittori americani a Rapolano Terme. Tra questi c’era un cinese che nella pausa pranzo mi raccontò la storia di una modella newyorchese con la quale aveva lavorato. Lui la ritraeva spesso, erano amici o quasi. Lei si faceva solo ritrarre da pittori, nonostante fotografi glielo chiedessero di continuo. Era convinta che i clic le rubassero la bellezza i pennelli no. Che le diresti se te la trovassi davanti?
Come faceva a comunicare con il pittore cinese? Quale lingua usavano? Secondo me, ‘sta tipa pensa che con il pennello la cellulite non si vede. Ma non conosce i prodigi di photoshop.

 

Se due persone che si amano si abbracciano troppo a lungo, va a finire che i sessi si fondono?
No, non penso, al massimo fanno la stessa puzza quando finiscono di abbracciarsi.

 

E se quell’istante lì di fusione fosse una fotografia, che colori avrebbe?
L’istante in cui si abbracciano? Bianco e nero.
L’istante in cui potrebbero fondersi? Colori e toni caldi leggermente sovraesposti con qualche riflesso di luce. un po’ alla pubblicità di Flora by Gucci.
Io però mi divertirei di più a fotografare l’istante in cui, finito l’abbraccio si annusano e sentono che fanno la stessa puzza!

 

 

Mi dici una cosa che hai in mente adesso? 
Ho tante cose da fare ma io sono una procrastinatrice.
Anzi, procrastino prima di procrastinare. Domani devo partire, e non ho fatto la valigia.. ma anzi,non ho neanche lavato i vestiti.

 

L’anima sta negli occhi? Rispondi facendo una veloce carrellata degli scatti che hai nel tuo portfolio finora, come si fa con la vita quando si sta per morire.
Sì.

 

 

C’è un alimento che mangi che ti fa scattare foto più belle ma è un segreto e non lo dici a nessuno e quindi non lo dirai nemmeno qui?
Non posso permettermi di dare consigli sulla dieta a nessuno, sono sovrappeso da quando sono nata! E comunque no, al massimo posso dirti che mi rode il culo, e quello mi fa venire idee.

 

 

Ti sei ubriacata mentre rispondevi?
NO! lo giuro.

 

Dormirai tranquilla stanotte?
Forse non dormirò.

 

Se non avessi più le mani, con cosa fotograferesti?
Non saprei, magari spingerei il tasto di scatto con la punta della lingua…

 

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