Glielo chiedo per tre volte, ma non risponde.
La faccia bronzea e il mento contro il petto, gli occhi tonti e bassi, le labbra grandi e senza tono, specie quella inferiore, come quelle di certi cani, la barba ordinata e bianca. Dò due rintocchi con medio e indice, proprio due svelti svelti, magari non mi sente, ma se lo tocco così sul ginocchio…No.
Nella sua uniforme da francescano cappuccino, non capisco se dorme o si guarda la pancia.
La signora alla mia sinistra invece subito mi dà udienza.
Moriva dalla voglia di attaccare bottone.
Ha gli occhi furetti e pochi capelli al centro del cranio.
Mi risponde gentile: “I vagoni li stanno per imbarcare sul traghetto, ci vuole che qualcuno stia qui, che ci rimanga sempre sennò ci rubano tutte cose.”
Poi mi rifila tutta una serie di consigli detti con tono perentorio: prendere la granita al pistacchio appena arrivi, ma solo di mattina e accompagnarla con una brioche calda; baciare il culo di un elefante, godere dell’opera di un giardiniere che nei pressi di Piazza Bellini ogni giorno realizza composizioni diverse in base alla data.
Immagino questo uomo che ogni santissimo giorno rivoluziona tutto quanto. Dovrei prenderlo a esempio.
Non riesco a seguire tutto quello che la signora dice per ragioni di dialetto suo e interesse mio, ma dopo qualche minuto è passata ai parenti che aspettano la mozzarella. Che certe volte nemmeno la abbracciano quando scende dal treno, le chiedono prima se ha portato le mozzarelle. Tossici.
Il prete, tornato tra noi con la sua improba presenza mentale, mangia un panino incastrato nella carta stagnola, gli cadono addosso un’infinità di molliche. Iniziano a parlare di Padre Pio. Dopo qualche momento, si attiva anche il ragazzo seduto al fianco del frate, è grasso e con le occhiaie e ci fa capire che è di Messina ma lavora a Milano. Non so bene come, si infila a ragionare a voce alta sulla crisi, tocca il tema degli stipendi ai parlamentari, rotea verso un commento sulla Spagna che se la vede brutta, doppio carpiato contro Monti, avvitamento su suo cugino che si deve sposare prima che la vecchia nonna muoia.
“Non ce l’ha un mestiere?” gli chiede la donna.
Mestiere, che bella parola. Mi fa pensare agli omini dei presepi, quelli colti nelle azioni quotidiane e trasformati in statuine. Eran tutti magri, anche il panettiere, nel mio presepe, eran tutti parecchio poveri e nemmeno belli. Da piccola non facevo che dirmi che qualcosa da loro avrei dovuto carpire, imparare. Qualcosa nel loro essere ritratti in quel modo avrebbe dovuto svelare intuizioni. Mestiere è una bella parola. “A mio figlio lui sta ancora a casa con me perché mestiere non ce l’ha non perché è mammone.”
“Manteniamo il sorriso.” il senso denso del mio intervento.
E’ il ragazzo a rispondermi, ora che lo guardo bene capisco che forse è più giovane di me: “Eh ma no eh!” molto infastidito “io mi voglio lamentare sennò che mi rimane?” Con questa mi ritengo colpita e affondata.Quando il ragazzo scende ha un sorriso falso per i due interlocutori, io sono invisibile. Dò lo sguardo al mare. Il prete continua a lottare contro il panino nella carta stagnola.La signora a disagio per il silenzio, verso me: “Mangia la carne di cavallo! E’ così tenera. E preparati alle abbuffate grande, perché non si fanno assaggino qui eh, quando si mangia si mangia e…mmm…la carne di cavallo.” Le è tornato il sorriso ora che parla di animali morti, che strano. Il prete il suo animale morto ce l’ha dentro la stagnola, accompagnato da un tocco di formaggio parecchio giallo. Si fa buio fuori, quasi a Messina.
Mi sento aliena ed è così da mesi.
Forse l’alieno mi è entrato dentro e non me ne sono accorta.
Ha fame di luce, questo alieno scemo, e pensa si possa andare avanti con semplicità, muovendo il corpo, conoscendo le erbe, usando il cibo come energia, parlando alle forze naturali, amando amici e maestri, facendo sacrifici, imparando un mestiere.
L’alieno che mi porto dentro a sua volta si porta dentro una lampadina. Ma la luce da qualche tempo è scomoda.
Da Messina a Catania c’è un silenzio scandito solo dalla voce della signora che legge ogni stazione al prete come in un rosario. Lui annuisce più volte come a benedirla con il movimento del capo.
“Padre, le volevo fare una domanda.”
“Dica.”
“Ai miei tempi quando si passava davanti a un prete si diceva Salutate Gesù Cristo. E si rispondeva Sempre sia lodato. Questa usanza si è persa? Mia madre mi rimproverava quando magari ero per mano con lei e del prete non mi ero accorta e non lo facevo.”
“No che non si è persa. Per noi francescani si usa Pace e bene.”
“Eh certo, perché voi siete fratelli. Però ecco, certe usanze si sono proprio perse.” E mi guarda. E mi accorgo che ho le gambe incrociate a mezzo fiore di loto con gonna lunga ma sempre gonna. E quando sono entrata in scompartimento l’alieno non mi ha ricordato con voce interiore di salutare Gesù.
Poi i giorni sono andati e la vita ha ribadito quanto chieda solo di essere vissuta.
E’ entrato un pipistrello piccolo nel Duomo di Catania mentre lo visitavo.
Stavo pensando alla morte quando è entrato e il pensiero è andato alla vita nel vederlo volteggiare. “Così vicine le due cose.” ha commentato l’alieno dentro.
Ho annuito.
Uscendo dalla chiesa c’era tutto il sole leonino, l’odore del pesce sventrato al mattino, tanti taxi, i motorini con umani senza caschi sopra.









