Archivio per giugno 2012

Fringe, inimmaginabili margini

 

 

Da oggi al 16 settembre, Spoleto si carica di arte, arti semoventi, muscoli rampanti, fiaccole roboanti, teatri pulsanti, energie fragorose.
Si raccomanda il trasferimento in zone limitrofe al Ducato longobardo,
in quanto, più o meno in ogni fase della Luna da qui a metà settembre,
avrete modo di godere a livello olfattivo, visivo, tattile e altri sensi chiamati in causa.

Il programma del Fringe, da leggere con calma e calendario alla mano.

 

 

Partiamo dall’etimologia, che fa sempre bene.

Fringe, leteralmente, vuo dire ai margini, al confine.
Nella testa di molti richiama un serial scienti-drammatico scritto da J.J. Abrams (lo stesso di Alias e Los).
In questo frangente, dobbiamo tornare indietro di un po’ di anni, arrivare al 1947, quando per risollevare gli umori e i pori dalla Seconda Guerra Mondiale, diverse compagnie furono chiamate a esibirsi in occasione dell’Edinburgh International Festival.
Otto gruppi teatrali furono rifiutati.
Non mollarono.
E si impadronirono delle strade. Negli anni successivi altre compagnie li emularono.

Nel 1959, nacque la Festival Fringe Society.

 

Ora il Fringe Festival di Edimburgo muove i suoi passi proprio qui.

La creatura edimburghese, “coccolata” da Keith Mainland (direttrice scozzese dell’evento), lascia che il fratellino spoletino muova i suoi primi passi.
Animati dallo stesso spirito, vedremo artisti aerodeambulare per il Duomo la cui bellezza lascia senza fiato, andare a rivitalizzare i teatri, le piazze, le fontane.
“Babbo e mamma” dell’edizione spoletina, Andrea Paciotto e Adriana Garbagnati.

 

Ogni nascita è un ingresso molto personale in un futuro ignoto.

Ma, ecco, il “pupo” parte bene, con un calendario da urlo e tutte le premesse per arti  – nel senso delle arti performative che sono anche articolazioni per la motricità futura del neonato – che pare si vogliano muovere agili.

Intanto, vi diamo dritte sui primi respiri della nuova creatura.
A seguire il programma completo, con dettagli su battiti cardiaci, forme del viso e prime parole di questo Fringe spoletino. 

 

SITE-SPECIFIC Sabato 30 giugno Domenica 1 luglio

IN CANTIERE Residenza Artistica

A TaskForce Project (USA)

Stabile/Mobile

Danza Site Specific

un progetto di Stephan Koplowitz e John King

Il pluri-premiato regista, coreografo e rinomato artista site-specific Stephan Koplowitz, insieme al noto compositoreJohn King, condurranno in residenza a Spoleto un laboratorio mirato a realizzare una serie di performances di danza “in città”, pensate appositamente in occasione del 50° anniversario della famosa mostra “Sculture in città”, curata da Giovanni Carandente nel 1962.

Koplowitz e King dirigeranno e collaboreranno con un ensemble di ballerini, attori e musicisti provenienti sia dall’Europa, dall’Italia e dagli Stati Uniti. Il gruppo lavorerà in location durante un periodo di dieci giorni, utilizzando i vari spazi pubblici della città come luoghi di lavoro e palcoscenici. Traendo

ispirazione dalle forme architettoniche e scultoree per svilupparle nella dinamiche della danza e della musica, verranno realizzati delle performances dove ancora sono presenti alcune delle più importanti sculture del ‘62, ma anche dove verranno per l’occasione installate nuove opere di artisti contemporanei.

TEATRINO DELLE SEI Sabato 30 giugno, ore 18:30 Domenica 1 luglio, ore 20:30

IN CANTIERE Residenza Artistica

 

Neil LaBute (USA) e Marco Calvani (ITA) AdA – Author directing Author

Teatro

ROBA DI QUESTO MONDO

di Marco Calvani con Andréa Ferréol, Alberto Alemanno e Bing Taylor regia Neil LaBute aiuto regia Micheal Schermi assistente alla regia Sandra Paternostro

Oggi. Interno di una casa. Una matura e logorroica signora e il suo succube e non più giovanissimo maggiordomo si preparano allo strano rito della cena per le misteriose ospiti del mercoledì. Tra ordini, rimpianti, piccole crudeltà e tenerezze mancate, il rapporto tra i due sulla scena all′improvviso si logora rivelando, per qualche terribile

istante, i contorni di una tragica recita che copre due esistenze fallimentari.

 

INCANTEVOLE / LOVELY HEAD

di Neil LaBute traduzione Luca Calvani con Urbano Barberini e Elisa Alessandro regia Marco Calvani aiuto regia Lydia Biondi assistente alla regia Giovanni Morassutti

Una Lolita appena sbocciata. Un uomo la cui identità rimane fino all ́ultimo un mistero. Una manciata di minuti da passare insieme. Tre elementi che si fondono dando vita ad una pièce che sfida, senza timori, quello che definiremmo cliché, per approdare in

un ́isola dove il linguaggio è dietro le parole, dove ciò che è non è ciò che sembra. Dove il sesso sta all ́amore come i soldi alla vita.Una produzione Mixò – Titania Produzioni Produzione esecutiva Nestor Saied Realizzato cin la collaborazione di La MaMa Umbria, Independent English Theatre, MTM

(Le due pièce andranno in scena nella stessa serata.) Complici una simpatia ed una stima reciproche, Neil LaBute e Marco Calvani hanno deciso di dare vita a AdA, progetto che vuole celebrare i diversi approcci alla scrittura e alla regia teatrale, ma anche esaltare le differenti cifre stilistiche e le caratteristiche specifiche della drammaturgia contemporanea italiana ed americana, con la diffusione internazionale delle opere. A tal fine, i due autori hanno dapprima concordato un tema comune e poi scritto due brevi atti unici ad esso ispirati. Il tema è sintetizzato in una parola: FAMIGLIA.

OSTERIA DEL ROSSOBASTARDO Sabato 30 giugno, ore 22:30

 

Dancity Festival

Dancity Festival Preview Musica / DJ/VJ OSTERIA DEL ROSSOBASTARDO Domenica 1 luglio, ore 22:30

 

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Giro di vite, giostra di bene malefico

 

Giro di vite - Festival di Spoleto

Giro di vite - Festival di Spoleto

 

Il Festival di Spoleto è partito ieri con Il giro di vite (The turn of the screw) di Benjamin Britten opera in un prologo e due atti, libretto di Myfanwy Piper tratto dal racconto di Henry James. La prima rappresentazione di questo spettacolo? Al Teatro La Fenice di Venezia il 14 settembre 1954.

Il racconto di Henry James finì tra le mani di Britten quando lui era poco più che un adolescente.
Poi, lungo la vita, già divenuto mostro del melodramma, conobbe la Piper, moglie del pittore John Piper, agli incontri del Group Theatre al Fawley Bottom, avvenne la scintilla che avviene tra gli artisti, quella che genera dal nulla. Lei gli propose di lavorare insieme sul libretto da lei riscritto basato sul racconto, iniziò una collaborazione che confluì nell’opera in questione.

 

Giorgio Ferrara, direttore del festival, alla regia; il direttore d’orchestra era Johannes Debus.

La scenografia di Gianni Quaranta sintetica ed eloquente, per entrambi gli atti lasciava spazio al genio di Britten, alla parola detta tra le note, l’espediente poetico messo in musica, l’azione del corpo che segue la trama generale.

Al mio fianco sul palchetto un amico russo, un matematico che divora la musica classica e si lascia divorare, la conosce oltremodo. Abbiamo trovato l’orchestra un po’ disconnessa, distratta, poco vitale e, se anche lui che sa leggere le note e ha quell’amore che i matematici hanno per la matematica musicale, ha avuto questa sensazione, forse non è stato un caso.

Adeline Henry, il soprano, davvero all’altezza, lei sì, ci ha convinto. 

Nel libretto della Piper, i fantasmi sono attivi, non sono solo presenze, parlano, creano una rete di tenebra intorno ai due bimbi che vengono affidati all’istruttrice giunta da lontano, convocata da uno zio tutore che, al momento dell’assunzione per via epistolare, le pone l’unica condizione: fare il suo lavoro senza proiettare su di lui preoccupazioni o disturbi di qualsiasi natura. Educa i pupi e vedi di non rompere. 

 

Applausi più vigorosi sono andati ai due bimbi, interpretati da Rosie Lomas e Thomas Copeland.Ma non si capisce mai se sia per la bravura o per il patetico “Che cuccioli, incoraggiamoli.”

Indipendente dalla rappresentazione di ieri sera, credo di star maturando un fastidio che riguarda la presenza di figurette innocenti sulla scena, peggio ancora se due, peggio ancora se voci bianche. A prescindere, situazione bambini con energie strane e corrompibili o già deviate mi stanca un po’, lo stesso con Haneke, per quanto Il nastro bianco sia un assoluto capolavoro.

Questa regia comunque lascia abbastanza spazio, non riempie a forza.

Per spazio intendo quella possibilità di sentire il tessuto narrativo così come è stato creato. Si sente la forza dialogante tra Piper e Britten, si immagina come insieme abbiano lavorato a un linguaggio che tenesse insieme le implicazioni sessuali, le infiltrazioni manichee. Bianco e nero come scelte del costumista Maurizio Galante. Nero per i fantasmi, ovvio. Nero per quel che trae e attrae verso il presunto Male, su cui possiamo interrogarci da qui alla fine dell’esistenza o dell’estate. E col pensiero magari sconfinare dove questi due colori si fondono e la valenza benefica esiste solo in quanto quella malefica ci tocca o ci sporca, che dir si voglia.

 

Uscendo dal teatro, mentre mettevamo un passo dopo l’altro, io e il mio amico, si parlava di Dio in chiave matematica e di valori in chiave numerica.
La luna crescente sorrideva a tutte le signore ben vestite per la prima del Festival; la sua luce netta era tutta da apprezzare, grazie al buio intorno.

 

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Il sistema nervoso e le opportunità di movimento

 

 

Piedi come non mai

Piedi come non mai

 

Lungo la via, per trovare rifugio dal sole ho pensato fosse buona cosa cercarlo dentro e compararlo a quello che la gente ti dà o ti nega.
Per la prima volta nella mia vita davvero non vedo l’ora di tornare a casa.

 

Nella testa c’è una grande confusione che aperitivi o librerie carine dove prendere un tè o qualche altra cazzata non saziano più. Nemmeno coloro che ti dicono che il corpo conviene studiarlo presso di loro, ovviamente. Ho confusione per il sapere che si acquisisce lungo il proprio percorso e il fatto che il sapere che ho per il mio corpo non può essere quello che tu hai per il tuo, per dire.

 

Ma almeno un’intuizione dall’esperienza con Jader Tolja l’ho avuta. L’energetico e il meccanico non si lottano contro. Si può arrivare a una stessa cosa per vie diverse. A questo corso di anatomia esperienziale si è passato per momenti diversi, tutti volti a svegliare il connettivale. Onestamente pensavo ci si muovesse di più, invece si trattava di un tipo di lavoro diverso, un movimento più sotterraneo, differente. Non peggio e non meglio, differente. Per i cambiamenti profondi, d’altra parte, si deve agire da dentro e sotto.

 

Dunque un muscolo è molto legato a un meridiano e uno stiramento può davvero andare a toccare in un certo modo un organo interno la cui linea energetica passa per quel gruppo muscolare interessato. L’ho visto su me. Sto ancora capendo se si tratta di Fegato o Milza, ma credo Fegato, i segni son quelli e visto che in MTC il fegato regola anche la stagnazione del sangue, direi di sì, considerando il ciclo breve. In occasione di questo corso a Madrid mi sono confrontata su questo punto con una studentessa di una scuola di Barcelona che unisce shiatsu e movimento. E’ interessante, pensavo in metro, vedere quanto mi sia salita la voglia di vino rosso da dopo lo stiramento, è strano. Se davvero ne ha risentito un po’ il fegato, perché andare a cercare qualcosa che lo impegna parecchio e carica ulteriormente? Masochismo inconscio? Ad ogni modo, per un po’ starò senza.

 

Meccanico ed energetico dunque insieme, vie diverse per la stessa cosa. Ciò nonostante, quando parlavo con un maestro di taiji a San Francisco, che conosceva Benjamin Lo, ecco mi spiegava come in alcune cliniche in Cina si evita di fare qi gong in alcuni casi, ad esempio quelli di cancro di un certo tipo, perché il corpo non deve “dare da mangiare” al “male”, ovvero sia il corpo deve stare debilitato, non carico di energia che alimenterebbe cellule impazzite, per dire.

 

Ma anche in questa ottica che facciamo, torniamo pensare alla malattia come “male”? Non eravamo arrivati a un malessere che è pur sempre manifestazione e domanda?

 

Da quando sono a Madrid non è che stia benissimo, specie di intestino, sigmoid intestine. Un po’ un viaggio fatto sopra le forze (ascoltati di più), un po’ il post patate+uova+pezzettini di prosciutto crudo e vinello offertomi con tanta cura. Non potevo rifiutare, all’ennesimo, l’ho cucinato solo per te. Ma il giorno dopo stavo a tocchetti. Dormo in un soppalchetto un po’ pieno di polvere. Il caldo poi è forte, si fa sentire. Il battito era un po’ strano, da quando sono arrivata, è suonato forte nella gabbia toracica certe volte. Ho ristabilito con moltissima acqua e frutta acquosa e verdure, insieme allo zenzero e qi gong al mattino.

 

Il  workshop era diviso per estremità; questo perché le mani e i piedi sono in fondo con il medesimo numero di ossa e articolazioni e per il sistema nervoso l’estensione degli uni o degli altri è comunque un’espansione o una contrazione, non distingue tra arti, è comunque per “lui”, come detto molto bene da Tolja, un’opportunità.

Opportunità di movimento.

Ed è bellissima questa immagine, come se il sistema nervoso se le andasse a cercare queste opportunità, immaginiamocelo come un demonietto curioso che si sdraia su tutta la colonna vertebrale.
Il mattino in cui poi si è lavorato sulle mani, il battito era davvero forte dentro la gabbia toracica e la donna del gruppo che si esercitava sulla mia mano mi ha mandato in uno stato forte di reset, come quando ricevetti un trattamento di cranio sacrale in New Mexico. Una roba fortissima. Non le ho chiesto cosa facesse di mestiere, abbiamo parlato di altro, energicamente era esattamente come la brava operatrice shiatsu che è a Spoleto, la cara Ivana Trabalza. Ma poteva anche fare tutt’altro di mestiere. Anche la mamma e basta, averla fatta per tutta la vita.

 

E’ interessante anche questo che noto nei terapeuti, la scelta del terapeuta ha spesso a che fare con vincoli parentali in cui ci troviamo senza saperlo. Un tempo avrei detto in cui “cadiamo” ma adesso non la reputo più una caduta.
In generale mi ha fatto bene ma ho anche pagato 240 euro per questo workshop e mentre questa donna mi dava quel che mi dava che non so dire cosa fosse, ecco mi chiedevo quando è iniziato che nella nostra civiltà lo scambio si paghi. Questa del denaro è ancora una cosa cui mi sto approcciando.
Ora sto meglio. Domattina riparto per l’Italia e per la prima volta forse dopo tanto tempo non vedo l’ora. Un po’ per lavorare allo spettacolo del 26 agosto per il Fringe, per lavorare al computer le ore al giorno che devo e non di più, allenarmi con tranquillità, prepararmi al taiji in Sicilia, un po’ per riflettere e coagulare l’azione che sento stravolgerà diverse cose il prossimo anno.

 

La kinesiologia a Milano o la Thailandia o lo shiatsu e movimento a Barcelona, vorrei restassero ipotesi da coccolare intanto e non pietre su cui impuntarsi lungo il cammino. In fin dei conto sono scelte (ovvio che l’idea thailandese me gusterai mucho, ma devo vedere per eventuali borse di studio o simili).

 

Se scrivo così apertamente è perché penso questo sia l’unico modo per trasmettere trasformazioni e trovare chi cambia pelle come me o chi si guarda la propria o chi è già stato su questi passi.

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Viva i boia

 

 

La transizione alimentare si sta compiendo.
Anche il viaggiare è meno problematico quanto a pasti, essendo grande disponibilità di frutta e verdura e cereali più o meno ovunque.

Dopo la riflessologia, sto cercando tra kinesiologia ed osteopatia, di capire come integrare con il mio percorso nel movimento (che è sempre unito alla ricerca sulla dieta, alla passione per la scrittura), se all’estero o in Italia.

Dopo un periodo in New Mexico, dove ho incontrato una movimentoterapeuta che fa fluire la creatività negli arti e un chiropratico erborista per cui piedi e radici sono la stessa cosa, ecco, dopo questi incontri, il mio scopo al ritorno in Italia si è andato sempre più chiaramente delineando: cercare un punto di incontro tra discipline orientali (al taiji ho sempre unito qi gong e yoga e sono passata allo stile Chen, dopo “militanza” nello Yang) e fitness vero e proprio, così come lo conosciamo noi occidentali.

In sintesi:
Meditazione non diversa da corsa che non sfianca anche e ginocchia ma diventa funzionale alla pace negli occhi e tra gli organi.
Respirazione non solo nella pratica logica, ma la stessa respirazione che fa allungare il muscolo nello stretching.
Recitazione dell’Ohm come suono di esplosione energetica durante il gesto atletico.
Piegamenti del fisico non diversi da flessibilità ed elasticità mentale.

Al mio ritorno però dall’America, paese di obesi, trovo invece…frasette come 
“Se voglio il ferro mi faccio un bell’hamburger”
“No, guarda, io a pranzo ho bisogno di carboidrati, pasta, pasta, meglio se con il ragù.”

pronunciate proprio da esperti di fitness, operatori del settore, laureati in scienze motorie, osteopati. Quando vado loro a spiegare che le fragole hanno i carboidrati, mi ridono in faccia. Lo stesso accade quando gli dico che in New Mexico di carne (avrà avuto ormini di sicuro) ne ho mangiata un po’ e il ciclo mi si è arrestato per diverso periodo e appena tornata in Umbria ho privilegiato verdure, olio e frutta e si è ristabilito tutto. L’amenorrea è stata pure dovuta a clima, emozioni, ma l’intossicazione da proteine animali del fegato che in MTC regola la stagnazione del sangue non la escludo.

Il primo avvicinamento a un tipo di dieta diversa e funzionale all’allenamento e alla vita (ché il movimento è nella vita ed è vita) la trovai eliminando:

1-  Zuccheri
2 – Farine bianche
3 – Caffé

Gli zuccheri in particolare per me sono devastanti. Nel percorso di 26 anni un po’ mi sto conoscendo e so quanto questi i primi due fattori mi demoliscano e ho abbandonato naturalmente il terzo, capendo tutti e tre, uniti, quanto possano ledere la mia energia vitale, vedendolo nella singola prestazione. Il miglioramento lo vedo nella sparizione del gonfiore addominale, lo vedo negli occhi più puliti, nelle intenzioni più manifeste, i salti leggeri, le prese ricettive, la corsa funzionale, l’attenzione limpida. Il latte l’ho sempre detestato. Il formaggio a volte lo mangio ma non mi sorprendo se ho muco il giorno dopo (“Esagerata!!! Direttamente il giorno dopo! mi son sentita dire. Eppure è così realmente).

Voglia di mangiare carne non ne ho mai avuta troppa, a volte, una al mese, ci stava bene (sono leggermente anemica di mio, la frase: “Devi mangiarla per il ferro! me la ricordo a memoria!). Ma poi avevo regolarmente stipsi. Allora, mi son detta, se ho stipsi dopo la carne (oltre all’alito cattivo), qualche domandina dovrò farmela. E ho trovato il suo sito, verso i primi di novembre.

Quella che seguo ora è una dieta del sentire.
Che si raffina sempre, raddrizzata qui e là da incontri e ulteriori scambi.

Ma torno agli esperti del fitness. Il punto è nell’abitudine.
Ci si vuole sedere, si vuole “magnà” (lo scrivo così non a caso, brutale, senza qualità), il caffè è d’obbligo a fine pasto.
Non ho mai creduto in un “noi” e un “loro”, in generale.
In generale mi ha sempre fatto paura chi divide e discrimina.
Una paura sana cui ho sempre reagito con silenzio e distanza.

Ma quel che trovo tra questi operatori del benessere è chiusura completa e disagio loro, se tu non mangi come loro.
Il colmo no? Se siamo a un tavolo e ti rimpinzi di pasta con il ragù e stai bene col tuo cibo, perché diamine sei tu a disagio al posto mio che mi godo il mio sgranocchiante paradiso di finocchio?
Poi scattano le domande: “Come mangi? Ma perché?” domande fatte per corroborare le loro posizioni, lo vedi che le risposte non vengono accolte con ascolto e possibilità al cambiamento. E senti di perder tempo.

Ma chi lavora con il movimento non lavora solo con ossa e tendini e muscoli.
Se mangi merda, barrette, robe industriali, proteine animali, come potrai dare libertà di movimento a chi lo vuole?

Grazie a Valdo Vaccaro sto capendo molte cose tra le quali anche come mangiare i cereali e come agire a livello alimentare quando c’è una sudorazione e un dispendio calorico forte. Ancora siamo nel percorso, ma già è ovvio quanto sia un mito anche l’integrazione degli sportivi, quell’in più a ogni costo che poi diventa barrette schifose o sali minerali con integrazione di merde varie che la natura non fornirebbe mai.

 

Gli esperimenti con il corpo potrei anche non definrili tali, diciamo, tentativi indecisi di regressione all’inconsapevolezza. Come testare per bene davvero cosa mi fa il caffé reintroducendone uno. Assaggiare le huevos come le cucinano nel posto dove vado in visita.
Moderazioni e aggiustamenti del consumo di vino (la birra non mi è mai piaciuta). Non perché questi alimenti mi chiamino, ma per raffinare e sentire e mettere in discussione, sempre. Per non restare statica su un punto. Prima continuavo a farne anche con il pane, adesso proprio no.
Pallore, giramenti di testa, fitte al tratto finale dell’intestino sono una conseguenza che ho provato proprio dopo un pasto che per molti sarebbe abitudine e poi caffè al mattino. Ma ci sta, questo è il mio amico boia. Cosa intendo dire con amico boia? Paracelso aveva per amico un boia più che colleghi dottori o filosofi. Perché gli spiegava, lo introduceva per davvero a processi putrefattivi nei cadaveri. Voglio studiare queste cose legandole al movimento, devo ancora capire verso chi indirizzarmi e dove.
Nel frattempo ho duplicato un lavoro che un po’ mi stressa per avere il denaro per un workshop con Jader Tolja.
Anatomia esperienziale.
Si lavorerà sulle estremità (mani, piedi) attraverso il movimento.

 

Il corpo umano è geniale. Ma non penso che posso dare 10000 euro a una scuola qualsiasi che fa corsi nei week end in una triste metropoli, però nemmeno continuare a studiare il sistema nervoso e i meridiani di notte.Il passo avanti in questo senso è un’intuizione raggiunat e che sto facendo mia: 

La formazione è continua. Specie se hai sete, e ne ho, al limite dell’ossessione.

E viva i boia, nel senso di tutti coloro che non sono schiavizzati da un meccanismo di vendita farmaci ma sono da anni in un cammino di intensa ricerca per il benessere reale dell’uomo.
Penso a Valdo Vaccaro,
al mio amico Mark Jensen, chiropratico ed erborista,
a Naomi Milne e al suo lavoro col movimento negli ospedali,
a Daniel Villasenor a suo modo portando forme poetiche di qi gon e unione tra pratica yogica e taoista,
a mio zio Ubaldo che sa usare un dolore e tirarne fuori un progetto che sparge vitalità,
a Enrico Vivoli che sa spiegare l’onore, il silenzio e un calcio rotante con la stessa umiltà e lo stesso amore con cui ora sorride a suo figlio appena nato,
ad Alessandra Romeo, amica erborista che vede la persona prima di nominare la pianta.

E a tutte le persone che non conosco che sono in questo percorso qui.

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