Archivio per novembre 2011

Inchiavate a dovere

 

Extreme women _ A. Angelone

Extreme women _ A. Angelone

 

In genere le mostre di genere sono generali e stanche.
Passando verso Modena, però, si potrebbe esperire una mostra fuori da questa categoria e molto vicina all’esplorazione della prigionia.
Reliquia, feticcio e storia. Appunti, spunti e cuciture. Scatola, famiglia, chiesa. Amen e così sia. O meglio, così è stato finora.
Forse Pia de’ Tolomei sorriderebbe, passando di qui. E, con viso mansueto e ferito, passerebbe di stanza in stanza.
Chiavi, aperture, anche, braccia, occhi.

 

EXTREME WOMEN CONDITION
Labirinto di dolore alla ricerca della luce
Installazione /
Mostra/exibition
di ADELE ANGELONE
voce e movimento Irene Guadagnini

Inaugurazione 24 novembre 2011, ore 18.45
Sala dei Passi Perduti-Palazzo Municipale -Piazza Grande-Modena
ingresso libero

L’opera  analizza la “prigionia” psicologica e sempre più concreta fino ad arrivare alla violenza e alla morte. Attuale e dolorosamente presente
in ogni parte del mondo (nel 2010 solo in Italia le donne uccise sono state 127).

 

EXTREME WOMEN _ A. Angelone

EXTREME WOMEN _ A. Angelone

 

 

Una sorta di percorso, di -stanza in stanza – di scatola in scatola – di prigione in prigione. In questo lavoro il corpo viene indagato in termini di simboli del costume e
oggetti che raffigurano strumenti di lavoro che ci provengono dalle radici più remote, dall’ eredità familiare e religiosa.

 

EXTREME WOMEN _ A. Angelone

EXTREME WOMEN _ A. Angelone


Si svelano parti del corpo delle donne, al centro di stanze – scatole – prigioni, buie e violente. Le cronache quotidiane, le violenze impietosamente
mostrate nei giornali, e sui mass media, tutto documenta il corpo straziato, ferito e non rispettato delle donne, in un labirinto di prigionia alla ricerca della luce.

 

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Leggeri e potenti. Sopra e sotto

 

 

Dopo una pratica intensa con la discendenza diretta della dinastia Chen, il qi è potenziato e così le gambe.
Le spirali interiori si sentono bene e così i 3 movimenti principali del dantien.
Sudore da ferma per riscaldamento del corpo, andamento dell’energia interna e realizzazione della forma che davvero libera la parte superiore del corpo.

Attualmente il pensiero ricorrente parte da quel che NON ho sentito dopo la pratica.
No libertà, no creatività, no allungamento muscolare.
La parte superiore è vuota e la parte sotto è potente.
Ma non vogliamo solo potenza per le nostre gambe.
Vogliamo agilità, ritmo.

Sarebbe tutto qui l’essenziale per certi versi.
Ma si deve continuare a cercare, se qualcosa manca.
I nostri corpi “occidentali” sono diversi dai corpi “cinesi”.
Non è un discorso razzista, è molto delicato, è una faccenda molto delicata.
Non veniamo da quel contesto culturale, i nostri eserciti si muovevano diversamente, l’individualità o personalità ha una rilevanza diversa.

 

Sto generalizzando molto, ma quel che voglio dire è che la nostra mente ha una forma diversa e così il corpo, andando insieme.
La mia ricerca sarà sempre aperta, ma qui siamo a un punto interessante.
Il corpo “occidentale” deve riprendersi il corpo prima di tutto, attraverso un lago di pace interiore di immobilità ma anche mediante una consapevolezza fisica che si riceve anche solo provando lo stesso gesto per tante volte o gesti diversi. In seconda istanza, abbiamo un rapporto diverso con l’etichetta, non avendo conosciuto Confucio.

 

Il corpo quindi ha bisogno di una qualche disciplina marziale, ma è facile prendere quest’ultima come una gabbietta o, reazione opposta, sbraitare alla prima mezz’ora di standing position per silk reeling. Allora, mi sono detta all’inizio, se non si sostiene non si è semplicemente fatti per questa disciplina. Poi ho passato 5 mesi a studiare altri orizzonti del movimento consapevole. Ed ho sondato una libertà indomita.
Poi ho provato l’intensità della pratica marziale abbandonando per un attimo questo lavoro non-lavoro fluente che stava influendo così bene sull’apertura delle anche (proprio perché il punto non era più aprirle).

E il risultato non fluisce bene, ora che ho ripreso va meglio, ma all’inizio l’assenza è stata schiacciante.

 

Allora che succede se si uniscono i due versanti?
Se non c’è davvero solo sempre mai una sola strada?
Per quanto sia sempre stata inquieta in qualsiasi scuola io abbia mai frequentato, per quanto abbia scalciato di continuo, divergere o mischiare mi è sempre sembrato un tradimento rispetto alla forma originaria. Ma poi vedo i risultati. I corpi parlanti degli altri studenti avanzati, le esagerazioni, il lucro, le crisi poco sane. Tante di quelle pippe mentali sul qi che ci si discosta in maniera pazzesca dalla medicina tradizionale cinese.

 

Allora, io dico.
Stiamo nella forma, tracciamo i meridiani che si attivano con quella o questa posizione, passiamoci proprio sopra il dito.
Ma integriamo con un tipo di movimento che dia spazio a quella sensazione di lunghezza e luce tra ciascuna fascia muscolare, quella sensazione che pare si possa avere al meglio con un movimento non codificato. Un andamento del corpo, in pratica, che non limita l’imprevisto e non procura infortuni.

Sto facendo delle prove insieme alla mia insegnante Naomi Milne, da sola, ne ho parlato con il discepolo della scuola Chen ma non c’è verso,
non si deve divergere dalla forma tradizionale di allenamento che è uguale ogni giorno.
Perché, mi dice, questo è l’unico modo per diventare maestri.
Ma se il punto del maestro è trasmettereè anche di sciuro ricevere domande e mettere in dubbio.
Non so se il maestro è anche quello che fa star bene gli allievi, che li fa stare bene da dentro profondamente attraverso quel che veicola.
Dalla mia prospettiva, sì. Un sì deciso.
E se invece la risposta è no, non me ne frega una mazza di diventare maestra.

 

APPUNTI

Se il primo versante tradizionale marziale lo chiamiamo Tai Chi Chuan 太極拳
e il secondo, la mistura di movimento consapevole e qi gong, la chiamiamo qinetica
(non so, non faccio che pensare a questo miscuglio tra la parola greca e il qi),
allora potremmo provare ad assemblare:

TCC – Riscaldamento degli organi interni e non alternato a qi gong
TCC -Studio della postura nel tai chi
QINETICA – Lavoro a terra
QINETICA – Lavoro alla barra
TCC – Studio della forma nel tai chi
TCC – Applicazioni marziali

Questo mi sembra un po’ accettabile, un po’ completo.
Si fraziona bene se si hanno a disposizione due giorni alla settimana e uno extra di tanto in tanto per chi vuole.
Ma ancora non so.

 

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Il modo migliore per andarsene

 

Immagine | Adriaan Garritsen

Immagine | Adriaan Garritsen

 

La tisana alla liquirizia scivolava lungo l’esofago. Per restarci.
Alle 22.04 era arrivata quella telefonata.

“Non smette di fissare il pavimento.”
“E che dobbiamo fare?”
“Non ho il libretto delle istruzioni per cose del genere.”
“Io nemmeno.”


Avevano preso a portarlo lungo la spiaggia, ma nemmeno con le conchiglie interagiva più.
Lo avevano fatto camminare sui petali di fiori sparsi lungo le strade di una cittadina umbra medievale, durante l’esplosione della stagione primaverile.
Ma lui ormai era capace di bisbigliare solo parole di autunno e spargere una desolazione sana, ma pur sempre una desolazione.
Lui ormai era capace di guardare solo i movimenti degli aniamli e compararli a quelli imprecisi degli esseri umani.

 

Un giorno, vestito elegante, era scappato da figli adulti e badanti grassocce.
Era salito sul treno di legno.
Aspettando lei, si era sistemato i polsini più di una volta.
Al cameriere, con tono deciso, aveva detto: “La rosa gliela porga solo al mio cenno.”


Ma quando lei era apparsa, una rete sottile nera sul viso e il rossetto acceso,
niente più aveva trovato concretezza, il cenno, la rosa, la dimensione fuori.


Lui aveva potuto solo inghiottire e, porgendole il braccio:
“Dovremmo ballare.”
“Sì, il modo migliore per andarsene.”


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Dora Angela Duncan (1877-1927)

 

San Francisco - Isadora Duncan Lane

San Francisco - Isadora Duncan Lane

 

It has taken me years of struggle, hard work and research to learn to make one simple gesture, and I know enough about the art of writing to realize that it would take as many years of concentrated effort to write one simple, beautiful sentence.