Archivio per ottobre 2011

Spezzarsi la schiena

 

 

 

 

Quando ho guardato negli occhi di un amico mi ha chiesto di pregare per mio padre.
Allora, fissando un punto fuori dalla finestra e respirando profondamente, ho pensato che prima di cenare un vino rosso ci sarebbe stato molto bene.

 

Volano via misteri quando il sole scende in questa terra e si vanno a incamminare verso l’alba. Sono misteri e creature strane che parlano coi coyotes.

 

Quando il dolore è grande fa come il sole dietro alle montagne, crea lacrime che dal retro degli occhi arrivano lucide ai bordi delle palpebre.

Vorrei che la bellezza fosse una sorta di gesto, che puoi farlo quando ti pare e tornarci quando vuoi.

Vorrei che prima di capire se la guerra è giusta tu ricordassi cosa ti hanno fatto le liti delle persone intorno mentre crescevi, e poi tornare a dire qualcosa sulla guerra in generale, eventualmente.

Hai fatto un grandissimo casino alzandoti stanotte, fantasma.
Hai fatto un grandissimo rumore. Hai svegliato i corvi.
Hai guardato nei miei calzini per vedere se c’eran dentro vedove nere.
Hai parlato alle piante che lavorano sugli alveoli polmonari.
Poi sei tornato a stenderti vicino a me, a parlare lingue che non conosco.
Ho provato a dirti che ero stanca, che sto lavorando duro per poter fare tra un po’ quel che voglio fare della mia vita, che mi spacco la schiena, che il mio tempo arriverà, ma non c’è stato verso.
Hai detto: “Sei ancora inquieta, non è il momento.”
Ed è vero, ma lo sarò sempre un poco.
Hai detto di usare questa inquietudine e trasformarla.
“In cosa?”
“Questo io non lo so, dimentichi che non vivo tra voi umani.”

(Santa Fe, 22 ottobre 2011)

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Cœurs de nature (Parigi, fino al 15 gennaio)

 

 

Coers de nature_Parigi

Coers de nature_Parigi

 

Cosa: Cœurs de nature – Sito ufficiale: http://www.coeursdenatureenfrance.com/

Dove: Parigi

Quando: fino al 15 gennaio 2012

Perché: per veder pulsare il cuore della natura tra i colori del Jardin du Luxembourg (Rue de Médicis – 75006 Paris)

Costo: accesso libero, vi basterà muovere i piedi

 

La terra ci sta a cuore.
A volte, il suo cuore, la terra lo mostra.
E i fotografi ne afferrano i battiti.

80 fotografie 2 stagioni

Fauna, mostri, cieli, vertigini, scintille.
Gaia, la madre terra, se ne sta con i ventricoli aperti e l’aorta all’aria, nel mezzo della bella Parigi.
Tra i fotografi, Ekalix consiglia di buttare un occhio degno e felino sulle opere di Martina Cristofani [Associated Press (2002-2003)- Ansa-Epa(2004-2008) – Prospekt (2009-2010) – Sipa Press (2010)]


Martina Cristofani

Martina Cristofani

 

I suoi scatti ci restituiscono la luce di un paradiso naturale: la Camargue, a sud di Arles, nella regione della Provenza, incastonata nel delta del Rodano. Cavalli bianchi e fenicotteri rosa, ma non solo.

Come spiega la fotografa: “La luce che inonda la Camargue è qualcosa di incredibile, davvero speciale. Una luce travolgente, forte, poliedrica e sempre densa di colori saturi, pieni. Ho potuto toccare con mano la forza della natura, in questo luogo dove regnano i suoni degli animali e, al contempo, domina il silenzio.”

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Chi punisce le streghe

 

 

Matteson's (1853) painting, "Examination of a witch." Collection of the Peabody Essex Museum, Salem, MA

Matteson's (1853) painting, "Examination of a witch." Collection of the Peabody Essex Museum, Salem, MA

 

 

Le creature sensibili. Una parola può far male, un pensiero schiocca la mandibola.
Quando sognano passi stanno dormendo e quando sognano nuvole stanno mangiando.
Le creature sensibili non si sa come sopravvivano al giorno d’oggi.
Nella trasformazione degli eventi e delle emozioni vedono la salvezza.
Quando guardano negli occhi, guardano dentro.
Sensibilità, ovvero abilità dei sensi.
La lunga rotta verso il futuro per loro è una mappa tridimensionale, i monti sono gomiti che spingono verso il cielo e le colline seni o spalle.
Le clavicole sono ostacoli da baciare e le mani, oh le mani.

Durante il pasto da sola ho immaginato di averti davanti, mi chiedevi quanto ancora da mangiare ci potesse essere per gli abitanti di questo pianeta e insieme abbiamo guardato l’orologio per riderne. Vorrei baciarti ora, su un letto boehmièn francese, come il letto di una casa alla fine del mondo.

C’era l’immagine di te con un bicchiere in mano, una sagoma bruciata nel pavimento di te con un rosso in mano.
Sorridendo con le labbra hai detto parole che appartengono a noi solamente.

Vorrei essere più brava, vorrei essere stata più brava davvero, brava nel senso di un processo sensibile in atto.
Vorrei essere più brava a dirtelo, quanto amore c’è per te nell’atrio del cuore. Vorrei essere più brava a dirlo.

Quando le cose sono ferme non sono fluide?
Quando le cose sono dure non sono utili?
Quando penso che guarderai ancora dentro questi occhi mi tremo dentro,
perché stenderai il diaframma in un minuto e tutti i respiri dopo saranno respiri veri,
di quelli che ti fanno capire quanto sei in vita. Quanto siamo in vita.

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La fine è un luogo bello

 

Immagine | Mark Jensen

Immagine | Mark Jensen

 

Il sangue era pulito dentro, da dentro. Il corpo permetteva anche la minima oscillazione sotto una specie di scorta silenziosa, la scorta dei pensieri.
Quando si rese conto che la foresta stava bruciando, era tardi. Tardi, era tardi per gli altri, tardi per alcuni lupi, tardi per certi coyotes.
Mentre, correndo, i suoni di mille bassi e batterie sentite anni prima, si concentravano tutti sulle tempie, ecco, correndo, si accorse che c’erano solo quattro stagioni rimaste in cielo, inglobate dentro quattro nuvole. Le ultime stagioni di questo pianeta. Le ultime stagioni di questo mondo così come lo conosciamo.

Furgoni e jeeps intorno tutte aperte, scassate, mano a mano che, avicinandosi alla città, il ritmo interno si faceva proprio tribale. “Svegliami quando è finita, amore mio.” gridava al suo amore che si era rinchiuso nel silenzio da giorni, prefigurando la fine. Macchine aperte in due lanciavano segnali radio di apocalisse urbana. Fermando il corpo e la corsa non si era mai sentito così potente. Un vero peccato dover morire e sentirsi così potenti insieme.

 

A valle, creature celtiche ballavano il tango con le streghe e gli elfi tutti serbavano sghignazzi per questi umanoidi che si erano creduti gli unici su questo fottuto universo. I cani erano tutto d’un tratto diventati intelligenti e autonomi, avevano smesso di abbaiare in memoria e per rispetto dei coyotes e dei lupi deceduti. I gatti, nella loro nobiltade di sempre, leccavano la terra e poi il pelo, dalle loro cuticole intanto crescevano piante e così gambi al posto dei baffi.

I capelli di tutti erano ricresciuti subito e i tumori di tutti erano diventati macchie di sugo sulla camicia di un unico uomo che rideva forte e che alcuni chiamavano con il nome: Malocchio.

 

Guardando il suo amore, tendengoli la mano, aveva detto: “Parlami adesso amore. Parlami.”
E lei, abbassando lo sguardo: “E’ tanto bello qui, non credi?”

 

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