Archivio per settembre 2011

Conta se per te conta

 

Foto | Adriaan Garritsen

Foto | Adriaan Garritsen

 

Mi ricordo le giunture che erano ben unte con olio di speranza e le inchieste sull’anima duravano un momento prima di cena.

Sai, avevo la sensazione che fossi davvero una delle poche cose per cui valesse la pena la penna. Morte, mia cara, passando gli anni a cercarti mi sono chiesta, avendoti davanti, come il cuore dovesse battere. “Dovrebbe battere come dopo una sauna” ha bisbigliato qualcuno. Come quando spargi l’acqua sulle pietre roventi. Arrivano zaffate di futuro.

Stare al mondo allora è dunque questo tranello bellissimo, per il quale i superlativi si sprecano?

 

Ricordo l’amore puro, era molto vicino alla stretta di mano che dai a qualcuno che già ti aveva colpito a distanza, da lontano. O la stretta di mano che dai a te stessa prima di indossare qualsiasi maschera. Si può vivere togliendo quelle che sembravano incrostate sul viso, le maschere, dico; questo mi sta insegnando il cielo, da questa parte di mondo. Ho un piccolo pupazzo che mi ricorda quanto sia importante tenersi in vita, me lo ricorda con il suo sguardo fisso e le ginocchia immobili. Ho un piccolo cucciolo di orso, quando non guardo, mi lecca le ferite come fossero miele.

Se smettessi di immaginare sarei mangiare quando non si ha fame, sarei saltare irrigidendo il collo. Infatti adesso sono vestita di bianco e maneggio una spada, proprio così, proprio così, a tre ore dalla colazione e due dal pranzo, mentre gli indici della borsa sono diventati mignoli.

 

Lo slancio del cuore conta incredibilmente.

 

Tags: , , , , , , , ,

Reduci di un brainwash

 

Foto | Adriaan Garritsen

Foto | Adriaan Garritsen

 

Virgilio perse i suoi terreni che andarono ridistribuiti ai veterani come ricompensa per i servigi da loro resi.

 

Insomma leggevo questo pezzo del TIME (VOL.178, NO.8 | 29 August 2011), pezzo strillato in copertina, dove troneggia il titolo:
“The new Greatest Generation”.

Come i giovani veterani di guerra stanno contribuendo a ridefinire la direzione in patria.

La tesi di fondo è che i veterani che hanno combattuto in Iran e in Afghanistan (IAVA – Iraq and Afghanistan Veterans of America) stiano riportando a casa competenze diverse da quelle dei loro predecessori. Questo, spiega il giornalista Joe Klein, si deve al fatto che le guerre stesse in questione, per essere combattute degnamente, richiedono qualità di cui “il paese ha davvero bisogno ora”. Decisioni da prendere in fretta, soluzioni creative, rigore, ottimismo, una forma di patriottismo vero, non basata solo sulle stellette stampate sulla bandiera. Competenze più sofisticate, diverse dal sissignore nossignore.

 

L’articolo è pieno zeppo di testimonianze sorridenti, con dettagli cruenti su gambe amputate che ora sorreggono uomini fieri che hanno creto qualcosa in patria, hanno reso concrete realtà abitative e lavorative. Un nero robusto circondato da ragazzi, “usa le competenze acquisite in guerra per orientare e guidare i giovani.”. Giovani con grandi spalle e braccia che ora sono in grado di contribuire e mobilitarsi nelle situazioni conseguenti a disastri naturali. Viene da annuire con entusiasmo, l’articolo poi è avvincente, quindi ti viene di leggerlo tutto d’un fiato, tutte le 6 pagine. Alla chiusa del pezzo c’è anche una testimonianza che spiega come certe lezioni di vita possono essere coltivate nelc uore degli United States Marines piuttosto che all’Harvard Business School. Un buon modo di rovesciare e riutilizzare potenziale umano puro.

 

Ecco però che c’è questa vocina dentro al diaframma che non riesco a zittire, per tutta la lettura. Che ci sia forse una nemmeno tanto implicita esaltazione alla guerra? Forse che il messaggio di sottofondo è che la guerra ha migliorato queste persone e le ha rese utili alla patria? Ho capito ma manca un passaggio, cazzo. Non dovremmo proprio ripensarla, la guerra in sé? Non abbiamo più bisogno di articoli che ci spieghino come il modello che abbiamo seguito finora stia crollando (vedi Borsa) e quanto questo sia legato a filo doppio all’attività bellica? Starò in fissa, ma ultimamente, dpo aver letto un pezzo, la domanda per valutarlo è: questo articolo produce un cambiamento? Per cambiamento si intende una forza come quella di alcuni giovani italiani stanchi del premier e pieni di voglia di viaggiare e scoprire, per cambiamento si intende pannelli fotovoltaici e ritorno alla semplicità, visto che le risorse andranno scarseggiando. Ritorno al corpo, agli occhi, ai piccoli gruppi, allo scambio.

 

Questo articolo sui veterani spinge al cambiamento o alimenta il fervore con cui si sta in una posizione fissa? Sempre nel pezzo viene riportata la testimonianza di John Nagl, ufficiale direttore del dipartimento del Center for a New American Security (CNAS) (non ne avevo mai sentito parlare, sembrerebbe essere un think thank costituito essenzialmente proprio dai veterani di nuova generazione. Nagl: “World War II was fought by companies. Vietnam, by platoons. The current wars are all about small teams who have to interact with the local Iraqi and Afghan populations. That has required a different kind of soldier.” L’assunto di base è qualcosa che non si questiona e in questo caso sembra essere una necessità di guerre sequenziali di cui, di conseguenza, si osserva la natura e se ne descrivono le forme. Nell’articolo poi è riportata come una lezione di onore la scelta di un soldato che, persa una gamba, di fronte a due anni di terapia per riprendere l’uso dell’altra, decide di farsele amputare entrambe. Viene da scuotere la testa o darsi pizzicotti. Sveglia. Sveglia. Tutte le qualità illustrate nel pezzo, si ottengono anche con un costante allenamento marziale. Non sono mai stata in guerra, non sono mai stat in trincea, ma conosco gli artisti marziali e so quanto valore riposa nelle loro anime, mi hanno insegnato loro cosa significa davvero battersi ed è una condizione che è preceduta da moltissime altre forme di applicazione marziale silenzio e forme di intelligenza strategica.

 

Non è un pacifismo blando, le guerre ci sono sempre state, ma qui ora tutto brucia e un eccesso di Yang ha sempre dentro una carenza di Yin. Inoltre, qui sto conoscendo alcune persone che l’hanno vissuta e sono sempre più convinta del fatto che non ci sia bisogno del San Martino del Carso ungarettiano, non c’è bisogno di fare del “cuore il paese più straziato”, non c’è bisogno della bocca aperta del compagno morto che riposa vicino al tuo corpo confinato in un incubo rosso. Disordini post traumatici, ferite multiple, danni al cervello e anime scuoiate.

Per non parlare dell’altra parte, quella che riceve la disciplina in forma di proiettili, il cosiddetto nemico.


Tags: , , , , , , , , , , , ,

Un gioco al massacro

 

 

A proposito di rivoluzioni copernicane, parlavo con un caro nuovo amico.
Gli chiedevo come mai i miei coetanei americani usano molto, moltissimo “huge”, “awesome”, “cool”, “exciting”. Come mai secondo te? Dammi una risposta esistenziale, essenziale. E perché reagiscono stranamente al mio “not that bad”.
Dis-essere mal-essere, non è dato qui, intanto, pensavo.
Ha detto “Siamo cuccioli, siamo così neonati, non abbiamo storia, per questo usiamo aggettivi così mastodontici.”
Me l’ha detto nella sua lingua, ovviamente, quella che, un momento prima, andavo criticando.
“E noi abbiamo tutto un Novecento che è imbellettare il classico, come si imbelletta un cadavere.” ho pensato.

Dovremmo cercare di essere stupidi nell’abbandono ovunque andiamo, come viaggiatori.
In quanto viaggiatori transeunti.

S’interagisce bene con chi non teme il silenzio. Da qualche tempo, sì, è così.
Quanto più il sostrato del non parlare è al sicuro, – ovvero, quanto più facilmente potrebbe farsi manifesto- tanto meglio si dialoga.

Non si può essere autori di un capolavoro. Si è il capolavoro.
Seppur trasposto e tolto dal lessico Bene-emerito,
Buon lavoro.

Starsi insieme per sempre o quasi

 

 

Mi ascolterai
se ti dirò
che il sistema nervoso
dentro al sistema nervoso
c’è una specie di lucertola.
Diventa una bellissima femmina di notte.

Quando ho dato alle voci
il fianco,
è stato per capire
e vedere
chi è l’io e chi è l’altro.
Non ha funzionato, non ho retto
e abbiamo pianto.

Ora ascolto leggerezza
ma quella piccola ferita
è diventata grande,
nessun lembo la contiene.

Le piccole cellule lavorano in fabbrica
mentre immagino di nuotarti accanto.

Dovrà bastarti la mia faccia,
dovrà bastarti il corpo e dovrai ascoltarlo
se deciderò di ascoltarlo io.
Ma, d’altro canto,
sarò lì a sostenere il tuo.

Amare è immaginare
di nuotarsi vicino.

Da un angolo buio detto incoscio
faranno capolino le scelte,
una su tutte,
viversi al fianco.

Starsi insieme
per un affondo e per incanto.

 

Svegliandomi ho trovato stamane sul petto
un sole coperto dalla nube,
sono corsa a lavarmi via tutto,
ma è rimasto dentro.
Nel lavandino uno scorpione, con voce acuta:
“Se tramonta, continua ad amare.”

Farò come ha detto
ma ti prego
non lasciarmi in balia
della mia mano
senza dentro la tua.