Mi ricordo le giunture che erano ben unte con olio di speranza e le inchieste sull’anima duravano un momento prima di cena.
Sai, avevo la sensazione che fossi davvero una delle poche cose per cui valesse la pena la penna. Morte, mia cara, passando gli anni a cercarti mi sono chiesta, avendoti davanti, come il cuore dovesse battere. “Dovrebbe battere come dopo una sauna” ha bisbigliato qualcuno. Come quando spargi l’acqua sulle pietre roventi. Arrivano zaffate di futuro.
Stare al mondo allora è dunque questo tranello bellissimo, per il quale i superlativi si sprecano?
Ricordo l’amore puro, era molto vicino alla stretta di mano che dai a qualcuno che già ti aveva colpito a distanza, da lontano. O la stretta di mano che dai a te stessa prima di indossare qualsiasi maschera. Si può vivere togliendo quelle che sembravano incrostate sul viso, le maschere, dico; questo mi sta insegnando il cielo, da questa parte di mondo. Ho un piccolo pupazzo che mi ricorda quanto sia importante tenersi in vita, me lo ricorda con il suo sguardo fisso e le ginocchia immobili. Ho un piccolo cucciolo di orso, quando non guardo, mi lecca le ferite come fossero miele.
Se smettessi di immaginare sarei mangiare quando non si ha fame, sarei saltare irrigidendo il collo. Infatti adesso sono vestita di bianco e maneggio una spada, proprio così, proprio così, a tre ore dalla colazione e due dal pranzo, mentre gli indici della borsa sono diventati mignoli.
Lo slancio del cuore conta incredibilmente.



