Archivio per agosto 2011

Un coniglio, nuovi inizi, Rabbit Fest

 

Intervista al coniglio del Rabbit Fest

10-11 settembre - Giardini del Frontone, Perugia

Ingresso gratuito alle proiezioni – Ore 21,00

 

Rabbit Fest

Rabbit Fest

 

Appena arriva, si siede e mi dice che si aspettava una stanza come quella che accoglie le due cugine Blanchett in Coffee and Cigarettes. Poi guarda in basso e fa una smorfietta, capisco che non voleva essere offensivo, sorrido.

Si sistema la cravatta e il colletto della camicia; suda dal pelo, in effetti fa un gran caldo.

Lo invito a togliersi al giacca, ma rifiuta con un sorriso che rende onore ai due denti davanti.

Apprezza le carote che ho lasciato nel piattino come snack. L’intervista deve ancora iniziare e il piattino è già vuoto.

 

Ekalix: Senti, ma ci spieghi perché un coniglio va matto per l’animazione e l’illustrazione? Non è una cosa strana? 
Coniglio: Coniglio, quale coniglio?

 

Ekalix: Ricordiamo i corti e lunghi in programmazione.

DANS LA TETE (di GREGORY DAMOUR, MAXIME ENTRINGER, ANTHONY GILLES, ALAN SELLIER, Francia, 2008, 6’46”) 
FLORIAN (di ANDREW GIBBS, Repubblica Sudafricana, 2008, 3’33”) 
CHERNOKIDS (di MARION PETEGNIEF MATTHIEU BERNADAT, NILS BOUSSUGE, FLORENCE CIUCCIOLI E CLEMENT DELTOUR, Francia, 2010, 7′) 
STANLEY PICKLE (di VICTORIA MATHER, Regno Unito, 2011, 11′) 
VOVÔ (di LUIZ LAFAYETTE STOCKLER, Regno Unito, 2010, 2’34”) 
PATHS OF HATE (di DAMIAN NENOW, Polonia, 2010, 10′) 
MARY AND MAX (di ADAM ELLIOT, Australia, 2009, 92′) 
MOBY DICK (di ALESSANDRO ORREA, Brasile, 2008, 8′) 
TIR NA NOGT (di FURSY TEYSSIER, Francia, 2007, 4’4”) 
THE VILLAGE (di STELIOS POLYCHRONAKIS, Grecia, 2010, 15′) 
ZERO (di CHRISTOPHER KEZELOS, Australia, 2009, 12’32”) 
ON THE WATER’S EDGE (di TOMMASO DE SANCTIS, 2010, Regno Unito, 8’30”) 
$9.99 (di TATIA ROSENTHAL, Israele/Australia, 2008, 78′)

Indicaci a tuo parere, tra questi:

 

Il più fresco VOVÔ

Il più sporco $9.99

Il più romantico Mary and Max

Il più catastrofico Chernokids

Il meno impegnativo Moby Dick

Il più sensuale nel senso dei sensi On the water’s edge

Il più incomprensibile e amabile al contempo  Non mi viene in mente ma non è il titolo del corto

 

Ekalix: In definitiva hai due anni di età. Per la prima edizione, che è stata un vero successo, hai scelto Foligno. Quest’anno, il salto di qualità, i Giardini del Frontone di Perugia. Ma, mi chiedo, quando esci con le coniglie bari sull’età effettiva o sei fiero dei tuoi due anni? 
Coniglio: Voglio diventare un coniglio adulto e i conigli adulti non dicono bugie.

 

Ekalix: Il tema di quest’anno è “Nuovi inizi”. Spiegaci. In che senso? Cos’è un inizio per te? 
Coniglio: Qualcosa che prima non c’era e ora c’è come lo spuntare di una carota al tramonto.

 

Ekalix: Chi è Skunk, cos’è? Una puzzola amica? Che c’entra col Rabbit Fest? 
Coniglio: La puzzola è mia cugina, ha avuto un brutto periodo ma è merito suo se sono qui adesso. E’ lei che mi passa gli alimenti.

 

Ekalix: Hai deciso che l’ingresso al Festival è gratuito. Ma c’è un modo per sostenere il Festival? Lo dico perché mi preme che tu stia bene anche in tempi di crisi. 
Coniglio: Venite al festival e lasciateci un assegno in bianco: ho dei debiti.

 

Ekalix: Il tuo pubblico va dai 9 ai 99 anni. Vuol dire che ci saranno corti anche per bambini? 
Coniglio: Bruno Bozzetto lo ha detto meglio di me «Io credo di aver fatto sempre film per adulti, perché tratto e discorro di problematiche serie, anche se uso il mezzo cartone. Se poi piace anche ai bambini, tanto meglio. »

 

Ekalix: Ci lasci i tuoi contatti per info varie ed eventuali sul festival? 
Coniglio: Sono su facebook giorno e notte (www.facebook.com/rabbitfest) ma ufficialmente abito al www.rabbitfest.org

 

Ekalix: Conosci il coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie? Davvero è così ossessionato con il tempo? 
Coniglio: Ognuno ha i suoi problemi, come biasimarlo.

 

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La resa dei conti in sì non molle

 

Foto | Adriaan Garritsen

Foto | Adriaan Garritsen

 

Non ho seguito il tuo flusso di pensieri, stamane, ma il mio.
Non ho frasi per dire bene cosa l’amore sia, ma cercherò di ascoltare qualcosa di Arvo Pärt nei prossimi giorni e se non ti va bene è così lo stesso.
Non ho seguito la forma, ho solo ballato sul pavimento di legno.

Arrivando poi verso il supermercato dove si trova la roba più organica del mondo, al punto che chi ci va è un po’ invasato perché ha confuso la parola organica con orgasmica. Ad ogni modo. Al parcheggio di questo luna park di pietanze OGM free, trovi, fai conto, 9 donne e 9 uomini, tutti correndo con fascette in testa e fiatone. Un animale spunta da una tana, chiedo cos’è e qualcuno risponde un semplice beaver, un castoro in mezzo all’asfalto, sereno.
Questi continuano a correre e uno di loro si avvicina per chiedermi che ore sono ed è paonazzo e ha il fiato di mio padre quando faceva sport.
Come si fa a descrivere un fiato? Si fa.
Come se l’alito ributtasse indietro da sotto la lingua tutti i Jack Daniel’s, come se dalla pelle fiottassero tossine di salumi.

Entro nel supermercato e cerco alghe e penso a questo insieme di ideogrammi che vidi a una cena, appeso per verticale alla parete mentre con le ginocchia incrociate mi meravigliavo del loto che prima non ero mai riuscita a fare. Gli ideogrammi, dicevamo: L’ordinario è la via. Recitavano, sì.

Insomma cerco queste alghe e mi muovo come un’alga.
Se cercate un pomodoro, pensate alla barzelletta di Pulp Fiction. Se cercate un tonno, mpà mpà con le labbra come i pesci.

Se cercate del pane, capite bene quale la forma, perché un baguette vi richiede di allungare la colonna e il pane già tagliato a fette vi costringe a dividere la vita che avete vissuto finora in periodi, ovvero, per dirla con Robert Musil, “quell’ampia disordinata fiumana di situazioni che sarebbe un susseguirsi a casaccio di tentativi di soluzione, insufficienti e, se presi singolarmente, anche sbagliati.” Se solo l’umanità sapesse riassumerli, diceva lui.

Sorprendente il modo in cui la porta, e per porta si intenda il cuore, la porta a volte scricchiola e tutto formicola senza incastrarsi al presente. Muoviti da lì, allora.
Senza lasciare la soglia dell’armonia. In questo anno particolare, avete visto?, tutto brucia, e pure velocemente.
Tutto brucia con la rapidità e l’esattezza degli oggetti in ordine.
Smettiamo di essere così visibili, così manifesti, rumorosi e masochisti.
Cerca negli occhi delle persone con cui non ti riesce di stare in silenzio, mi son detta.
E ama quelle con cui viene naturale.

Poi capovolgi tutto. E ordina in sequenza binaria, mentre l’altra mano cerca tra le ricette e trova quella del fallimento.
La bocca la ingoia come fanno le capre.
E la pancia ride, il diaframma ringrazia.
A volte riesco a metterti in un respiro e non so dirti quanto bello questo sia.

 

La resa dei conti in sì non molle

Question: Are you better with words or body?
Before, there was silence, but now, The Answer: Whattthehell do you mean. They go together.

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Combinazione selvaggia

 

Foto | Daniela Malusardi

Foto | Daniela Malusardi

 

Forse l’unico modo per liberare le gambe è potenziare la parte addominale.
Può darsi che il tempo possa non essere solo il tempo liberato da.
Con molte probabilità ti farò un regalo e, semmai ti venisse la voglia di ringraziarmi, dovrai fare finta di avere le branchie e non saper parlare.
Ci incontreremo di nuovo sott’acqua e sarà bellissimo.
C’è ancora molto da rendere sacro, non finire tra quelli che non se ne rendono conto.
L’impossibilità apre quasi sempre una possibilità. Forse.

Arriverà un giorno che lascerai tutto per noi. Non guardando i tuoi occhi, saprò leggerli meglio.
Non vedrò noia, non vedrò spettri di noia, non vedrò accuse, testi scritti di fretta, occhiate che veicolano altri messaggi.
O forse non arriverà mai per me e per te, per te con me.

La sintonia tra gli esseri umani è una combinazione selvaggia,
va oltre le parole che non abbiamo bisogno di dirci e infatti non so perché ce le diciamo.

Lascerò un violoncello al lato della tua porta d’ingresso e lo suonerai solo pensando.
Ogni tua riflessione farà risuonare melodie differenti e scatenerà nell’aria quella cosa che nessuno ha mai provato.
Appena il cielo manderà pioggia, noi avremo bisogno di cercarci nel mondo e abbracciarci semplicemente.
Abbracciarci semplicemente.

O forse il violoncello resterà lì a marcire. Non avrà più compattezza, sembrerà una spugna.
Merda di topo, ragnatele con ragni e masnade di tarli lo abiteranno.
E io mi chiederò dov’è che sei nel mondo e perché non rispondi all’abbraccio.

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Misurarsi costantemente cambiando

 

 

Il lavoro sul qi può davvero temprare ogni pratica fisica.
Si possono fare addominali, flessioni, posizioni capovolte, combattimenti, vasche a nuoto, affondi.
Ma del lavoro sul qi non si dice o si dice con difficoltà.
Ho conosciuto almeno due maestri che potemmo definire delle Barbara D’Urso del qi. Ammazza se si riempivano la bocca di parole.

Il qi si coltiva e basta.
Si arano i giorni, col qi.

Qui dove sono ora la pratica è un far venir fuori e al contempo introdurre; un andamento biunivoco interessante.
Non ho ancora capito se la scrittura sta facendo bene alla pratica o è la pratica che tira fuori parole, ma definire questo punto è impossibile, forse inutile.
Forse la pace che respiro dentro a questo cielo tanto vicino al viso è avere la penna in una mano e nell’altra pronta sia l’applicazione marziale sia la cura per chi potrebbe voler coltivare un’arte così antica e delicata.

Non c’è un grande studio legato alla forma, che coltivo ogni mattina da sola; questo per una scelta consapevole del maestro in questa fase del suo trasmettere. Ma c’è un lavoro sottile in levare.

Sto unendo lo yoga taoista al qigong e al tai chi, come assemblato insieme dal maestro in questione.

Le mani che premono contro il tappetino in un’asana. Partiamo da qui.

Ci vuole in pancia un grande fuoco profondo come abisso di acqua.
Ci vuole leggerezza negli arti inferiori e alla testa e al collo, che si lasciano andare.

Ci vuole l’intenzione ferma che è il pieno nel vuoto. Ci vuole il contatto col terreno che è poi assorbimento ed espansione.
Lo stesso, lo stesso non si ritrova nell’esecuzione della forma, quale che sia delle infinite esistenti?

E allo stesso modo si costruisce un racconto o un romanzo o un personaggio.

Allo stesso modo ho visto agire nel mondo, con questa energia vitale, un’erborista con gli occhi pieni di passione.
Allo stesso modo mio fratello quando cucina e mi spiega le cose con un’efficienza marziale e ci aiutiamo nel percorso.
O mia madre quando  guarda le cime dei monti umbri o porta a termine qualcosa.
Nel mio primo maestro, quando combatte o parla del figlio in arrivo.
In una fotografa le cui vibrisse sono i potenziali scatti che la scovano mentre si muove nel mondo.


In te,
nei rari momenti in cui eri sereno e mi spiegavi gli anni ’70 e i numeri e i Peanuts e la teoria economica dei giochi e Dio o come vogliamo chiamarlo.

Quando facevi trillare le bacchette della batteria o imbracciavi la Fender.

Sei ovunque, perché la morte, sto vedendo, non è di preciso in nessun luogo. 
Questa strana apolide.

 

Sai, qui fa buio alle 21.00 (loro scrivono 9 pm).
Le vedove nere sono di casa, ma un’amica che pratica con me mi dice di non preoccuparmi, mi dice che sono shy, son timidine.
Ecco, però quando stamane mi son svegliata e sulla spalla destra c’avevo questo ragno voluminoso, ecco, una cosa stupida l’ho fatta, gli ho soffiato contro.
Non mi ha morso, s’è immobilizzato. Molto rapidamente l’ho sventolato altrove per poi accompagnarlo verso la porta.
Ma non mi sono allarmata più di tanto. Alla fine, il ragno è il femminile, il tessere, quindi il creare, dunque anche la scrittura, dunque anche il percorso della pratica.

Il saluto qui è un: come stai? Capito, proprio invece del ciao, detto di corsa, chiesto senza interesse. Ci resto sempre un po’ così, perché per me è una domanda un po’ impegnativa e non mi spiego come per un popolo sia entrata nel comune interloquire.

Il congedo suona come un: abbi una giornata strepitosa.  Ecco, non mi sento di augurare una cosa così a caso a chiunque, qui invece te lo dicono tutti e senza sentire assolutamente niente.

L’aggettivo huge va per la maggiore.

La solitudine che sento a volte ci riguarda a tutti in quanto esseri umani e sono felice di sperimentarla ora, anche se all’inizio mi aveva spaventata. 
La vicinanza che sento con certe nuove anime ci riguarda tutti, perché ha a che fare con i punti di contatto, le scintille tra vivi.

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