Archivio per aprile 2011

Praticare quando tutto è in tempesta




Adriaan Garritsen

Adriaan Garritsen




L’enorme filo che mi è parso di vedere tra yoga e tai chi chuan come si arricciola dentro al corpo quando il corpo sta male?
E con corpo si intenda la mente e la psiche pure, il soffio vitale e l’emotività.
Che so io, dopo un evento traumatico, come ci si relaziona alla pratica, al tapetino, al tatami, al luogo sacro della palestra?

La pratica solitaria (che solitaria non è mai) può diventare scomoda.
Pigrizia al mattino, voglia solo di lasciarsi andare a qualcosa che non ha a che fare con le “commissioni e lavoro e gestione attività quotidiane” e per gestione attività quotidiane si devono calcolare anche pensieri su quale cibo cucinare, che vestiti mettersi, quando lavarsi i capelli, quando fare la doccia.


Lì c’è sempre un limite sottile, non si deve forzare secondo me.
Però un po’ anche sì.

Ho conosciuto alcuni maestri che si pongono sempre su un livello un pochino più alto rispetto agli allievi. Che peccato.
Gli allievi sono quelli che si sono messi su un percorso che non appartiene alle persone, ma al simbolo che tutto comprende, il Tao.
E possono restituire moltissima energia, quando essa manca in chi insegna, perché non è sempre detto che chi trasmette ne abbia, ovviamente.

A me è successo ieri. Si è fatto molto Tui shou e in un momento, nel Loi (ritirarsi ruotando, mantenendo struttura), io ho ceduto all’allieva, ma ho ceduto veramente. Quando nella spinta le ho detto di mettere il respiro, l’ho accolta, ma veramente. Il dolore reale toglie le resistenze, ed è per questo che è buono non smettere di praticare anche mentre lo si prova o mentre sta fluendo nel corpo.


Un evento come la morte di chi ci ha dato la vita ingloba:


1 Il cedimento di fronte all’imprevisto
2 La comprensione anche solo parziale di quanto la vita sia puzzle di fasi di un ciclo unico

1 —> Ci serve per la cedevolezza nel confronto, non molle ma morbida.
2 —> Ci serve per non spezzare la forma nell’esecuzione, dare armonia ai diversi momenti.

Queste cose si sperimentano bene con coloro che si sono messi in cammino, essendosi instradati con te.

L’arte marziale e discipline che vanno verso l’unità sono strumenti.
Effetto boomerang.
Si fa un lavoro che viene restituito e si può restituire.


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Lasciarsi a corpo morto sulla vita




Entrare in punta di piedi nel dolore. Saggiare prima come sta la temperatura del mare dei ricordi e fare uno spazio intanto, farlo dentro. Quindi, entrare e, contemporaneamente, uscire da sé. Senza smettere di avere punti di contatto con l’umano nelle sue manifestazioni. Regolarizzare il respiro, quando non si riesce in nessuno degli intenti. Curare la pianta e piangere o ascoltare una semplice canzone e rimanere storditi. Fare le curve dell’amore attorno al corpo di chi si ama. Parlare poco, se così si sente di fare. Parlare con il corpo. Mantenerlo vivo, questo corpo. Occorre stare con poesia nelle cose della vita e dunque non rimanere indifferenti a chi la porta via la poesia, la spadella nel fritto e rifritto. E allora rimanere pubblici, devoti alla cosa pubblica fintanto che si pensa di poter cambiare qualcosa, qualcosina almeno. Allo stress preferire la tensione, come un tendere a.


Il mistero dell’amore immenso per quanto mi riguarda sta anche negli eventi da intuire, ovvero quelle cose che accadono e per le quali non sarai mai più la stessa. Assecondare la trasformazione, non lottare contro. Non c’è niente da cui difendersi. Lasciarsi a corpo morto sulla vita, ché come le parole, il suo sentiero l’esistere ce l’ha già. Un sentiero è una traccia di energia fattasi solco per andare o tornare, restare anche, ovvero restare aderenti agli elementi, al moto, agli sguardi, alle mani.


L’andamento è stupefacente. Il semplice andamento degli eventi. E’ stupefacente. Apre, chiude, spalanca, sventaglia, dischiude, stappa. L’evidenza può emergere senza fretta. Lo stesso vale per l’eleganza e lo scoprire se stessi. Abbiamo tutti i tappeti musicali stesi finora ad assisterci, in questa impresa epica, abbiamo tutti i dipinti e i libri, le danze. La poesia è fatta anche dalle entità intorno, germinate da un atto di origine potentissimo. E non ci sono cose brutte intorno, perché non c’è un giudizio di valore mediante cui dirle tali. Io sono libera, posso andare con chiunque, fare qualsiasi cosa. Chi mi ha dato questa potenza è illimitato. Ha il corpo fisico di padre e madre, sì, ma è illimitato. Concentrarsi sull’illimitato anziché soffrire sul dettaglio carnale, questo ha molto senso. Quindi, non credere a chi vuole dettagli macabri o non riesce semplicemente a fluttuare tra le cose, ma ha momenti in cui la testa si abbassa per vergogna o vissuto non vissuto profondamente. Dopo, provare a parlarci di nuovo, ma non ora. Ora ho tanta voglia di osservare a lungo ogni cosa, o anche per istanti brevissimi. Ora avranno la meglio quel tipo di cose che hanno dell’imprevedibile, finalmente. Ora sto bene con coloro che mi hanno visto e sanno l’essenza, queste persone tirano fuori me a me stessa. Non è una cosa da poco averne di persone così nella vita.


Scrivo per restare a contatto con ciò che proviene da non so dove. Ma che ha una densità e un’urgenza, un’efficacia immediata, un’efficacia curativa sbalorditiva. Non si deve né superare né dimenticare. Non si deve nulla. Forse solo mirare ad arginare certe energie. Una volta una donna mi ha detto: “Io la poesia non la so leggere, non la capisco.” con la stessa faccia con cui un editore mi ha detto, davanti a un caffè: “Bella mia, la poesia non vende.”

Si girano le giornate come pagine e io voglio continuare ad avere cura di chi ha cura. Alla poesia non mancano le domande, anzi. Non mancano gli organi. Non mancano occhi che vedono chiaramente. Se mancano lettori o editori è perché sta venendo meno nel mondo la poesia stessa, ma non del tutto e forse questo mio lamento sull’assenza di poesia è vecchio come il mondo. Non lo so, perché non sto al mondo da quando il mondo è.


Quando è morta Pina Bausch ho provato un grande dolore pur non conoscendola di persona, ma attraverso le sue coreografie e le parole di illustri penne come Leonetta Bentivoglio. Eppure ho provato questo dolore, questo pensare il mondo meno ricco. Ho pensato forte ai suoi ballerini, alla compagnia. Quando allo Strehler di Milano sono andata a vedere Vollmond nel febbraio 2011, sapevo che si sarebbe trattato di una celebrazione. Il momento della celebrazione è bello, è bello soprattutto che ci sia la celebrazione, che lo si trovi questo momento, nei 15 minuti di euforia e ingordigia profetizzata dal creatore dei barattoli e delle cromoMarilyn. Ma, mi dico, se i ballerini della Bausch non sapranno andare oltre, avremo forme di rappresentazione valide e varie? No, avremo donne coreografate e dominate dal fantasma rachitico della Bausch. I corpi si ingabbieranno e non ci sarà innovazione. Non si può pretendere che questo accada subito, questo usare la morte fisica di chi ci ha dato moltissimo. Ma sarebbe meglio se accadesse, nel tempo, ecco. Anche per tornare a essere vivi dalla punta dei capelli fino alle gambe.

Come stai è diverso da come ti senti. Come ti senti va oltre e non spaventa. Come ti senti è proprio fluido, sta supino sul momento. E presuppone che tu non stia, ma senta. Che tu senta. Che tu continui a sentire. Che se non riesci a farlo, senti che non stai riuscendo, anche questo va bene. Va bene tutto, perché non c’è UN tempo.


Might as well jump. Jump!



Adesso no.
Adesso no, ma presto cambierà, essendo ora arricchita con il senso del niente, più densa diventerò, una stella non supernova ma sfiancantemente bella e le vene saranno in rilievo perché il tempo consentirà di accantonare quel che non lascia fluire il sangue bene. E mi guarderai e farai gli scherzettini elettrici, già succede. E mi guarderai e partirà il piedino a battere il tempo. E mi guarderai e annuseremo il pane e pomodoro sfracellato sopra. Pensa che non te l’ho mai detto, ma poi in viaggio ho scoperto il pan con tomate, pantumaca o come caspita si dice. Lo facevi meglio di loro e senza nulla sapere dei catalani. Semplicemente delizioso.


Un giorno avrò il tempo di ascoltare bene e dedicarmi e la spinta sarà talmente forte da far rabbrividire il vento stesso. E lo specchio mi dirà che abiti da qualche parte negli occhi di cui non ti spiegavi il colore. Come molte altre cose che di me non ti spiegavi. Ora ho tutto il tempo per raccontartele. E farle brillare al buio come gli occhietti di una gatta felina. Felina feloce. Farli brillare sapientemente, svolgerli come papiri per tutta un’esistenza.


Guarda bene, adesso sai guardare senza i fondi di bottiglia che pesano sul naso e ovattano gli occhi. Guarda bene, hai la memoria del tempo con cui giocare ora. Guarda bene: salti roboanti e sensazionali sudate. Guarda bene: la luce densa degli amici, già vedi quanto può essere importante, hai visto? Eran tutti lì, alla tua festa di ciao, tutti lì che mi toccavano e non sapevo più quali e quante fossero le mani. Siamo andati fuori e abbiamo brindato ed era una festa e avresti parlato con due o tre che non conoscevi, ti saresti presentato con una battuta e immerso in noi, confuso tra noi, perché di te l’età non sa nulla. Saresti stato il più giovane che a un certo punto fa il ritmo con i palmi delle mani sul tavolo battendoli. Poi di qualcuno avresti detto forte quello lì, che manzetta quella o cose così e saresti uscito dal pranzo rossiccio di vino e carico di energia come ti vedevo dopo che suonavi.


Eri così vicino alla mia idea di bellezza.
Certe domeniche, eri così vicino alla mia idea di bellezza.
Con gli occhi vispi e un’ironia disarmante.
Le gambe atletiche e il rock sottopelle, la divisa da borghese solo per un giorno, come un patto con gli stolti ovvero tutti gli altri esseri umani dicevi scherzando.
L’occhiale dalla linea tagliente a difesa del sole.
La mente sempre tanto troppo attiva.
La faccia divertita, divertente.


Indolore per una volta


Gajitz

Gajitz


Non c’è mica un bastevole Non c’è mica uno sfondarsi che sia nocivo del tutto. Non c’è mica un viaggio tiepido. Quando prendo le mani sento come uno scomparire nel verde e farsi attraversare dalla meraviglia. Hai notato la bella donna vestita di tutto punto alla stazione, tanto di cappottino nero e scarpette rosse. Era in ritardo, ha alzato il capo verso l’orologio tondo e ha fatto UH di chi non è preoccupato per davvero. Abbiamo pensato che è bello quando qualcuno si veste di tutto punto. Abbiamo pensato che la vita, per un giorno, non finisse lì e dirsi Non ti lascio più potesse essere indolore per una volta. Non sono molti gli umani che sanno darsi attimi eterni e sospendere e sospendersi come fanno con me i film di Antonioni, sì. E allora credo che gli esseri umani che sanno darsi questa cosa dovrebbero valorizzarla e già immaginarsela raccontata ai nipotini e dovrebbero scegliersi senza cadere nella noia. Ho notato l’espressione quando rimetti sul tavolo il bicchiere e chiudi gli occhi al mattino leonino di sole con due linee arancioni dell’arancia pronte a fissarsi sulla pelle. E’ la mia stessa espressione e credo ci sia del mirabolante in tutto questo, sì.