L’essere che si svuota è
al contempo essere pieno
vorrei dirti è
vuoto che s’impiena.
Oggi un uomo casuale
poniamo, un distinto umano,
per strada parlandomi
di un paese,
poniamo,
l’Egitto,
ecco lui andava
insultando
donne col lardo sotto al velo,
vedi, mi disse cosa
alle Cleopatra ha fatto l’Islam?
Annuisco poco capendo
e ti penso
in quei luoghi caldi,
tu, con la pelle di diamante.
Sisma di quello che ero
e più non sono a te grazie.
Parole altrui
m’inferociano
sono impatti sonori
e basta.
E lui, che ha amici banali, lui per cui,
tutti i lui per cui, io,
calma andrei bene,
inadeguata e stanca.
Distratta, domestica e tanta,
ecco così andrebbe bene.
Tutti i lui per cui
impalata starei meglio
contro tavole da stiro
e merletti di bambola.
Mai che sudati tanto
i corpi selvaggi
arrischiandosi al sentirsi vivi,
fosse mai,
per carità.
Scendevi verticale
regalandomi pupille,
pallette liquide di mercurio.
Piegata la schiena,
andavo all’indietro
e mentre entravi,
le scienze tutte perderle
in quattrequattrotto
diventare terreno fertile,
in grembo crescevano
abissi stravolti
da un rossissimo afflato.
Vedevo volti vedevo volti
ma non di umani,
come di cani
ma leggiadrissimi,
non di selezionata razza,
diventare li vedevo cavalli,
leggeri e lunghi,
tirati e mai stanchi.
Un orgasmo al trotto.
Poi riemergevi e il volto
cercarlo pregandoti un bacio.

